Il Dio di Salvatore Toma, un Dio per tutti

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Una nota di lettura di Pietro Russo



Chi e cosa è Dio per noi? Fuori dall’orizzonte comunitario del culto, la trascendenza è questione personale che rivede i modi e le forme della rappresentazione ufficiale. Your own personal Jesus, cantano i Depeche Mode, ma la domanda è più antica, risuona già in Matteo 16, 15: “Ma voi, chi dite che io sia?”. Siamo davanti a un bivio: se è vero che da una parte l’Interlocutore divino si avvicina amicalmente alle nostre vite, dall’altra il rischio è quello di personalizzarLo con tratti che rispondono più alla nostra circoscritta esperienza del mondo. Comunque ne viene fuori un dio “umano, troppo umano”, come quello tutto a parte subiecti di Salvatore Toma nei 21 testi di un quaderno inedito e ora pubblicato con il titolo L’idea che io ho di Dio (Musicaos, 2026, cura di L. Pagano).

Il Dio di Salvatore Toma è lo specchio “imperfetto” di Salvatore Toma («ti sarebbe bastato un sorriso»), un Padre che manca al Figlio («Perché non hai sorriso / per tuo figlio?») ma anche una Moglie-Regina che tenacemente tiene unito ciò che resta di un focolare minacciato dall’instabilità: «l’idea che io ho di Dio / non è che la tua festosa realtà / perché tu hai la pazienza / la generosità / la purezza di cuore / che solo un Dio può avere». I piani si sovrappongono, il “Tu” diviene “tu” e viceversa, lo spirito chiama la carne («dovremmo baciarti / sulla bocca / stringerti forte / forte»), ma è comunque la consolazione dell’altro che viene incontro nella notte buia dell’anima («perché io sprofondi / nei tuoi occhi di mare / e il tuo cuore silvestre / non sommerga / la mia anima nera»), ovvero la proiezione di una «infanzia serena» in un tempo adesso segnato da una «burrascosa / ricerca di celeste»:

La mia idea di Dio
è qui a un passo da me
posso coglierla come sollevare
un bambino
la mia idea di Dio
è qui vicina
chiara anche in questo vuoto
in questo smarrimento diverso
che mi lascia per incanto
la paura.

Toma non prende mai seriamente in questione la possibilità della salvezza, non in senso cristiano almeno, ma il punto è proprio questo: il sacro è la ricerca affannosa del poeta che poi è, tra le righe, una lotta con demoni personali. Il perimetro della storia familiare, con il giusto peso di ricordi e di rimorsi, è il terreno di gioco di questo movimento verso l’interiorità e verso una manifestazione non dogmatica della sfera religiosa. Così il Poeta-Padre, che è anche un Figlio agonizzante, può lasciare la consegna «di amarvi / e di amare vostra madre. / […] / perché in vostra madre / c’è sicuramente un Dio / un Dio fortissimo / umile e caldo», come se il luogo della croce da idea venisse già trasfigurato in una realtà più grande che abbraccia anche la quotidianità all’apparenza più remota.


Alcune poesie dal libro

Ti dovremmo amare
con l’intensità di un addio
con lo stesso nodo alla gola
che si prova
nel momento che parte
la donna che si ama
dovremmo baciarti
sulla bocca
stringerti forte
forte
finché le lacrime
non ci separino più.

*

Se solo sapessi dove sei!
se solo sapessi dove ti trovi!
se solo sapessi anche
per un solo attimo indovinarti!
frugarti ardito negli occhi
respirare il cielo
di cui ti vesti!
se solo sapessi
che adesso mi ascolti!

*

Dio mio
fa che io ti caschi fra le braccia
puoi anche allentarmi
ti cascherò ai piedi
lasciami così contriso
per un momento dormire
sul guanciale dei tuoi sandali
un sonno di pianto
finché non sarò pronto
che tu mi risollevi
fino al tuo volto
perché io sprofondi
nei tuoi occhi di mare
e il tuo cuore silvestre
non sommerga
la mia anima nera.







In copertina uno scatto di Pietro Russo