Soul (XIV): Quando la parola manca

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Esiste un’attesa che non consuma il tempo ma l’aria, e chi scrive lo sa. Affidi una parola a qualcuno e da quel momento comincia qualcosa che somiglia a una lenta e impercettibile sottrazione di ossigeno. Hai detto ciò che sentivi, hai esposto una parte viva e vulnerabile di te, e ciò che resta è una strozzatura di fiato immersa nel silenzio. All’inizio non gli dai peso, poi però lentamente, quel silenzio si allarga, entra fra le pieghe dei pensieri, si accomoda accanto ai gesti quotidiani e ti segue ovunque mentre lavi i piatti, attraversi la strada o cerchi disperatamente di concentrarti su altro per non esserne inghiottito.

In quel momento, ciò che manca non è la risposta, è il sapere. Sapere cosa pensa l’altro, sapere in quale groviglio oscuro siano finite le tue parole, se abbiano trovato una casa pronta ad accoglierle oppure un muro di marmo freddo contro cui infrangersi.
La mente allora si mette al lavoro e lo fa con una tenacia sorprendente. È una straordinaria fabbrica di fantasmi, capace di costruire ipotesi, inventare sentenze, assolvere e condannare, per poi tornare indietro e ricominciare daccapo in un movimento incessante. E così non sai più cosa dire. Stai attraversando il cuore di una ferita così profonda e abissale da perderci la vista. E all’improvviso intuisci che quella ferita sei tu. Sei tu che fissi il tuo vuoto mentre attendi una risposta e resti immobile a contemplare la voragine che ti abita. Così ti illudi di avere altre possibilità e spalanchi il futuro a un sentiero di speranza, ma ben presto ti accorgi che nessuno di quei sentieri si concretizza, ciononostante il cuore resta lì, sospeso.

Chiunque abbia atteso una risposta importante conosce questa sensazione: il mondo continua a muoversi con la sua indifferente precisione: i treni arrivano – magari in ritardo, ma arrivano –, le stagioni cambiano, il pane lievita, il sole tramonta e tuttavia qualcosa rimane fermo. Una parte di noi continua ad abitare davanti a quella porta chiusa, con l’orecchio appoggiato al legno inerte, nell’illusione di cogliere un segnale.

Attendiamo con ostinazione, nonostante tutto, una voce amica che torni a chiamarci. Nella liturgia cattolica, i fedeli ripetono: «Signore, di’ soltanto una parola e io sarò salvato». Una parola. Non una spiegazione articolata, non un ragionamento impeccabile, una legge, né un comandamento. Soltanto una parola. Perché in fondo sappiamo che il cuore conosce una grammatica diversa da quella della ragione e parla una lingua che non coincide con la logica.

Quando però quella parola tarda ad arrivare, il silenzio si trasforma in una terra dura da attraversare. Eppure proprio lì, nel luogo della mancanza, l’attesa mostra la misura del nostro desiderio. C’è una meraviglia amara in tutto questo. Amara perché ferisce. Meravigliosa perché svela. Svela che nessuna tecnologia ha ridotto la distanza tra i cuori. Svela che, nell’epoca delle connessioni permanenti, continuiamo a desiderare presenza, perché una parola autentica vale più di mille messaggi.

E allora arriva un momento in cui si comprende che il dolore dell’attesa non nasce soltanto dalla risposta che manca. Nasce dall’amore che quella stessa risposta custodiva. Ogni volta che aspettiamo una parola da qualcuno, in realtà stiamo aspettando di sapere se abitiamo ancora il suo pensiero. Se siamo passati davvero nella sua vita e se una traccia di noi è rimasta dall’altra parte del silenzio.

Forse è per questo che certe attese fanno piangere. Perché riportano alla luce il bambino che siamo stati e che, nonostante il tempo trascorso, continua a vivere dentro ciascuno di noi. E quel bambino tende ancora l’orecchio verso una voce amata e continua a sperare che qualcuno, nonostante il lungo silenzio, possa tornare a pronunciare il suo nome. Qualcuno capace di dirgli che è abbastanza, che è degno di essere amato e che per nessuna ragione potrà mai essere dimenticato.