In Acqua e tempo. Echi e teorie del divino (Pequod 2025), Gianluigi Marchesi compie un’operazione rara nella poesia contemporanea: tenta di riportare il sacro nel corpo, nella materia, nella storia e nella fragilità quotidiana. Il risultato è un libro stratificato, ambizioso, attraversato da una tensione continua tra tradizione religiosa, riflessione filosofica e ricerca poetica. Ma soprattutto è un libro che prova a sottrarre il «divino» alla metafisica per restituirlo all’esperienza umana.
La prima impressione che si ha leggendo la raccolta è quella di trovarsi davanti a una poesia che non vuole semplicemente evocare il sacro: vuole incarnarlo. L’acqua, il sangue, le mani, il corpo, la fame, la nascita, la voce, la pelle, il dolore e il desiderio diventano strumenti di una nuova liturgia terrena. Non c’è più distanza tra cielo e terra: il sacro si consuma nella carne.
È qui che il libro trova la sua intuizione più forte. Marchesi non cerca Dio nell’assoluto, ma nel gesto. Nella relazione. Nell’atto umano che diventa presenza. In questo senso il divino non è più un’entità trascendente, bensì una pratica performativa: qualcosa che accade nel qui e ora, nel bel mezzo di un incrocio di sguardi. Qualcosa che si realizza nel contatto tra esseri umani.
Basterebbe leggere versi come: «L’abbraccio è divino / se la coscienza / è presenza» oppure «Il divino in me / è l’amore / che più riveli». Qui il sacro smette di essere dogma e si trasforma in esperienza concreta, corporea, quasi teatrale. È una sacralità che si manifesta attraverso l’azione, non attraverso la fede. Attraverso l’etica, non attraverso la trascendenza.
L’intera raccolta è costruita su questo impianto. La figura di Cristo, ad esempio, non viene mai trattata come semplice oggetto teologico. Gesù diventa corpo vulnerabile, voce umana, figura storica immersa nel dolore e nella comunità. Persino le immagini evangeliche vengono svuotate della loro aura ultraterrena per essere rilette come esperienze emotive e politiche. L’autore insiste più volte sul fatto che il valore del cristianesimo non risiede nella verità metafisica dei dogmi, ma nella sua eredità storica, etica e antropologica.
Da questo punto di vista Acqua e tempo è anche un libro profondamente contemporaneo. Perché affronta una crisi molto attuale: quella della perdita dei simboli condivisi e del collasso delle grandi narrazioni religiose. Tuttavia Marchesi non reagisce con nostalgia. Non tenta di restaurare il sacro tradizionale. Fa qualcosa di più interessante: lo attraversa, lo smonta e infine lo reincarna nella realtà quotidiana.
Così il corpo assume una centralità assoluta. Il corpo è memoria, conflitto, possibilità di amore e luogo della rivelazione. Non è un caso che molte poesie insistano sulla fisicità delle immagini: il «sangue», la «sete», il «parto», «le mani», «la carne», «il sudario». Anche quando il linguaggio si fa simbolico, resta sempre ancorato a una dimensione materiale. Il sacro di Marchesi non ascende, ma tocca, ferisce, attraversa l’altro per volgere, semmai dopo, lo sguardo al cielo.
In alcuni momenti questa tensione produce testi di grande intensità. Poesie come Il male per amore, La discesa e i re o Divinità storica riescono davvero a trasformare il pensiero filosofico in immagine poetica. Ed è forse questa la qualità più interessante del libro: la capacità di fondere teoria e lirismo senza separare riflessione ed emozione.
Naturalmente un progetto così ambizioso comporta anche dei rischi. Talvolta la componente teorica tende a sovraccaricare il testo poetico; alcune spiegazioni presenti nella seconda parte finiscono quasi per guidare eccessivamente il lettore, riducendo l’ambiguità naturale della poesia. Ma anche questo aspetto rivela qualcosa di autentico: Acqua e tempo non nasce come semplice raccolta lirica, bensì come tentativo di costruire un pensiero poetico complesso, un sistema simbolico in dialogo con antropologia, sociologia, filosofia e teologia.
Eppure, al di là delle sue architetture teoriche, ciò che rimane davvero impresso è altro: il tentativo di salvare l’umano attraverso una nuova idea di sacro. Un sacro non verticale ma orizzontale. Non eterno ma temporaneo. Non assoluto ma relazionale.
Nel mondo immaginato da Marchesi, il miracolo non coincide più con la trascendenza. Coincide con la possibilità di riconoscere l’altro nella sua umanità. Di amarlo. Di costruire una comunità. Di abitare il dolore senza trasformarlo in violenza. È una spiritualità della presenza, della responsabilità reciproca, della vicinanza.
Per questo Acqua e tempo è un libro che parla soprattutto al nostro presente: a un’epoca che ha perso Dio ma continua disperatamente a cercare forme di senso, di rito e di comunione. Marchesi sembra dirci che il sacro non è scomparso: ha semplicemente cambiato corpo.
Acqua e tempo. Echi e teorie del divino, Alessandro Pertosa, Gianluigi Marchesi, peQuod, Poesia contemporanea, Poesia italiana
