Qual è il seme da cui è germinata la tua poesia?
Non riesco a risalire al seme. Perché credo, in me, non sia mai esistito. Vi è, invece, una radice moribonda che ho supplicato, e supplico, di essere, in qualche modo, in vita. E non parlo di poesia, ma della mia esistenza. Sono dei vivi, anche dei dolorosamente vivi, le forme di espressione. E vorrei tanto potermi dire in qualche modo nella vita. La parola letta, nei miei giorni, arriva presto. Grazie alle biblioteche interne delle scuole pubbliche, già alle elementari. La parola rifugio da ascoltare aspettando il turno per il pranzo a mensa. Una parola che, per gratitudine, chiamava una risposta. Per non lasciare che restasse solamente un’assordante eco dentro a sbattere tra le costole e le pareti del cranio. Una risposta senza velleità alcuna. Se non quella di essere un gesto transitivo, accorato, sentito.
Quale la sua genesi nel tempo?
Lo storpio tentativo, lo sbaglio, l’errore, l’incapacità in un mettersi alla prova. Dirimente, poi, la fiducia altrui. Lo sprone ad impugnare carta e penna. So di avere bisogno di sostegno. So la mia castrante insicurezza in tutto. Solamente nelle dure circostante della vita trovo, in autonomia, una fermezza, una stabilità, fisica e mentale, che mi permette di caricarmi di un compito. Per quanto probante, sfinente, massacrante esso sia.
Quali i poeti che negli anni hai sentito più affini alla tua sensibilità?
Sono incline alle dipendenze. Dipendenze forti e totalizzanti. E, ogni volta, nell’avvicinarmi troppo mi procuro un male, per larghi tratti, ferale. Ho decine di autori nel cuore e nell’anima. Lì tengo lì, custoditi in una custodia che sempre mi fa tornare a loro. Ma, anche il solo nominarli, romperebbe quel fragilissimo equilibrio della salvifica distanza.
Ti ritrovi nella riflessione, trascritta di seguito, di Giacomo Leopardi?
“Felicità da me provata nel tempo del comporre, il miglior tempo ch’io abbia passato in mia vita, e nel quale mi contenterei di durare finch’io vivo. Passar le giornate senza accorgermene, parermi le ore cortissime, e maravigliarmi sovente io medesimo di tanta facilità di passarle.
(Giacomo Leopardi, Zibaldone, 4417-18, 30 novembre 1828)
È delittuoso e criminale non dare al momento della gioia peso e valore. È un dovere farlo. Ammettere e dire la gioia, qualsiasi essa sia, e il raro istante della felicità, se accade e se mai accadrà, è modo per contribuire alla dignità umana. Ed è compito che vale una vita intera. E che non ammette deroghe o deleghe di sorta. Tocca a noi, ad ognuno di noi portarlo a termine.
Enrico Marià è nato il 15 luglio del 1977 a Novi Ligure. Ha pubblicato le raccolte: Enrico Marià (2004), Rivendicando disperatamente la vita (2006), Precipita con me (2007), Fino a qui (2010), Cosa resta (2015), I figli dei cani (2019). Per La nave di Teseo nel 2022 è uscito La direzione del sole, con cui si è classificato terzo, nel 2023, al premio nazionale di Poesia “Oreste Pelagatti” nella sezione Poesia edita. Sempre per La nave di Teseo nel 2025 è stato pubblicato Nuziale con cui ha ottenuto la Menzione Speciale per la Poesia edita al Premio Letterario Internazionale “Lago Gerundo” e con cui è stato finalista al Premio Nazionale “Poesia del Mezzogiorno”.
Testi di Marià appaiono, inoltre, su antologie e riviste letterarie.
