“I figli caduti poco prima delle madri”: Valentino Fossati

Autore/a cura di:

Immagine di copertina a cura di Pietro Romano

Il canto come trasfigurazione di una temporalità illimitata e permeata dagli spazi del desiderio e della mancanza. Questa sembra essere la chiave di lettura con cui accostarsi alla nuova opera di Valentino Fossati, “Visita inattesa”, edita da “Ilglomerulodisale” con prefazione di Davide Rondoni. La versificazione è come impegnata nell’estendere, agli occhi del lettore, la dimensione del ricordo e i varchi attraverso cui si realizza l’incontro tra i possibili. E tuttavia, frequenti enjambements rompono la linearità sintattica, facendo scorrere la narrazione per singhiozzi. L’effetto di rottura del verso è altresì ampliato dall’uso ricorrente di figure d’ordine, come anastrofi e iperbati. Ciononostante, non si avverte alcuna discontinuità ritmica: il verso solca liberamente la pagina, tracciando linearità e simmetrie di significato fra un componimento e l’altro. Degno di nota risulta l’uso del corsivo, che compare laddove l’io poetico pare stabilire un legame di corrispondenza con l’Assente o profondersi nel riferire dati di carattere metapoetico.

Questa breve introduzione rende conto di un’opera che risuona dell’eco di permanenze e silenzi celati nell’inchiostro:

Sarà il cuore tuo

perso nel sonno dell’inverno

arso di lacrime, forse

ma non di pena.

Al lume consumato

che per un soffio muore

in una notte sola

la nostra partenza

prepareremo.

18 dicembre 1992

Le immagini si contrappongono in antitesi sfumate, marcate dalla disposizione al congedo: il sonno dell’inverno, il lume consumato, la dimensione notturna, suggeriscono l’approssimarsi dell’attesa e del commiato. Due tempi dalla durata non definita e illuminati dall’ipotesi della comune partenza:

Le minute volanti per la tua

lettera ho trattenuto, poi

rinchiuso tra le cartacce.

Le poche foto che ti rubai

nel parco, le ho sepolte

dentro al rullino.

Fu una serata di luglio

quando succhiavi lo sciroppo di una

granita, poi sputavi il ghiaccio.

Era la voglia di trovarti in me, in quella traccia sola,

di brevità infinita.

a E., estate 1996

Il componimento successivo, tuttavia, non invera quanto sperato poco prima. L’io poetico ripiega nel ricordo, mosso dal desiderio di riconoscere in sé la traccia del passaggio di chi si è amato e perduto. La memoria aspira a farsi segno di permanenza, postazione da cui far scorrere i fotogrammi di un passato ancora vivo:

I figli caduti poco prima delle madri

solo ora troveranno la quiete

se tu ritorni, poi, se non ritorni

traversando le luci sbilenche

(già dicembre)…

Il cancello, i corridoi, le stanze bluastre

di là, sempre

il desiderio nostro.

Ho percorso l’Aurelia in un giorno d’Avvento

tra Finale e Spotorno, per sollevarti dalla tormenta

quando il tunnel è breve

(dove i vicoli le stagioni bianche, il viaggio di nozze

la prima comunione…).

A un soffio dal dirti

cos’è – davvero – precipitare nel sogno

dopo l’amore infinito consegnarti alla neve.

In “Giorno d’Avvento”, il componimento-fulcro dell’opera, Fossati intreccia il tema dell’addio e del congedo all’immagine dell’avvento e di un rigenerarsi dopo la morte: il verso iniziale capovolge la valenza cristologica che annunzia la nascita. L’avvento infatti pare, nell’autore, prefigurare non solo la caduta del figlio, ma anche della madre, nella prospettiva di una comune rigenerazione in altre ipotesi di legame e vita. La dimensione narrativa vede l’io ricordare, sempre in un giorno d’inverno, stagione di sonno e di gelo, il momento prima della perdita, raffigurato per mezzo di coordinate spazio-temporali che ne indicano l’imminenza: “il cancello”, “i corridoi”, “le stanze bluastre”. A queste si contrappongono autostrade e tunnel da superare precipitosamente per anticipare, o forse impedire, la perdita e il lutto. E tuttavia, il tunnel è un’immagine-chiave, alla quale, per associazione, si legano altre memorie amorose e infantili: “dove i vicoli le stagioni bianche, il viaggio di nozze la prima comunione”. Il testo si conclude con un’immagine chiara, nella quale si concreta quanto osservato in precedenza: l’ipotesi di una continuità di sopravvivenza è realizzabile laddove l’io poetico assuma su di sé il compito della memoria e della parola: “dopo l’amore infinito consegnarti alla neve”. A tal proposito, Rondoni osserva:

Ci sono poeti, e Fossati è tra questi, che, per dirla con Emily Dickinson, abitano la Possibilità. Il lettore di questa breve, intensa raccolta, infatti, si troverà tra sperduto e sorpreso in uno spazio-tempo che il poeta crea. E non è creazione della sua mente, quanto creazione della sua voce; una voce poetica tesa a inseguire i frammenti del vero. E così lo spazio e il tempo in cui ci porta sono pur nella precisione di dettagli, persino di date, di precisi riferimenti a persone care, e sono visitati sempre da qualcosa di inatteso. E tale elemento inatteso – in un amore, in una morte cara, in un ricordo, in una scena di ospedale – è non tanto un evento o l’altro, ma la possibilità stessa che esso sia epifania di un altro ordine delle cose.

Non è solo la memoria a visitare il poeta, ma anche la voce del poeta a visitare quest’ultima: essa si fa promessa di focolare per salvare chi si è amato ed è stato spazzato via dalla tormenta. In tal senso, appare significativo il componimento a seguire:

Così è stato, così doveva…

La morsa dell’angelo

dal buio, dal gelo verso i nostri giardini

7 maggio, 1968

lui la porge nell’ombra

invisibile, alto

dietro tende blu-gonfie

la rosa del compleanno.

Dove siete, dove andate?

Vento forte sui lumi, sui campi,

avrò sempre nostalgia del mai

………………………………

………………………………

Oh madre,

quella rosa del compleanno tu sei

17

a ogni passo lei ti eterna,

ti contiene…

Ora ti separa

la pioggia,

                          al primo autunno la stanza si dissolve.

È stato giusto, o fu voluto,

ma l’angelo ti precede

ora, ti tiene, ti circonda –

inaccessibile tu,

o come luce infinita in quella rosa

L’io prende atto della perdita e dell’ineludibilità degli eventi. Tale presa di coscienza coincide con lo scorrere di ulteriori immagini, date e memorie, appartenenti al tempo della finitudine, cui la voce poetica fa seguire la dimensione del possibile. Chi si è perduto, ha preso a dimorare nella luce infinita, che può solo essere cantata pur nell’insufficienza della parola. In chi resta, invece, perdurano rimpianto e dolore, condizioni simbolo del mai più:

Quella notte, quando prima del sonno ti ho udita

lasciami andare… non si udivano più suoni dalla piazza,

dai padiglioni del mercato, dall’antico peso.

Verde l’impalcatura, fermato lo scavo,

ancora giungono bisbigli dai detriti.

Fu quella notte,

prima del tuo silenzio, o dopo il sonno

ha bussato la sconosciuta, lontana;

la tua porta ho socchiuso a piedi nudi.

(07/05/1938 – 31/07/2011)

L’assenza non cessa di produrre vana tensione a cercare chi o cosa è stato strappato alla vita. Così, il figlio si fa carico del dolore e della ricerca del padre, consistenti nella speranza che venga ricomposto il nido familiare spazzato via dal precipitare degli eventi:

Questo caldo fa crepare

voce da un altro campo,

fiumi secchi, gallerie, fuochi di arbusti…

Ci stacchiamo, siamo sfioriti.

Senti l’afa, la senti?

Tutti insieme a che ora partiremo?

(lontane le uve, i pentoloni,

i tavoli scoperchiati)

Così tardi?

E se fosse qui vicino?

Inutile cercare l’assente,

la calura lo teme[…]

L’afrore estivo pare coincidere con l’insopportabilità di una vita circondata dall’assenza. In tal senso, esso è un’appendice del gelo invernale, che scruta e detta le coordinate della morte e del non-ritorno. Significativi i versi “inutile cercare l’assente/la calura lo teme”: l’estate pare dunque interpretata come una stagione contraria all’oltrevita e a tutto ciò che si schiude a ipotesi di permanenza e continuità, finché non giunge nuovamente la notte, dimensione del mistero e dell’abbandono, in cui persino le ombre trovano quiete e ristoro: “sorgono luci sulle spiagge preautunnali/ ora, la penombra del cortile/ delle stanze d’albergo/ delle stanze nostre/ attraversatela, abitatela…/ Anche se è solo a un passo potrò voltarmi, /potrò ancora mormorarvi…”. A prendere la parola, è in questi versi l’assente, la cui voce è ricreata e udibile tra i mormorii notturni e gli spazi del possibile. Non vi è iato tra la voce dell’assente e quella poetica: la seconda è erede della prima. Questa chiave d’interpretazione consente un’ulteriore messa in rilievo del carattere epifanico della raccolta, concepita come ipotesi di attraversamento dei possibili e degli spazi di penombra: “mentre attraversi la mia vita, /le immagini si moltiplicano. / Ora nella luce le disgreghi; /ora, con amore, le custodisci”.

L’io poetico non è più solo erede, ma anche custode di senso e significazione: “per questo, proprio ora ti chiedo:/ cosa mai mi stai portando in dono/ dalle ore infinite a decifrare il buio?”. Interroga l’assenza per abitarla e capire cosa si stagli al di là di essa e cosa invece non si è più compiuto: “non andartene adesso/parliamo ancora un poco di quel mondo ora sospeso, /sulla conca sul vuoto quel mondo che si è chiuso, /e non è stato, ma per noi si preparava bellissimo”.