Commento a margine (XXXII): Roberto Casati

Autore/a cura di:

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Roberto Casati, Dalla casa controvento (Puntoacapo 2026)



Con passo lento attraversavi la piazza
sotto un cielo infranto
con lo sguardo stranito
il profumo di un caffè
bevuto davanti a me
seduti ad aspettare la sera

nel vaso dei vetri rotti i tuoi occhi
seguivano il volo del vuoto andare.

*

In memoria di Giorgiana Masi morta
il 12/5/77 a Roma, all’età di 19 anni,
casualmente colpita durante scontri
tra manifestanti e polizia.

Il tuo sorriso protegge
gli occhi scuri dal vento
arruffa parole e slogan tra i capelli
il tempo dei baci
colpito da proiettili vaganti
muore nel suono delle sirene

in un solco di lacrime scivola
l’innocenza si perde tornando verso casa.

*

Ricordi quando d’estate
il nocciolo maturo diventava fischietto
dalla finestra guardavamo
il bisticcio dell’aria
e nell’acqua sincera del fosso
prendeva vita il nostro passatempo

siamo stati quasi felici in quei giorni
e ancora stupisce ciò che resta al cuore.

*

Ti ho vista nel bosco
nel vento inseguito dall’ultima volpe
senza protezione cercare lo sguardo
sul confine tra casa e fiume
dove ieri cresceva l’ortensia
e noi giocavamo

adesso sono solo sulla strada del ritorno
nell’attesa fugge lontano il senso delle assenze.

*

Guardavi il giorno
sollevare le ombre dai filari
sorrisi distesi per averne ricordo
accumulare il più possibile
sulla linea insonne
il fondo silenzioso dei solchi

tempo che protegge il cuore
nel maturare a fine estate degli acini.








la luce del tuo cuore nudo nelle mie mani


Entra, nella casa controvento, la luce tenue della luna, soffia all’altezza del suono, sul petto di ogni oggetto, tra i bordi del silenzio che prende voce in ombra sul costato del tempo. La linea delle labbra traccia il gesto del ricordo e ogni cosa ha nome e vista sulla strada del ritorno, lungo il corridoio / di uscita dalle stanze. È tutto un andare verso il centro della parola affidata allo sguardo ritratto sulla antica parete dei giorni assopiti sulla curva della memoria; eppure, così vividi da poterli quasi toccare carezzando la schiena dell’infanzia nuda come nudo è il cuore quando gli occhi si preparano a cogliere gli istanti maturi per l’ultima stagione, la consapevole attesa del solo andare mentre dal cielo le stelle, all’unisono, seguono il volo del vuoto. Il vuoto, la pienezza del vuoto farsi materia d’amore e storia nell’orto dietro casa, tra i filari della vigna sfumati nelle arricciate pieghe delle ortensie fiorite sulle ginocchia dell’aurora; un timido bagliore nel sorriso del vento ferito dalla pioggia. La dittatura del cuore porta / al gentile invito del seno / nel pretendere solo l’impossibile, ci sussurra Roberto Casati tracciando la sua personale traiettoria di lontananza e capovolta assenza, di segni sospesi tra le crepe della fronte appesa a una tenerezza impigliata sul fondo delle mani aperte in un sussulto d’onda, fermo immagine di un abbraccio, timido spiraglio in fuga sull’argine di una preghiera che asciuga il freddo e scopre il nome dei volti scivolati nell’eternità di un istante che precipita dove, ancora, è dirsi oggi il lento mormorìo dei corpi rivelati nel passo di una dimensione analogica, privata, sottofondo a una coscienza sociale quale innesto di un respiro collettivo. Nella solitudine abitata dal fremito bianco del ricordo cade la notte sul vaso infranto della storia chiamata alla storia, personale e civile; mentre le gocce del fiume appese tra i rami spaccano la patina del sogno, uno spasmo frantuma lo specchio del cielo e l’innocenza si perde tornando verso casa, scrive Casati ricordando Giorgiana Masi. Poi, Aldo Moro, Salvador Allende, il genocidio di Srebrenica, un trovarsi tra macerie senza compassione, nella oscura metafora di un taglio profondo. Quindi, storia dentro la storia di un uomo che sente la tempesta precipitare all’angolo del tempo raccolto sul profilo assorto dell’insonnia in attesa di un sole piccolo, a custodia del rumore sottile dell’acqua. Versi che cercano la verità / in brevi dediche alla memoria, versi che, senza enfasi né retorica alcuna, preservano il palpitare delle cose, il frastuono dell’assenza, la meravigliosa assonanza della vita che benedice la vita nell’intero d’ogni cicatrice, meridiana soglia di congiunzione tra il poeta e i suoi perduti affetti per tramite di un linguaggio gestuale che muove nella sintesi di un arco poetico, sintomo e incontro; una apertura di fiato, la solo possibile dal dolore.






Foto in copertina di Daìta Martinez.