Commento a margine (XXVII): Loriana D’Ari

Autore/a cura di:

Loriana D’Ari, dei vivi e dei morti (Arcipelago Itaca 2026)



antigone, testamento

io donna nel mio ventre sottile
spezzerò questa catena micidiale
perché antigone è il mio nome
nata al posto di un altro.
fratello, levigherò questa crosta di
sangue e fango fino a restituirti un volto
e soffierò nei tuoi polmoni tanta vita
per quanta sciagurata colpa
è sopravvivere ai morti, portarli
come d’inverno nelle vene un canto
di passeri sepolti nella neve

*

le altalene

ognuno ritorna a sera, novembre d’umida carezza
nei rintocchi all’ora di cena.
rincasano gli ultimi, mentre curo la posa dei passi lungo
la scia di foglie cadute, un giallo ocra
che dilava all’avorio della luna.
proprio qui, solo ieri, correvano i bambini.
delle altalene gemelle l’una sembra immobile da sempre
l’altra oscilla, come un pendolo, addolcisce
solo il cigolio, e continua
dondolando

(senza suono)

*

dove mi parli non è un luogo
ma la scia di un frammento celeste
che dal nulla mi accende un orizzonte

trasversale, mi accadi
se rimango più a lungo a ciondolare nella culla
del vuoto. finché una voce vi si china

da un altrove, ma solo il suono senza
le parole. non so dire se le invento
per esserti più accanto o se davvero

dormiamo mentre i sensi tramano
la vita, un sonno d’alghe gettate sulla riva

*

le ultime notti dormivi sul divano
lo so dal bozzolo che hai lasciato
così arruffato che sta in piedi da solo
un nido di coperte intorno a un vuoto
ma così denso che ho paura a toccarlo
come se ancora potesse contenere
un corpo che non è più qui, né altrove.
questa non è la mia città, dicevi sempre
e questa casa non era la tua casa.
i senzatetto s’ammucchiano le ossa
a farsi tana, o focolare
così esposti, ma senz’accesso
o soglia per entrare o per uscire
solo la pelle che si fanno con l’odore

*

piove da giorni tanto che non sento
più il rumore dell’acqua quando cade
vorrei snidare tutto questo presente
da svanire. come quando fisso
nel vuoto e stacchi le ali da un’alba
ghiaccia come una grandine
s’incendia e scarica il lampo
(ho sempre degli elettrodi sul cuore)
in questo mare alveare che mi allaga
e ti chiedo: da quanto siamo morti?
mi guardi fisso ancora, e non rispondi

*

io sono qui, dove ti penso. tu anche sei qui
dove manchi. nient’altro ti somiglia come questo
vuoto denso, dai contorni in negativo accesi
(lo sfondo non esiste / lo sfondo è casa).
se esistere è in relazione, se siamo là fin dove
giunge l’eco, tu mi sei qui: dov’è un orecchio.
tu che esisti più di me, che non mi senti
mentre muovo a tentoni questo buio
che è casa









Basterebbe una parola soltanto, quella che tace. Una sola parola che sappia entrare nel complesso meccanismo dell’assenza di rumore quando non perde di vista l’estatica vertigine del volo o il cigolio di una altalena posizionata nel mezzo di un movimento oscillatorio dal forte richiamo simbolico, aderente a una idea di sottrazione e di riapparizione, per quella alternanza di stati contrastanti snidati dal sonno nello scorrere stesso delle ossa tese sino al fondo dei nostri fondamenti primari, nell’odore del sangue senza suono dove senza suono è l’appena percepito tra l’esperienza di una elevazione a potenza e l’immobilità che la genesi oblia pur essendo al suo interno contenuta l’origine del sogno dentro al sogno a vivo di un ancora da accadere per poi cadere vuoto e sintomo di una emancipata dislocazione nell’incorrotto della luce. Loriana d’Ari estende il baricentro dell’infinito sin dove lo sfondo non esiste perché lo sfondo è il solo sostantivo che ci trattiene; lo sfondo è casa con l’entrata esposta alla sorgente del buio che dilava all’avorio della luna per dare possibilità di nutrimento alle ali dell’alba nello stupefacente dondolio dell’esistenza che prova lo sguardo oltre l’oltre di quella univoca traiettoria appesa e isolata dall’interrogazione di una realtà predata dalla possibilità che ha il vento di trasportare un corpo a un altro corpo ricomposto dal nucleo appena sorto di un istante acceso nell’oscurità di una culla senz’accesso tra i rami della pioggia per occasione che affiori quel legame di appartenenza al ventre di un io donna, assertivo di genere strutturato su più livelli sistemici come gli anelli di un albero che respira immerso nel gelido corpo dell’humus; l’affermazione della vita sino dentro la morte, eppure non esiste morte se esistere è in relazione, se siamo là fin dove / giunge l’eco.













Loriana d’Ari vive a Genova, dove lavora come psicoterapeuta. Ha pubblicato su diverse riviste e blog letterari e ricevuto riconoscimenti in occasione di vari premi, tra cui “Bologna in Lettere”, “Poesia di Strada” e “Lorenzo Montano”. La sua raccolta d’esordio, silenzio soglia d’acqua, è risultata vincitrice della VI edizione del premio “Arcipelago itaca” (raccolta inedita, opera prima) e pubblicata nel maggio del 2021 per Arcipelago itaca Edizioni. dei vivi e dei morti è vincitrice della XXIV edizione del Premio InediTO – Colline di Torino.







Fotografia in copertina di Daìta Martinez