Poesie da Nichita Stănescu, Undici elegie. L’ultima cena (Scheiwiller 2007)
Contemplazione
D’improvviso l’aria urla…
Scuote gli uccelli sulla mia schiena
ed essi si conficcano nelle spalle, nella spina dorsale,
occupano tutto e non sanno più dove sbattere.
Nella schiena dei grandi uccelli
si conficcano gli altri.
Gomene oscillanti li trascinano,
piante acquatiche.
Non posso più restare in piedi,
ma accasciato su pietre fluorescenti,
mi aggrappo con le braccia al pilastro di un ponte,
arcato su acque inesistenti.
Fiume di uccelli conficcati
con il becco uno nell’altro si agita,
dalla mia schiena si riversa
verso un mare ghiacciato, bianco.
Fiume di uccelli morenti,
sul quale lanceranno barche affilate
i barbari, migranti sempre verso tenute
nordiche e disabilitate.
*
Tutto è semplice, così semplice, che
diventa incomprensibile.
Tutto è così vicino, tanto
vicino, che
si ritira dietro gli occhi
e non si vede più.
Tutto è così perfetto
in primavera,
che soltanto cingendolo di me
prendo conoscenza di esso,
come dello spuntar dell’erba confessata
dalle parole alla bocca che le pronuncia,
confessata dalla bocca al cuore,
dal cuore al suo nocciolo;
che è in se stesso immobile, simile
al nocciolo del pianeta
che tende attorno a sé
un’infinità di braccia della gravità,
stringendo a sé tutto e all’improvviso
in un abbraccio così forte,
che gli salta tra le braccia il movimento.
*
E dopo che avrò fatto in modo che il correre mi superi,
dopo che
muovendosi in se stesso si fermerà
come impietrito, oppure
più esattamente simile al mercurio
dietro al vetro
dello specchio,
mi guarderò in tutte le cose
e le abbraccerò in me stesso
simultaneamente,
ed esse
mi respingeranno, dopo che
tutto quello che era in me cosa
sarà trasformato, già da tempo, nelle cose.
*
Eccomi
restando ciò che sono,
con bandiere di solitudine, scudi di freddo,
corro indietro verso me stesso,
strappandomi da ogni dove,
sradicandomi da ciò che mi sta davanti,
da ciò che mi sta dietro, da destra, e
da sinistra, dal sopra, e
dal disotto, allontanandomi
da ogni dove e offrendo
ovunque i segni del ricordo:
al cielo – stelle,
alla terra – aria,
alle ombre – rami con foglie su di essi.
*
Appoggiarsi alla propria tua terra
quando sei seme, quando l’inverno
scioglie le sue ossa bianche e lunghe
e sorge la primavera.
Appoggiarsi al proprio tuo paese
quando, uomo, sei solo, quando manchi
d’amore,
oppure semplicemente quando l’inverno
si dissolve e la primavera
muove lo spazio sferico
come il cuore
da se stesso verso i margini.
Accedere pulito ai lavori
di primavera,
dire ai semi che sono semi,
e dire alla terra che è terra!
Ma prima di tutto,
noi siamo i semi, noi siamo
coloro che sono visti da tutte le parti simultaneamente,
come se vivessimo direttamente in un occhio,
oppure in un campo, dove, al posto dell’erba
crescono sguardi – e noi con noi stessi
d’improvviso, duri, quasi metallici,
falciamo i fili d’erba perché essi
siano uguali a tutte le cose
nel mezzo delle quali noi viviamo
e le quali
il nostro cuore ha partorito..
Ma prima di tutto,
noi siamo i semi e ci prepariamo
da noi stessi a gettarci in qualcosa
di molto più elevato, in qualcosa d’altro
che porta il nome della primavera…
Essere dentro i fenomeni, sempre
dentro i fenomeni.
Essere seme e appoggiarsi
alla propria tua terra.
Nota bio/bibliografica di Nichita Stanescu su Wikipedia.org

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