Ciao Alessandro, ben trovato. Sei una delle poche persone che sempre sempre, a prescindere da stanchezza o impegni, sia al telefono che quando ci si incontra mi metti subito allegria. C’è nel tuo essere un po’ sempre altrove, impegnato in pensieri alti, qualcosa di puro che riesci a trasmettere e a rendere vivo. Una mente brillante e dallo sguardo trasversale, mai banale e soprattutto ostinatamente originale. C’è sempre quando si ha a che fare con le tue parole, siano esse scritte o ascoltate, l’acume della vista e al contempo l’intrecciarsi di realtà e utopia, un voler andare al nocciolo con la lievità di chi passeggia lungo una spiaggia.
La prima domanda di solito è “cosa stai leggendo” ma per te vorrei declinarla in chi e che cosa stai sondando in questo momento?
Cara Cristina, intanto grazie di cuore per i tuoi generosi complimenti.
La risposta alla tua domanda mi risulta particolarmente difficile per le ragioni che subito ti spiego. Progressivamente sto lasciando sempre più indietro il mondo che mi ha occupato dal punto di vista lavorativo, cioè quello dei classici greci e soprattutto latini (anche se sono alle prese con una traduzione del meraviglioso Petronio), per dedicarmi sempre di più alla poesia, in particolare alla poesia italiana contemporanea. Questo ha fatto sì che abbia da molto tempo e per molto tempo trascurato la narrativa. Poi improvvisamente ho scoperto una app di audiolibri che posso ascoltare al telefonino negli infiniti tempi morti delle giornate: mentre fai i lavori di casa, cucini, pranzi, riordini, ti prepari per uscire, vai in automobile o fai la necessaria passeggiata giornaliera… E da allora ho recuperato – si vede che di tempi morti ne ho molti di più di quanto mi sembrasse: ma a ben guardare ciascuno di noi ne ha una caterva – una quantità incredibile di “letture” che non avevo avuto il tempo di fare, o che mi piaceva ripetere (in quest’ultimo caso per esempio intere zone della Ricerca di Proust, o Moby Dick di Melville). Così mi capita una situazione schizofrenica. da un lato, quando posso leggere, mi dedico alla poesia: ultimamente ho passato molto tempo su Luca Canali, perché ho collaborato a un’integrale delle sue non poche raccolte, in stampa presso Cloralia di Torino. Ma intanto ho scoperto molte interessanti voci poetiche che ignoravo quasi del tutto, come Marco Bellini, Massimo Pomi, Norma Stramucci e soprattutto Mauro Sambi – cui mi sono dedicato particolarmente. Dall’altro ho vissuto lunghe immersioni in narratori di tutti i tipi e delle più svariate letterature, che per una ragione o per l’altra mi era avvenuto di trascurare. Sono quasi due anni che, fra una cosa e l’altra, viaggio su una media di almeno due o tre ore di ascolto narrativo al giorno, e quindi i testi fruiti sono ormai nell’ordine delle centinaia. Ti posso confidare le esplorazioni che più mi hanno coinvolto e colpito (pur tenendosi conto che – come ho sperimentato con Proust e Melville – ascoltare non è come leggere: è un’esperienza per forza di cose più ‘volatile’, aleatoria e di conseguenza più superficiale). In questo ormai cospicuo attraversamento della letteratura universale, i testi che mi hanno più sorpreso e impressionato sono: Il gattopardo di Tomasi di Lampedusa; Dürrenmatt (specialmente La promessa!); l’inesauribile fascino di Jane Austen; l’epica di Fenoglio e – del tutto a sorpresa – una lunga immersione in quell’incredibile narratore che è George Simenon: fra i libri più amati c’era per me da tempo il suo Il fidanzamento del Signor Hire (di cui non c’è audiolibro), e allora mi sono messo ad accostare altri suoi romanzi: ha una capacità di essere avvincente letteralmente sbalorditiva. Questo mi ha fatto provare (superando il pregiudizio nei riguardi di un tipo di letteratura considerabile minore e di pura evasione) a ascoltare anche i polizieschi relativi a Maigret: e non ne sono più uscito finché non ne ho esauriti gli audiolibri (più di una trentina). Fra i narratori italiani contemporanei mi ha colpito soprattutto Viola Ardone, specialmente per Grande meraviglia, ma anche per gli altri due romanzi della sua Trilogia del Novecento, e per il neonato Tanta ancora Vita.
So che ricevi tantissimi libri tra quelli che giungono come Giurato di Premi, quelli inviati dalle case editrici e quelli degli autori che sperano in un tuo sguardo benevolo sulla loro opera. Vorrei però discorrere dell’Alessandro che esce e decide di passare in libreria, per puro piacere.
Quindi da cosa parti per scegliere un libro? Cosa ti muove a comperarlo? Oppure più semplicemente (ma solo in apparenza): cosa cerchi?
Cerco di non cercare e di andare il meno possibile in libreria, se no troppe cose porterei via e ingolferei una situazione già sovraccarica. In linea di massima seguo la poesia italiana contemporanea, e alla letteratura relativa all’esperienza del carcere: da anni coordino infatti un volontariato culturale nell’Istituto di pena di San Gimignano e ho contratto una carcerite acuta che condiziona gran parte dei miei interessi. Di recente ho quasi per caso scoperto un libro incredibile, a cura di Tommaso Spazzini Villa: Autoritratti, edito da Quodlibet. È praticamente un’anastatica dell’Odissea tradotta da Rosa Calzecchi Onesti, ma sui singoli fogli – che lui ha distribuito fra vari reclusi – i detenuti hanno cerchiato poche parole che costituiscono un loro microautoritratto. Per ogni pagina, un diverso autoritratto (e alcune pagine sono riportate senza interventi, là dove il detenuto che ha ricevuto quel foglio ha preferito non partecipare).
Poi, può capitare di tutto: basta che veda un libro di qualunque tipo cui soggiaccia un’idea e difficilmente resisto. Ultimamente ho dato la caccia a vari titoli di Fruttero e Lucentini: per il centenario di Fruttero, Einaudi ristampa nella bianca le poesie di L’idraulico non verrà, prima opera a vedere i due amici riuniti in unica ditta, e mi ha incaricato di fare la prefazione. Questo mi ha spinto a entrare meglio nel loro bizzarro e ricchissimo universo.
Ho avuto la grande opportunità di poterti ascoltare e saggiare la tua grande ironia e capacità di cura. Ho in mente una bellissima foto che è diventata anche la copertina di un omaggio ad Alberto Bertoni nella quale tu reggi l’ombrello per permettere a lui di leggere. E ricordo tante foto simili di varie occasioni, non sempre con l’ombrello, ma una volta mentre reggi i libri, un’altra mentre passeggi immerso in una discussione con la persona accanto; una grande umanità e attenzione. Credo che questo sia la summa anche del tuo percorso da lettore oltre che di uomo. Quali sono i testi o le figure ai quali ritorni più spesso? Li rileggi ciclicamente? E quale senso ha questo tornare per te?
Ci sono alcune personalità letterarie “scavate nella mia vita come un abisso”. Le principali sono (a parte Dante, sempre con me) Guido Gozzano, Carlo Emilio Gadda e, forse più di tutti, Angelo Maria Ripellino, tanto poeta quanto prosatore. In Ripellino ho individuato un vero e proprio modello esistenziale. Al centro del suo universo stava saldamente la poesia, e affrontava come un’opera di poesia tutto ciò cui poneva mano: la saggistica, la corrispondenza giornalistica, la didattica universitaria, il puro e semplice scrivere una lettera. Si è mosso a altezze intellettuali per me vertiginose e paradigmatiche, e torno spesso alle sue frasi, ai suoi versi, a quanto mi ricordo di lui e a quanto non me ne ricordo per tornare a nutrirmene: perché – per riciclare una bella frase che ho letto nel magistrale commento di James J. O’Donnell alle Confessiones di Agostino (lo scrive per l’importanza avuta per il santo dall’ Hortensius di Cicerone) – è divenuto parte integrante della mia “vita interiore spontaneamente citata”. Grazie di tutto e auguri per la tua bella rubrica.
Alessandro Fo ci fa dono di due sue poesie: “Carcere e nuvole” ed “Eclissandomi” tratte da Luci e eclissi (Einaudi, 2026) nonché di due poesie di Angelo Maria Ripellino dagli incipit “É tanto che non ti scrivo” da Lo splendido violino verde (Einaudi, 1976) e “Autunnale barocco”, (Guanda, 1977) ora in Poesie prime e ultime (Aragno, 2016): potete ascoltarle, lette dal poeta stesso, cliccando QUI
