Il mare di Tommaso Giartosio è un libro da esplorare, composto da significati stratificati che si intrecciano, da rileggere più volte, per portarne alla luce il mistero e scoprire ciò che solo la poesia, con la sua lingua capace di attraversare le ombre può rivelare: il confine incerto tra presenza e perdita.
Il titolo e la prima sezione fanno riferimento a un elemento apparentemente semplice e universale – il mare – che l’autore trasforma in qualcosa di molto più complesso: uno spazio intimo e collettivo insieme, di memoria personale e storia. Qualcosa che è contemporaneamente legame tra i popoli e luogo di tragedia.
Questo mare non è solo paesaggio, ma luogo di passaggio, di incontri e naufragi, nel presente segnato dalle migrazioni. È un mare che ci riguarda da vicino, perché attraversa non solo la geografia, ma anche le nostre vite e le nostre responsabilità.
Il concetto di naufragio viene ampliato da Giartosio integrando quello fisico con quello dell’identità.
Da un lato c’è chi sopravvive agli sbarchi ma continua a naufragare di città in città, di paese in paese, diversamente disperso, andando incontro alla perdita dell’identità personale, rappresentata anche attraverso la perdita del nome, nella condizione di eterno esule, come un moderno Ulisse “con le scarpe senza calzini”, in una sorta di cammino ininterrotto che diventa attraversamento e ritorno alla condizione originaria a cui ogni essere umano tende.
Dall’altro appare centrale il riferimento a George Oppen, con il tema del “naufragio del singolare”, inteso non come evento improvviso ma come condizione strutturale, dove tutti abitiamo il doppio rischio del dissolversi nella massa o perdersi nell’isolamento e la poesia potrebbe essere offerta, pensata e vissuta come punto di equilibrio.
Accanto a questo, scorrono nel libro tracce autobiografiche, in una alternanza tra memoria personale e storia collettiva: l’infanzia, la famiglia, i lutti, il tema dell’omosessualità.
Anche in quest’opera, come nella precedente del 2019 (Come sarei felice. Storia con padre), il tema della paternità gioca una delle tensioni più forti, che viene esplorata soprattutto nella sezione in prosa poetica Revi. Una paternale, dove l’autore racconta l’incontro di Pasolini con un bambino indiano.
Con questo racconto Giartosio offre al lettore la possibilità di riflettere sulla complessità delle relazioni umane e sul significato profondo di stabilire legami reali tra le persone, senza mai cadere nella cronaca o nel paternalismo, ma regalandoci un finale aperto, onirico, con un affresco di Pasolini vivo e Revi adulto che lo raggiunge in Italia. Un finale che mi ha immediatamente fatto pensare a quello che Bellocchio ha scelto per Buongiorno, notte, con Moro che sopravvive al sequestro e cammina per strada nella luce dell’alba. Una sorta di invito a mantenere sempre viva la speranza di un cambiamento necessario, anche quando non c’è più speranza.
Nella nota di chiusura l’autore dichiara che “questo libro vuole essere un’esperienza morale prima ancora che politica” e poi “Credo che negli anni che stiamo vivendo (con le loro oscene responsabilità personali e collettive che tuttavia non chiudono il discorso, ma lo aprono) si debba tentare qualcosa di nuovo”.
Quello che emerge è un libro che non offre risposte, ma interroga il nostro modo di vedere e di sentire, ricordando le responsabilità di ognuno nei confronti della storia, perché quando un domani i nostri figli ci chiederanno spiegazioni sulla deriva incomprensibile di questi decenni, nessuno di noi potrà dire di non aver saputo o non aver capito e saremo tutti chiamati a rendere conto del nostro agire.
Soprattutto chi scrive. Soprattutto chi scrive poesia: “il male del dire, tanto piú del dire bene – / questo mare in cui navigare e naufragare/ da poeti, tutti noi, come è giusto che sia”.
Il mare è un libro che ci spinge a riflettere sull’altro, sul concetto – al tempo stesso semplice e rivoluzionario – che ognuno di noi è, inevitabilmente e sempre, l’altro di qualcuno.
È scivolo, ma è anche cerchio. È oceano,
ma è anche imbuto. Ci avviluppa tutti,
ma alcuni restano a riva. Lo vedono,
ma non guardano. O lo guardano, ma non vedono.
Hai scritto una poesia solo battendo gli occhi,
ma non è stata scritta e nessuno la legge, nemmeno
io con il mio amore né vestito né nudo,
né a cavallo né a piedi, né solo né accompagnato.
E sí che ho imparato a leggere da piccolo,
quand’ero grande, quando avevo le idee
ma non la realtà e oggi che ho la realtà
le idee costano. Costano caro salato.
Vorrei un tuo bacio. Ma se uno bacia non parla.
E sicuramente il cielo incombe su tutti,
ma da lontanissimo. Chi vorrebbe raggiungerlo
sta ancora viaggiando.
*
E pensa anche un’altra cosa. Pensa: Tu quella sera, dopo la cena da Pommidoro a San Lorenzo, potevi nonandarci, con Pelosi. Potevi lasciarlo da solo a bere al Biondo Tevere. Oppure restartene a casa. Proprio in quei mesi agonizzava in Norvegia un trentenne di nome Arvid Vidar Roed; morirà a aprile 1976. Si sarebbe scoperto, anni dopo, che era il primo caso accertato di Aids in Europa. Tu capivi spesso cosa stava succedendo; forse l’avresti intuito anche allora. La tua prudenza ti avrebbe colto di sorpresa. Saresti stato, da quel momento, piú cauto nell’uscire – tu! Comunque era impossibile, pensavi, girare altri film dopo Salò. Avresti lavorato a Petrolio, per anni; sentendo che era tardi, che l’avrebbero capito in pochi. Di decennio in decennio, avresti scritto ancora poesie, poche, bellissime, private; e ancora molti articoli ostinati e amari, vedendo i popoli lontani che avevi visitato e amato affluire a milioni – per una scelta ovvia e misteriosa – verso l’Occidente. Poi un giorno qualcuno avrebbe bussato alla tua porta. Saresti andato lentamente a aprire. Revi, uno dei quarantamila indiani arrivati in Italia prima del Duemila, ti avrebbe chiesto ospitalità; si sarebbe offerto come tuttofare, badante. E tu, dopo una paternale sul suo aspetto (i jeans, l’orecchino, il cellulare), dopo aver constatato che non veniva per il legittimo scopo di rapinare e uccidere, dopo aver rinunciato a apprendere da lui la gioia della libertà e della morte, avresti dovuto decidere se stavolta lasciarlo entrare.
*
Ora che sto conoscendo molti poeti
tutti loro dicono (senza eccezione)
che il mondo dei poeti è un brutto mondo,
pieno di persone cattive, di invidiosi,
di ladri e infami, e non è il caso di aggiungere
che non è il caso di loro che mi parlano
ma non sono cosí. Credo che abbiano
ragione, che siano tutti brave persone
e che per loro come per me disconoscere
l’inferno della poesia sia il solo modo per
riconoscerlo all’interno di noi stessi,
il male del dire, tanto piú del dire bene –
questo mare in cui navigare e naufragare
da poeti, tutti noi, come e giusto che sia.
Gli ultimi libri di Tommaso Giartosio sono Non aver mai finito di dire (Quodilibet 2017), La città e l’isola (con Gianfranco Goretti , Donzelli, nuova ed. 2022), e Autobiogrammatica (minimum fax 2024, finalista al Premio Strega); per Einaudi, la raccolta di poesie Come sarei felice (2019, Premio Napoli) e Tutto quello che non abbiamo visto. Un viaggio in Eritrea (2023, Premio Alvaro-Bigiaretti). È redattore di “Nuovi Argomenti” e conduttore del programma di Rai Radio3 “Fahrenheit”.
