In copertina foto di Roxani Nikolaou
Roxani Nikolaou (Ρωξάνη Νικολάου) – FOLLE MAGNETE (ΣΑΛΟΣ ΜΑΓΝΗΤΗΣ)
Oggi vorrei raccontarvi qualcosa del libro di poesie Folle Magnete (Σαλός Μαγνήτης) edito dalla casa editrice greca Farfoulas, 2022, di Roxani Nikolaou, un libro che considero eccezionale da più punti di vista e che, proprio per la ricchezza dei suoi piani di lettura, non si lascia attraversare secondo un’unica direzione. È una raccolta nella quale poesia, memoria, corpo, luogo e tempo entrano continuamente in relazione, spostando ogni volta il punto di osservazione. Un libro che sorprende per la libertà delle immagini, per la sua capacità di deformare la realtà senza allontanarsene e, soprattutto, per il modo in cui trasforma ciò che è personale e ciò che appartiene alla storia in una materia poetica mobile, inquieta, attiva.
È questo movimento che vorrei seguire oggi: non tanto spiegare Folle Magnete, quanto attraversarlo da alcuni punti di vista che permettano di coglierne la complessità e, forse, di capire perché il suo magnetismo continui ad agire anche dopo la lettura.
Roxani Nikolaou è cipriota. Va messo a fuoco che lei è nata tre anni prima dell’invasione turca a Cipro con l’occupazione tutt’ora dell’area nord dell’isola. Per i ciprioti l’occupazione e l’usurpazione del 37% del loro territorio è una ferita aperta. Nata e cresciuta a Kolossi, nel distretto di Limassol, nel 1971, dopo molti anni trascorsi a Heidelberg e in altre città della Grecia e di Cipro è tornata a vivere nella sua casa natale, alle propaggini di Limassol (Λεμεσός), città mediterranea in continua trasformazione, oggi importante centro economico, commerciale e culturale dell’isola, attraversato da profondi cambiamenti urbanistici e sociali. Ha pubblicato quattro libri di poesia: Poesie 1991–1999, in edizione privata nel 2000; Il Forbiciere, nel 2018; Folle Magnete, nel 2022; e, nel 2024, I prossimi, una raccolta di microracconti, ibrida tra poesia e prosa. Tra il 2005 e il 2008 si è occupata anche della pubblicazione della rivista artistica e letteraria Psichadi, distribuita nelle città della parte libera di Cipro e nelle librerie di Atene.
Oltre a scrivere poesia, Roxani Nikolaou è figlia, sorella, moglie, madre, donna libera piena di legami nello spazio – tempo. Si occupa concretamente di piante aromatiche, erbe, oli e profumi, lavorando direttamente con le materie della terra e con le loro trasformazioni. Non si tratta, dunque, soltanto di una natura presente nel suo immaginario poetico: è una materia con cui entra fisicamente in rapporto, che coltiva, raccoglie, trasforma e conosce attraverso i sensi. Questa dimensione concreta trova una sua particolare espressione nel Myristikó – Μυριστικό, attività che Nikolaou conduce insieme a Iordanis Tsaousoglou. Erbe aromatiche confezionate in sacchetti, liquori all’arancia, al limone, al melograno e al gelsomino, olio d’oliva, marmellate, conserve dolci e persino piccoli gioielli artigianali all’uncinetto riempiti di erbe aromatiche fanno parte di questo lavoro sulla materia. Nel meraviglioso giardino del Myristikó ti offriranno il tè e una torta fatta dalle mani di Roxani. È un mondo nel quale le piante passano dalla terra alle mani, dalle mani all’olfatto, dall’olfatto a forme concrete di trasformazione. Insomma, stregonerie direbbero in altri tempi!
Mi interessano questi dati non come curiosità biografica, ma perché illumina il modo in cui la natura e la vita vissuta, entrano nella poesia di Nikolaou. Gli elementi naturali non sono semplicemente nominati o contemplati: hanno odore, consistenza, corpo, memoria. La poesia sembra nascere anche da una conoscenza sensibile della materia, da un rapporto diretto con ciò che cresce, si raccoglie, si conserva e come scrivevo prima, si trasforma. Non è forse casuale che, nella sua poesia, persino il tempo possa acquistare una consistenza sensibile. Scrive nella poesia Combattimento: Madre chiedi / alle foglie secche del tuo utero / (senti i miei passi?) / chiedi alla casa, alle chiavi / ai vicini / se mi conoscono / se m’hanno vista / mentre il loro corpo frusciava appena / innaffiando le piante / pulendo l’auto / e in segreto s’appassivano / e il loro sonno diminuiva / le sue spine / per un’attrazione inspiegabile / verso la morte (…)
Materia e tempo, nella sua scrittura, sembrano così appartenere allo stesso processo; entrambi vengono lasciati maturare, sedimentare prima di trovare una forma.
È forse da questa particolare relazione con il tempo che bisogna avvicinarsi a Folle Magnete.
Più di vent’anni separano la prima raccolta di Nikolaou da Folle Magnete. È una traiettoria che va controcorrente rispetto a un ambiente poetico nel quale i libri si susseguono spesso a ritmo serrato, quasi a segnare la presenza dell’autore. Nikolaou non sembra avere questa urgenza: segue piuttosto un tempo altro della scrittura, quello di una riflessione sulla poesia che non coincide con i tempi della pubblicazione. Il silenzio non è un vuoto tra due libri, ma parte del processo stesso: ciò che non viene pubblicato continua a maturare e a esercitare la propria pressione sulla scrittura.
È forse anche per questo che nei 53 componimenti di Folle Magnete il passato non appare come qualcosa di concluso, ma come una materia ancora attiva, capace di tornare e di modificare il presente. La raccolta può essere attraversata con una serie di trasformazioni: la strada diventa memoria – la memoria diventa corpo – il corpo diventa paesaggio – il paesaggio diventa ferita – la ferita richiama il passato – il passato non resta fermo: torna, attrae, agisce sul presente.
In Folle Magnete la realtà sembra continuamente perdere la propria disposizione ordinaria. Le cose si spostano, si animano, si trasformano: le strade parlano, gli alberi ricordano, i morti amano, gli animali osservano, il vento diventa interlocutore, il tempo può essere attraversato o spezzato. Ma questa alterazione non produce semplicemente un mondo surreale. È piuttosto il modo attraverso cui Nikolaou mette in crisi una realtà che, nella sua esperienza, è già profondamente fratturata.
(…) Mi ero appena raccolta / dai denti della finestra / mezzanotte come sempre / quando eri apparso seguito / dalla strada dell’addio (…)
Ma andiamo a guardare da più vicino il titolo del libro che offre una prima chiave: il folle è magnete. Da una parte c’è colui (il folle) che si sottrae alla misura ordinaria, alla norma, alla razionalità; dall’altra (il magnete) una forza che attrae e concentra intorno a sé corpi, memoria, luoghi, morti, passato. Il paradosso è strutturale: ciò che sta ai margini diventa un centro di attrazione. La parola σαλός (salós) – folle, stolto – sembra conservare qualcosa dell’essere che assume una posizione di radicale alterità rispetto all’ordine comune. Le immagini cristiane presenti nella raccolta – l’aceto e il fiele, l’icona, le spine, il corpo, la morte – rendono inevitabile interrogarsi sulla possibile risonanza della διά Χριστόν σαλότητα, la “follia per Cristo”. Ma Nikolaou non sembra limitarsi a riproporre questa figura religiosa: la attraversa, la sposta, talvolta la desacralizza e insieme ne riattiva la forza di opposizione. Il salós-folle potrebbe allora essere colui che non si adatta. Non è casuale che nella poesia “3022 d.C. Esiste una tenerezza numerica” i versi: La migliore capacità dell’uomo è l’adattamento venga immediatamente rovesciata da Io penso che sia la peggiore. Qui l’alterità assume una possibile dimensione etica: rifiutare l’adattamento può diventare una forma di resistenza.
La raccolta è inoltre attraversata da una continua osmosi fra corpo e luogo. Quando la poeta scrive: Taglia le case / taglia i marciapiedi / falcia i giardini / taglia il mare / taglia gli orizzonti / taglia i tempi.
La geografia si trasforma in un corpo sottoposto a una ferita. Casa, mare, strada, orizzonte e tempo diventano parti di una stessa anatomia. Il magnete del titolo può essere letto anche come questa forza invisibile che impedisce alle cose di rimanere separate. Un pomeriggio di mille anni fa: / menta nel vaso, cicale in diapason, / alberi che chiacchierano a bassa voce, / il mio amore cinguetta ai margini della cornice (…)
È qui che la storia di Cipro può entrare nella lettura senza trasformare la raccolta in una poesia dichiaratamente su Cipro. La frattura geografica, l’esilio, la distanza, il ritorno impossibile o differito, la patria lasciata alle spalle e continuamente riattraversata dalla memoria compaiono come esperienze del corpo e della lingua, non come temi illustrativi. Cipro non entra dunque nella raccolta come paesaggio da rappresentare, ma come frattura incorporata: una distanza che il corpo continua a portare con sé. Il titolo di una delle poesie più significative riprende e precisa quello della raccolta:
Se dovessi diventare un folle magnete, Dio mio, per i rifiuti e i pulviscoli dell’aria, non per loro.
La domanda decisiva diventa allora che cosa debba attrarre il magnete. Non “loro”, gli esseri umani evocati alla fine del titolo, ma i rifiuti e i pulviscoli dell’aria: ciò che è minimo, marginale, quasi invisibile. Il magnetismo della poesia si orienta così verso gli scarti, le particelle, ciò che il mondo tende a non vedere. E quel “Mio Dio! — Θεέ μου” introduce una tensione religiosa che convive con l’assurdo, l’ironia e il paradosso.
Una geografia che entra nella poesia. Anche Limassol, città nella quale Nikolaou è tornata a vivere, non è soltanto un luogo biografico, nella sua poesia case, giardini, alberi, fiori, mare e strade costituiscono una geografia affettiva nella quale il privato e la storia, il presente e ciò che è perduto, continuano a sovrapporsi. Da tener presente che nella letteratura cipriota il rapporto tra essere umano, case e giardini è particolarmente intenso e Roxani Nikolaou, nell’area periferica di Limassol, torna frequentemente nei suoi testi su case, giardini, alberi e fiori, che non rimangono semplici elementi dello spazio, ma diventano materia di trasformazione del tempo e dell’esperienza. La natura non è per lei soltanto materia da contemplare o da nominare, ma qualcosa con cui entrare fisicamente in rapporto, da coltivare, raccogliere e trasformare. Come è possibile / che il limone viva / col moschino / che gli solletica la buccia fredda /facciano l’amore / al parco giochi / mentre le altalene oscillano / avanti e indietro / nella tenerezza del vento / che spettina il moschino /
Per questo, nella sua poesia, la natura non è un repertorio decorativo né un semplice sfondo paesaggistico. È una materia viva, capace di passare dal corpo alla memoria e dalla memoria alla parola. Si coltiva, si annusa, si trasforma e ritorna nella scrittura. Persino il tempo, nella poesia di Nikolaou, sembra talvolta acquistare una consistenza sensibile. La geografia diventa così una delle forme attraverso cui il passato continua ad agire sul presente.
Il tempo come miniera. Il tempo nelle poesie di Roxani è un’immagine che illumina retrospettivamente il titolo Folle Magnete. La poeta non registra semplicemente il tempo: lo scava. E ciò che porta alla luce non appartiene necessariamente a un passato ordinato e riconoscibile. Sono frammenti, residui, corpi, voci, ombre. Un secolo remoto può diventare più vicino del proprio presente; una voce antica può raggiungere il corpo con maggiore immediatezza di ciò che è appena accaduto. Ma la miniera del tempo riserva anche un’altra scoperta: qualche volta, nelle sue profondità, Nikolaou dice di non trovare altro che sé stessa, che guarda sé stessa. La scrittura diventa così anche un luogo di autoriconoscimento e di straniamento, dove il soggetto può incontrarsi come qualcosa di remoto. E c’è, infine, una frase da una sua intervista riportata più sotto che sembra perfettamente coerente con questa idea mobile del tempo e della scrittura: se mi venisse posta la stessa domanda il giorno dopo, probabilmente risponderei diversamente. Anche la risposta, dunque, non è mai definitiva: come il tempo, continua a muoversi.
La concezione del tempo emerge con particolare chiarezza in un’intervista rilasciata da Nikolaou al giornale Phileleftheros il 20 agosto 2025, quando alla domanda “Come dialoghi con il Tempo nella scrittura? È un atto di riconciliazione o di resistenza?
Risponde: La domanda mi mette in difficoltà. Il tempo ribolle nel calderone dell’umano. Ci sono volte in cui sento che sono passati appena pochi anni dal XIV secolo d.C. o dall’VIII secolo a.C., mentre una sterminata steppa di estraneità mi separa dalla mia epoca. Forse l’estrazione mineraria è ciò di più preciso che riesca a pensare per la mia scrittura in rapporto al Tempo così come io lo percepisco: come una miniera eterna con infinite diramazioni di gallerie. Estraggo cenere, carbone, ossa, suoni, gemiti, ombre vive (con i cadaveri dei loro giorni), fossili di voci, pagliuzze d’oro in faglie di profondità incalcolabile, conchiglie di lacrime in tombe, un po’ d’acqua limpida. Per consegnarli all’oscurità protettiva della cripta di un libro. Non sono poche le volte in cui trovo nella solitudine me stessa che mi guarda. Se domani mi facessi la stessa domanda, ti darei, probabilmente, una risposta diversa.
Ecco alcune poesie di Roxani Nicolaou, da Folle Magnete – tradotte dal greco all’italiano da Alexandra Zambà.
1.
FANTASMAGORIA
Colui che costruisce la corda e colui che la getta e colui che
la agguanta
per evadere e colui che lo spinge per cadere e colui
che cade
e chi scava nelle mura cercando il suo nome e
chi lo seppellisce
e colui il cui ruggito, mentre svanisce, fissa il corpo
del prossimo
e chi sogna che lontano, oltre la fossa,
c’è la fantasmagoria del giorno e della notte.
2.
PAVIMENTO RIDOTTO
-Un po’ di dolce per le tue lacrime amare.
-Sei sicuro che sia morto?
-Era mortale, ma non sembrava.
Una lucertola cade sulla mia spalla
scende lentamente
sulla mia gamba immobile
cammina un piccolo ragno
scende al ventre
alla coscia, al polpaccio
mangia il piccolo ragno.
Acque rabbuiate
sciabordano davanti al portone
vetri e chiodi
il mio pavimento ridotto
qualcuno li spinge
– proviamo di chiamarlo vento –
sempre più vicino
alla vista.
3.
PRESTORIA o LETTURA NOTTURNA
C’erano poche persone allora
animali selvatici e uccelli rapaci
si avvicinavano al nostro fuoco
senza avere paura
e nemmeno noi di loro
solo che qualche volta
ci guardavano a lungo immobili
e l’oscurità stagnava nella mente.
Mi ero appena raccolta
dai denti della finestra
mezzanotte come sempre
quando eri apparso seguito
dalla strada dell’addio
baci ripetuti rimbalzavano
attraverso i tuoi luccichii
di labbra che bevvero
l’aceto e il fiele del mondo
prima che andassero a male
prima che diventassero tracce invisibili
deboli graffi sulla polvere di una vecchia
e forse inesistente icona.
4.
I VOLATILI DEL CIELO
Approcciati
vicino
molto vicino all’ingresso del mio orecchio
e ascolta
ascolta mon amour
l’udito che ruggisce
nell’onda interiore:
nulla rimarrà di te
nulla rimarrà di me
qualcuno di fuori
domanda al vento
-avete un euro?
chiede agli uccelli del cielo
che scendono sulla terra
e sgranocchiano le briciole
– Posso mangiare con voi?
5.
FOTO D’INVERNO
Klaus, guarda
guarda i miei ventidue anni
arance appese
tra i tuoi rami innevati
Daniele
diciottenne io coltivo
Gabriele
l’anima del mondo
Heidelberg
sul tuo corpo
stesi il mio corpo
baciai la tua neve
quante volte.
*
Raccoglieva l’eco delle nostre ombre
sul ciglio della strada la neve
mi avvicinavo a te di continuo mi avvicinavo
una ad una cadevano le mie foglie
mi hai chiesto da dove venivo
una strada abbaiava sommessamente
e ti chiamava indietro verso di sé.
*
Respiro la neve profondamente
il vento grida
puntando
il crepuscolo di una mano
tra i miei capelli
la mia impronta
sul sedile di un autobus notturno
(Fermata Centro di Kaisariani).
*
Aria s’imbatte con altr’aria
in mezzo si trova il mio respiro
si allarga il giorno
come un timido rettile
ombra ingigantita
dal desiderio
se qualcosa mi disturba
è proprio perché nutro
quel che più mi dispiace:
non lo nominai
lo immergo quanto nell’ieri
quanto nell’oggi,
attimi scampati.
6.
LA CANZONE DEL VENTO
Sono caduta nel pozzo
scavato alla mia nascita.
Momenti infinitesimali
e conchiglie conquistate
dalla paura
piove con poche interruzioni.
Non preoccuparti;
il vento canterà
sul mio cadavere
che ho resistito fino alla morte.
7.
ALLUNGHI LA MANO E ZAC TE LA TAGLIANO E ZAC IL PIEDE…- DOPO LA TESTA IL TESCHIO, INFINE, TI SCHIACCIANO CON LA LORO PIETRA COLORE CHE PER PRIMI ESPRIMERANNO DISPIACERE PER LA TUA MORTE
Si sono accampati, non vedi?
davanti alla tua porta
con le loro armi
aspettano notte e giorno immobili
ma potrà
fare in tempo uno
ed essere dei tuoi
venire dalla tua casa.
8.
LE ERBE SECCHE
Povere erbe secche
se solo potessi chiacchierare un po’ con loro
se sanno di essere erbe secche
dove sognavano di arrivare
quando erano ancora semi nella bocca del vento
se stanno bene là dove si trovano
se hanno paura della morte
se si sentono inferiori
per non aver scritto libri
per non aver recitato poesie
per non aver fatto carriera
per non essersi costruite un profilo
se provano invidia se si vergognano
se sono state rifiutate, se si sono ribellate
contro la società delle erbe secche
se si sono innamorate fino alla morte
se si sono trascinate fino all’orlo dei precipizi
se ci sono cadute dentro
se hanno mai desiderato essere qualcosa di diverso
dalle erbe secche
o se era l’unica cosa che riuscivano a sopportare.
9.
RUOTA ARDENTE
La vampa mi bruciava gli occhi e la bocca
i pioppi brillavano qua e là e dal loro interno
usciva l’eterno lamento funebre.
Forse era caduta dal carro di un Fetonte
che, girando tra la gente aveva smarrito la strada
che il mondo aveva smarrito
come ogni giorno innumerevoli creature
dai loro voli abbaglianti
e dalle loro cadute mortali;
vorrei dire: dai loro voli mortali
e dalle loro cadute abbaglianti.
Da un altro carro impazzito, pensai,
si sarà staccata la ruota ardente
e sarà rotolata qui,
ai miei piedi.
10.
CORONA DI SPINE
Mi svegliai con l’impressione che qualcuno stesse piangendo.
Mi sollevai sul letto tenendomi la testa.
L’eco di quel pianto si era depositata nelle mie orecchie.
Non sapevo chi fosse né perché piangesse.
L’ultima casa era abbastanza lontana
e conoscevo ogni pianto degli abitanti del giardino.
Quello era il pianto di uno sconosciuto.
Mi alzai per lavarmi.
Nel fondo dello specchio vidi una donna curva
raccogliere le spine che cadevano
dalla corona disfatta della mia fronte.
“Perdonali, anima mia” balbettava,
“poiché non sanno quello che fanno, perdonali,
ricomporrai la tua corona,
guarda quante spine
ti ho raccolto.”
________
1.
Φαντασμαγορία
Αυτός που φτιάχνει το σκοινί κι αυτός που το ρίχνει κι αυτός που
το γραπώνει
για να βγει έξω κι αυτός που τον σπρώχνει για να πέσει κι αυτός
που πέφτει
κι αυτός που σκάβει στα τοιχώματα γυρεύοντας τ’ όνομά του κι
αυτός που το θάβει
κι αυτός που ο ρόγχος του καθώς σβήνει αντιφεγγίζει στο σώμα
του διπλανού
κι αυτός που ονειρεύεται ότι μακριά, πέρα από το λάκκο,
υπάρχει η φαντασμαγορία της μέρας και της νύχτας.
2.
ΛΙΓΟΣΤΟ ΠΑΤΩΜΑ
—Λίγο γλυκό για τα πικρά σου δάκρυα.
—Είσαι βέβαιος πώς πέθανε;
—Ήταν θνητός, δεν του φαινόταν.
Ένα σαμιαμίδι πέφτει στον ώμο μου
κατεβαίνει αργά
στοακίνητόμουπόδι
περπατά μικρή αράχνη
κατεβαίνει στην κοιλιά
στο μηρό, στη γάμπα
τρώειτημικρήαράχνη.
Σκοτεινά νερά
παφλάζουν στην εξώπορτα
γυαλιά καρφιά
το λιγοστό μου πάτωμα
κάποιος τα σπρώχνει
‒ας τον πούμε άνεμο‒
ολοένα πιο μπροστά
στην όραση.
3.
ΠΡΟΪΟΣΤΟΡΙΑ ή ΑΝΑΓΝΩΣΜΑ ΝΥΧΤΟΣ
Ήταν οι άνθρωποι τότε λίγοι
τ’ άγρια ζώα και τα αρπαχτικά πουλιά
πλησίαζαν στη φωτιά μας
χωρίς να φοβούνται
ή εμείς να τα φοβόμαστε
μονάχα που καμιά φορά
μας κοιτούσανε ώρα πολλή ακίνητα
κι η σκοτεινιά λίμναζε μέσα στο νου.
Με είχα μόλις μαζέψει
από τα δόντια του παραθυριού
μεσάνυχτα όπως πάντα
όταν φάνηκες ακολουθούμενος
από το δρόμο που θα ’φευγες
πυκνά φιλήματα αναπηδούσαν
μέσα απ’ τα φωτίσματά σου
χειλιών που ήπιαν
το ξύδι και τη χολή του κόσμου
προτού να χαλαστούν
προτού γίνουν ίχνη αδιόρατα
αχνές εκδορές στη σκόνη παλαιού
κι ίσως ανύπαρκτου εικονίσματος.
4.
ΤΑ ΠΕΤΕΙΝΑ Τ’ ΟΥΡΑΝΟΥ
Πλησίασε
κοντά
πολύ κοντά στην είσοδο του αφτιού μου
κι άκουσε
άκουσε ο μον αμούρ
την ακοή που βρυχάται
στο κύμα μέσα της:
τίποτε δεν θα μείνει από σένα
τίποτε δεν θα μείνει από μένα
κάποιος απ’ έξω
ρωτάει στον άνεμο
-έχετε ένα ευρώ;
ρωτάει τα πετεινά τ’ ουρανού
που κατεβαίνουν στη γη
και τσιμπολογούν τα ψίχουλα
-να φάω κι εγώ μαζί σας;
Προιστορία ή ανάγνωση νυχτός
Για την αγάπη τους
5.
ΧΕΙΜΩΝΙΑΤΙΚΕΣ ΦΩΤΟΓΡΑΦΙΕΣ
Κλάους δες
τα εικοσιδύο μου χρόνια δες
κρέμονται πορτοκάλια
στα χιονισμένα σου κλαδιά
Ντάνιελ
δεκαοχτώ χρονών κηπεύω
Γκαμπριέλε
την ψυχή του κόσμου
Χαϊδελβέργη
στο σώμα σου
άπλωσα το σώμα μου
φίλησα το χιόνι σου
τόσες φορές.
*
Μάζευε την ηχώ των σκιών μας
στην άκρη του δρόμου το χιόνι
σε πλησίαζα ολοένα σε πλησίαζα
ένα ένα μου έπεφταν τα φύλλα
ρώτησες από πού είμαι
ένας δρόμος γάβγιζε πνιχτά
και σε τραβούσε πίσω κοντά του.
*
Βαθιά αναπνέω το χιόνι
ο αέρας φωνάζει
δείχνοντας
το απόφωτο ενός χεριού
μες στα μαλλιά μου
το αποτύπωμά μου
σε κάθισμα νυχτερινού λεωφορείου
(Κέντρο- Καισαριανή).
*
Αέρας με αέρα σμίγει
κι ανάμεσα η πνοή μου
απλώνεται η μέρα
σαν ντροπαλό ερπετό
ίσκιος μεγεθυσμένος
από την επιθυμία
αν με βαραίνει κάτι
είναι που θρέφω εκείνο
που περισσότερο αντιπαθώ:
δεν του ’δωσα όνομα
το βυθίζω σε μια χθες,
μια σήμερα,
στιγμές που γλύτωσαν.
6.
ΤΟ ΤΡΑΓΟΥΔΙ ΤΟΥ ΑΕΡΑ
Έπεσα μες στο πηγάδι
που μ’ άνοιξε η γέννησή μου.
Μηδενικά στιγμών
και κοχύλια κατειλημμένα
από φόβο
βρέχει μ’ ελάχιστες διακοπές.
Μην έχεις έγνοια·
πάνω απ’ το κουφάρι μου
θα τραγουδάει ο αέρας
ότι μέχρι θανάτου κράτησα.
7.
ΑΠΛΩΝΕΙΣ ΛΙΓΑΚΙ ΤΟ ΧΕΡΙ ΧΡΑΠ ΣΤΟ ΚΟΒΟΥ-
ΝΕ ΤΟ ΠΟΔΙ ΧΡΑΠ… ΤΕΛΟΣ ΤΟ ΚΕΦΑΛΙ ΤΟ ΚΑ-
ΒΟΥΚΙ ΥΣΤΕΡΑ ΤΣΑΚΙΖΟΥΝ ΜΕ ΤΗΝ ΠΕΤΡΑ
ΤΟΥΣ ΑΥΤΟΙ ΠΟΥ ΠΡΩΤΟΙ ΘΑ ΛΥΠΗΘΟΥΝΕ ΓΙΑ
ΤΟ ΘΑΝΑΤΟ ΣΟΥ
Κατασκηνώσανε δεν βλέπεις;
στην πόρτα σου
με τα όπλα τους
περιμένουν νύχτα μέρα ακίνητοι
αλλά μπορεί
να προλάβει ένας
να ’ναι δικός σου
μέσα απ’ το σπίτι σου.
8.
ΤΑ ΞΕΡΟΧΟΡΤΑ
Τα καημένα τα ξερόχορτα
να τα ’πιανα κουβέντα να τα ρωτήσω
αν ξέρουν πως είναι ξερόχορτα
πού ονειρεύονταν να φτάσουν
όταν ήταν ακόμα σπόροι στο στόμα του αέρα
αν τους αρέσει εκεί που είναι
αν έχουν άγχος θανάτου
αν αισθάνονται μειονεκτικά
που δεν έγραψαν βιβλία
που δεν απήγγειλαν ποιήματα
που δεν έκαναν καριέρα
που δεν έχτισαν κάποιο προφίλ
αν ζηλεύουν αν ντρέπονται
αν τ’ αρνήθηκαν αν επαναστάτησαν
εναντίον της κοινωνίας των ξερόχορτων
αν ερωτεύτηκαν μέχρι θανάτου
αν σύρθηκαν μέχρι την άκρη των γκρεμών
αν έπεσαν μέσα
αν θέλησαν ποτέ να ήταν κάτι άλλο
από ξερόχορτα
ή ήταν το μόνο που άντεχαν.
9.
ΚΑΙΟΜΕΝΗ ΡΟΔΑ
Η λάβρα έκαιγε τα μάτια και το στόμα μου
οι λεύκες έλαμναν πέρα δώθε κι από μέσα τους
έβγαινε τ’ αιώνιο μοιρολόι.
Ίσως να έπεσε από το άρμα κάποιου Φαέθοντα
που μέσα στον κόσμο έχασε τον δρόμο του
που ο κόσμος τον έχασε
όπως καθημερινά αμέτρητα πλάσματα
από τα υπέρλαμπρα πετάγματα
και τις θανάσιμες πτώσεις τους·
θέλω να πω: από τα θανάσιμα πετάγματα
και τις υπέρλαμπρες πτώσεις τους
από ένα ακόμα τρελαμένο άρμα, σκέφτηκα,
θα ξέφυγε η καιόμενη ρόδα και κύλισε εδώ
στα πόδια μου.
10.
ΑΓΚΑΘΙΝΟ ΣΤΕΦΑΝΙ
Ξύπνησα με την εντύπωση ότι κάποιος έκλαιγε.
Ανακάθισα στο κρεβάτι κρατώντας το κεφάλι μου.
Ο απόηχος του κλάματος είχε κατακαθίσει μες στ’ αφτιά μου.
Δεν ήξερα ποιος και γιατί.
Η απόσταση από το τελευταίο σπίτι ήταν αρκετά μακρινή
και γνώριζα κάθε κλάμα των κατοίκων του κήπου.
Εκείνο ήταν κλάμα αγνώστου.
Σηκώθηκα για να πλυθώ.
Στο βάθος του καθρέφτη είδα σκυφτή μια γυναίκα
να μαζεύει τ’ αγκάθια που έπεφταν
από το μαδημένο στεφάνι του μετώπου μου.
«Συγχώρεσέ τους ψυχή μου» ψέλλιζε,
«οὐ γὰρ οἴδασι, συγχώρεσέ τους,
θα ξαναφτιάξεις το στεφάνι,
κοίτα πόσα σου μάζεψα
αγκάθια».
