(Con poesie e testi di Primo Levi, Gabriella Sica, Rosita Copioli, Italo Calvino, Eugenio Montale, Anna Maria Carpi, Pier Franco Uliana)
«Fortemente gregari, abitavano da sempre le campagne coltivate, dove talvolta depredavano in misura massiccia le vigne e gli uliveti. Da non molti decenni hanno scoperto le città: pare che si siano installati a Londra nel 1914, e da pochi anni sono arrivati a Torino. Qui hanno scelto come dormitori invernali alcuni grandi alberi, in piazza Carlo Felice, in corso Turati e altrove, i cui rami, quando d’inverno sono spogli, a sera sembrano sovraccarichi di strani frutti nerastri.
All’alba partono in reggimenti serrati per il lavoro, cioè per i campi al di là della cintura industriale; rincasano al tramonto, in stormi giganteschi, di migliaia di individui, seguiti da ritardatari sparsi. Visti da lontano, questi voli sembrano nuvole di fumo: ma poi, a un tratto, si esibiscono in evoluzioni stupefacenti, la nuvola diventa un lungo nastro, poi un cono, poi una sfera; infine si ridistende, e come una enorme freccia punta sicura verso il ricovero notturno».
Questi ottimi passaggi, funzionano talmente bene come introduzione, che – omettendo le virgolette che indicano trattarsi di una citazione – avrei potuto tranquillamente spacciarli, anche per questioni geografiche, come miei. Se non fosse che si concludono con una domanda che fa intravedere la grandezza poetica dell’autore: «Chi comanda l’esercito? E come trasmette i suoi comandi?». È, infatti, Primo Levi[1] in Le più liete creature del mondo che traccia perfettamente le caratteristiche salienti dello Storno comune (Sturnus vulgaris), passeriforme («un grosso passero gregario[2]») di una ventina di centimetri di lunghezza, di origine euroasiatica, ma attualmente diffuso in molte le zone a clima temperato e boreale, compreso il continente europeo e il bacino del Mediterraneo. In Italia è stabilmente nidificante, specie al Nord[3], che in inverno accoglie contingenti migratori svernanti dal Nord Europa. Predilige contesti agricoli, pianure coltivate, aree periurbane e centri abitati. Se in passato era solito trascorrere la notte nei canneti e nei boschi, da alcuni decenni ha dimostrato una spiccata preferenza per i dormitori nelle aree urbane e suburbane, dove si rifugia di sera.
Sono proprio gli spostamenti in grandi stormi dalle mense delle campagne — con un menù a base di invertebrati, semi e piccoli frutti, estremamente adattabile — ai dormitori (“roost”) delle città; le spettacolari evoluzioni degli stormi, composti da decine o centinaia di migliaia di individui; le chiassose dispute per conquistarsi i posti migliori per passare la notte sugli alberi e le invadenti tracce che residuano negli ambienti urbani, lungo le vie e sulle auto posteggiate: sono queste le “caratteristiche salienti” puntualizzate da Levi e, in definitiva, il carnet di occasioni colte con ricorrenza e specificità dai poeti che ne hanno scritto.
«Migravano sulle campagne / a beccare le olive, in enormi / stormi neri[4]» scrive, infatti, Rosita Copioli e Gabriella Sica, residente nell’urbe, rimarca: «vengono dalla campagna in città per un riparo[5]». Situazione che tra il rumoroso cicaleggio («che caciara / senti che caciara, dice il tassista / ma perché non volano a Villa Borghese, / Villa Ada[6]» e l’abbondante lascito di guano (il «quotidiano tormento / nauseabondo delle auto / e del selciato[7]») si è in alcune situazioni trasformata in un’emergenza di convivenza urbana che non solo ha suscitato le lamentele dei cittadini, ma che ha dato vita a ripetuti tentativi di contenimento e controllo. In diverse città italiane — a partire proprio da Roma — si è fatto ricorso nel tempo a un ventaglio di strategie: dalle dissuasioni acustiche e visive (i segnali d’allarme diffusi tramite altoparlanti, i famosi bioacustici, o la falconeria) fino a ventilate e dibattute ipotesi di abbattimenti o contenimenti numerici nei contesti agricoli circumvicini. Interventi drastici e coattivi[8] che ben riflettono l’incapacità dell’antropizzazione moderna di tollerare i ritmi e gli ingombri del selvatico (lungo sarebbe l’elenco…), bello e prezioso finché non minaccia le strade e le piazze.
Gli storni alla stazione Termini, di Gabriella Sica[9]
Volano in larghe schiere scossi dall’aria gli storni
vengono dalla campagna in città per un riparo
seguono le regole un fischio e squittii brevi
disegnano nel cielo triangoli e lunghe righe
che sfrecciano ora mutano spessore e forma
nuvole nere fregi arabeschi cangianti del vivere
mentre noi camminiamo a testa bassa e curvi
alla stazione tra gli alberi radi nella sera
vanno di qua e di là di su e di giù frenetici
andare in branco e la difesa orme manovre
estreme alleggerimenti l’allarme nel silenzio
disegnano nel cielo l’ansia la tremenda bufera
di anime in pena nel tempo freddo sbattute
al termine le ali alzate alla foce di prosa
Gli storni, di Rosita Copioli[10]
Questa sera sono tornata a Roma
in un primo giorno di dicembre
quasi sotto Natale.
Non c’è più freddo.
Non devi nemmeno più
rabbrividire.
Dal tassì all’incrocio,
davanti alla stazione,
abituati al cambio delle luci,
alle luci snervanti della città.
Migravano sulle campagne
a beccare le olive, in enormi
stormi neri. Lo fanno ancora,
sicuro. Ma cosa li porta
qui, su questi lecci dove forse
sono abituati a riposare,
come gli emigranti
divenuti stanziali,
come le domestiche di colore
che a Termini cicalecciano
i giovedì pomeriggio – che caciara,
senti che caciara, dice il tassista,
ma perché non volano a Villa Borghese,
Villa Ada, di sicuro al buio, ora.
Quando mai dormiranno,
i mille e mille storni garruli[11].
Nessuno di loro dorme più.
O dormiranno un sonno
finito in ciangottio, anche volando.
Diventati come noi,
alieni a ciò che era
mutati e mutanti,
drogati di ciarle e ciance
Ma i poeti – e non solo – sono comprensibilmente colpiti ancor di più dal loro volo di gruppo, dallo “stormo di storni”, dal «farsi / e disfarsi senza posa / di impressionanti nugoli / di uccelli in successiva / rapidissima picchiata[12]», dai disegni nel cielo «di triangoli e lunghe righe / che sfrecciano [e] mutano spessore e forma[13]» che «formano figure e oscurano il cielo / […] / a scomporsi e ricomporsi[14]» e che «Passano in formazioni romboidali / […] / visti e scomparsi in un baleno[15]», «un pulvisvolo d’ali / [che] invade la cupola del cielo[16]. Queste straordinarie evoluzioni coordinate e sincronizzate[17], sovrapponibili alle dinamiche dei banchi di pesci, per lungo tempo hanno costituito un enigma per la fisica e la biologia, assunto che nulla in natura è casuale o privo di funzione. Proprio l’osservazione degli stormi nei cieli di Roma ha portato il premio Nobel Giorgio Parisi a dimostrare come la coesione del gruppo non dipenda da un leader, bensì da un’auto-organizzazione dove ciascun individuo interagisce e si adatta costantemente ai movimenti di un numero fisso di vicini (circa sette)[18]. Questa fitta rete di propagazione dell’informazione assume una fondamentale funzione ecologica: oltre a ottimizzare i flussi d’aria, la danza collettiva agisce come difesa visiva (“ipotesi del dilemma del predatore”), creando un’illusione ottica mutante che disorienta i rapaci e rende loro quasi impossibile isolare un singolo individuo per sferrare l’attacco. Non un puro virtuosismo estetico, ma un imperativo biologico, come già riportato da Ludovico Ariosto: «Come per l’aria, ove han si larga piazza, / fuggon gli storni da l’audace smerlo[19]»
E, senza anticipare – tanto alla seconda riga si svela già l’autore – ecco il resoconto di un’altra l’osservazione degli stormi nei cieli di Roma, quasi un antefatto, altrettanto interrogativo, rispetto a quella di Parisi: «C’è una cosa straordinaria da vedere a Roma in questa fine d’autunno ed è il cielo gremito d’uccelli. Il terrazzo del signor Palomar è un posto d’osservazione, da cui lo sguardo spazia sopra i tetti per un’ampia cerchia d’orizzonte. Di questi uccelli, egli sa solo quello che ha sentito dire in giro: sono storni che si raccolgono a centinaia di migliaia, provenienti dal Nord, in attesa di partire tutti insieme per le coste dell’Africa. Di notte dormono sugli alberi della città, e chi parcheggia la macchina sul Lungotevere, al mattino, è obbligato a lavarla da cima a fondo.
Dove vadano durante il giorno, che funzione abbia nella strategia della migrazione questa sosta prolungata in una città, cosa significhino per loro questi immensi raduni serali, questi caroselli aerei come per una grande manovra o una parata, il signor Palomar non è ancora riuscito a capirlo. Le spiegazioni che si danno sono tutte un po’ dubbiose, condizionate da ipotesi, oscillanti tra varie alternative; ed è naturale che sia così, trattandosi di voci che passano di bocca in bocca, ma si ha l’impressione che anche la scienza che dovrebbe confermarle o smentirle sia incerta approssimativa. Stando così le cose, il signor Palomar ha deciso di limitarsi a guardare, a fissare nei minimi dettagli il poco che riesce a vedere, tenendosi alle idee immediate che gli suggerisce ciò che vede.[20]». È Italo Calvino, che in Palomar (1983) sembra quasi sollecitare il fisico Premio Nobel a occuparsi del misterioso fenomeno!
Questa specie di “creatura multicellulare” sui generis che è lo stormo di storni porta con sé speculazioni quasi inevitabili e immanenti riflessioni sul rapporto tra l’Uno e il Molteplice. Oggi si potrebbe parlare, pur con un certo grado di approssimazione, di “mente-alveare” (hive mind), chiamando a una tavola rotonda biologi, etologi, fisici e filosofi. Tuttavia la lingua e la visione della Poesia – lo abbiamo imparato – sono spesso sorprendenti e arrivano prima o più vicino al nucleo profondo delle cose.
Così, confermando come il singolo storno sia quasi sistematicamente[21] descritto come anima cellulare del macrostormo, Eugenio Montale più d’altri costruisce la sua metaforica riflessione proprio sul rapporto tra loro e noi umani, Anna Maria Carpi la polarizza – meno specificamente – sull’asse cielo-terra, mentre raffinato e ironico è il parallelo ornitopoetico di Pier Franco Uliana sul cantare dei pochi e il vociare dei molti «aùguri da condominio».
descritto quale cellula di un macro-organismo, Eugenio Montale, più di ogni altro, costruisce la sua metafora riflettendo sul rapporto speculare tra la loro collettività e la nostra umana. Anna Maria Carpi polarizza invece il contrasto – in modo meno specifico per la specie – sull’asse verticale cielo-terra, mentre raffinato e sottilmente ironico è il parallelo ornitopoetico di Pier Franco Uliana tra il canto dei pochi e il vociare dei molti: veri e propri «àuguri da condominio».
Da un taccuino di Eugenio Montale[22]
Passano in formazioni romboidali
velocissimi altissimi gli storni
visti e scomparsi in un baleno
così fitti
che non c’è punto di luce
in quel rombo –
saranno i più duri a sopravvivere
secondo gli ornitologi ecologi
e ciò che sappiamo di loro
è poco ma è moltissimo –
magari potesse dirsi
lo stesso
delle formazioni sub-erranti
vociferanti
dell’uomo.
[Storni nell’aria] di Anna Maria Carpi[23]
Storni nell’aria,
migrano questi figli dell’autunno,
una mano gigante li ha lanciati
su in cielo. Sbandano, ritornano,
nel loro giubilo d’essere nessuno,
i bimbi del creato.
Tutti via, poi il gioco ricomincia,
il gioco in alto, al freddo, senza tempo.
Non c’è gioco per noi, noi giù nel tempo
per le vie del quartiere.
Foglie, una cosa sola, solo qualche fruscio,
un giacere comune, ultimi battiti,
poi una terrea quiete.
Habitat di Pier Franco Uliana[24]
I canori sono sempre di meno,
i begli uccelli dal becco gentile
minati sappiamo da che e da chi.
Solo gli storni sembrano adattarsi
alla vita di città, anzi, ne fanno
come noi il loro habitat ideale,
l’evoluzione è selettivamente
prosaica e ha il senso delle simmetrie,
che corrisponda al bipede un alato!
Estinti ormai gli ultimi trovatori,
non fanno che crescere, a stormi, quelli
come me, gli àuguri da condominio.
Non si può infine chiudere una riflessione su questi volatili senza un cenno alla celeberrima «cavallina storna» di Giovanni Pascoli, notoriamente buon conoscitore dei volatili. Dal punto di vista etimologico e ornitologico, si tratta di un preciso richiamo cromatico: l’aggettivo designa infatti un mantello grigio picchiettato di macchie chiare, chiamato così proprio per la perfetta somiglianza con il piumaggio invernale dello Sturnus vulgaris, caratterizzato da una minuta punteggiatura bianca sulle penne scure. Un cortocircuito linguistico in cui l’uccello dà il nome al colore del cavallo.
[1] Primo Levi, «Le piu liete creature del mondo», in Ranocchi sulla luna e altri animali, Einaudi, 2014.
[2] Franco Marcoaldi, Miracolo dello storno, in Animali in versi. Un nuovo canzoniere, Einaudi, 2022.
[3] In Sardegna e in parte della Sicilia lo storno comune è sostituito o affiancato dallo Storno nero (Sturnus unicolor). In Sardegna, in particolare, la presenza dello storno comune è limitata e principalmente invernale/svernante.
[4] Rosita Copioli, Gli storni, in Il postino fedele, Mondadori, 2008.
[5] Gabriella Sica, Gli storni alla stazione Termini, in Le lacrime delle cose, Moretti & Vitali, 2009.
[6] Ibidem.
[7] Franco Marcoaldi, cit.
[8] A Roma, tra le città più interessante dall’inurbamento degli storni, per esempio si sono sviluppati piani di contenimento attraverso dissuasori bioacustici (amplificazione del grido d’allarme dello storno, il distress call) utilizzati sui polmoni verdi e sui viali alberati come i lungotevere per dissuadere la sosta nei dormitori e si sono periodicamente attuati esperimenti periodici con i falconieri.
[9] Gabriella Sica, cit.
[10] Rosita Copioli, cit.
[11] L’aggettivo garruli ci ricorda la natura ininterrottamente ciarliera dell’animale, nodo verbale che lega il volatile alla tradizione dello stornello romano e centro-italiano, componimento breve (spesso di soli tre versi) caratterizzato dalla struttura a botta e risposta, in cui il canto o la rima “storna”, cioè ritorna o rimbalza da un cantante all’altro o verso l’incipit. Il termine condivide con la forma poetico-musicale sia la radice etimologica (dal verbo stornare, inteso come il «ritornare» o rincorrersi delle rime e dei repentini viraggi dello stormo), sia l’analogia figurativa con il fitto, canzonatorio e corale cicaleccio serale che caratterizza questi uccelli.
[12] Franco Marcoladi, cit.
[13] Gabriella Sica, cit.
[14] Giovanni Maurizi, Forse li vedi anche tu gli storni, in Attraverso la rete, Manni, 2012.
[15] Eugenio Montale, Da un taccuino, in Quaderno di quattro anni, Mondadori, 1977.
[16] Roberto Mosi, Nell’ora viola del tramonto, in L’invasione degli storni, Gazebo, 2012, (edizione e-book: LaRecherche, 2014).
[17] Il volo degli storni ha colpito gli osservatori fin dall’antichità, cosi che se ne trovano tracce già in Plinio il Vecchio: «È una caratteristica degli storni volare in flotta compiendo dei giri che formano una specie di palla e tendere tutti quanti verso il centro della schiera» (Storia Naturale, Libro X, XXIV).
[18] Giorgio Parisi, In un volo di storni. Le meraviglie dei sistemi complessi, Rizzoli, 2021.
[19] Ludovico Ariosto, Orlando Furioso, Canto XVI, 49, vv. 1-2.
[20] Italo Calvino, Palomar, Einaudi, 1983.
[21] Al punto che appare un unicum la poesia di Attilio Bertolucci Ad uno storno, dove il poeta si rivolge a un singolo individuo, un «nero storno sul tetto [che] raccoglie / l’ultima luce del giorno nel becco» (in Lettere da casa, sezione di La capanna indiana, Sansoni, 1951).
[22] Eugenio Montale, cit.
[23] Anna Maria Carpi, Quando avrò tempo, Transeuropa, 2013.
[24] Pier Franco Uliana, Ornitografie, Arcipelago itaca, 2016.
Immagine di copertina: Roma, stormo di storni (Sturnus vulgaris) al tramonto, di Lalupa, 2006, https://it.wikipedia.org/wiki/Sturnus_vulgaris#/media/File:Storni_1000128.JPG
