
Rubrica a cura di Pietro Romano
Il volume edito da Vallecchi, “È ancora possibile la poesia”, fregiato dalla curatela di Roberto Galaverni, raccoglie i discorsi dei poeti vincitori del Nobel per la Letteratura, individuandoli come un genere letterario unico e d’occasione, in grado però di fornire, in modo sincretico, comunanze e differenze di sguardo:
Accade così che in quello che dovrebbe essere, e che comunque sempre rimane, il punto della più alta glorificazione personale e, insieme, del massimo riconoscimento pubblico e istituzionale della poesia, i poeti mettano per molti versi in questione la loro storia e la stessa arte poetica. Proprio come se fossero sotto esame. Questo non significa che sconfessino l’una o l’altra, assolutamente no. Piuttosto, senza dare nulla per scontato, si provano a rendere ragione – proprio lì, «sotto lo sguardo del mondo intero», come scrive Gao – della legittimità della loro vicenda particolare e della plausibilità della poesia al cospetto del la vita, con la responsabilità e le scelte che per ogni donna e ogni uomo ne derivano. Onore e onere, corona d’alloro e insieme di spine, il passaggio sul podio di Stoccolma por ta con sé anche qualcosa delle forche caudine.
Il titolo del volume fa eco alle parole di Montale, il quale, nel suo discorso di attribuzione del Nobel, si domandava quale futuro fosse possibile per la poesia. In realtà, Galaverni dimostra che è la poesia a legittimarsi da sé, nonostante poi le criticità e le idiosincrasie dei tempi che corrono:
A questo punto credo che mi sia possibile aggiunge re una considerazione ulteriore. Tutti questi discorsi che, come ho detto, in genere non tessono un elogio astratto o aprioristico della poesia, finiscono però per celebrarla, o se si preferisce per renderne evidenti la legittimità e la necessità, semplicemente mettendone in luce la natura (e com’è arduo, com’è difficile, però), e dunque le condizioni d’esistenza, le prerogative, le capacità. Forti della loro personale esperienza creativa (tanto più in campo poetico non c’è infatti altra strada che l’esperienza, ovvero la pratica, la consuetudine, la convivenza di lunga durata; la poesia non si legge, ma si convive con essa, diceva Vittorio Sereni), tengono gli occhi sulla cosa e la cosa, la poesia appunto, finisce in certo modo per legittimarsi da sé; o ancora, per riprendere il titolo dell’intervento di Heaney, per giustificare grazie alla propria virtù intrinseca il credito che le viene concesso.
La dimensione celebrativa è, in qualche modo, inscindibile dal poeta, poiché questi deve fare i conti, oltre che con il destinatario ignoto cui la sua poesia possa rivolgersi, anche con l’io. E infatti, osserva Galaverni:
La tensione io-altro, uno-molteplice, personale-pubblico, infatti, è la stessa che troviamo sottesa nel rapporto tra individuo e specie, tra ciò che è comune e ciò che è singolare, tra tradizione e innovazione, tra eredità poetica e definizione individuale, con l’aggiunta che tutto questo, trattandosi di poesia, chiama direttamente in causa non solo gli strumenti poetici ma anche e soprattutto la lingua
Il vero interrogativo che però il volume pone è se la poesia sia possibile di per sé, in senso assoluto, nel suo confronto con la realtà della vita. Ecco perché con l’imporsi della società di massa, Eugenio Montale, durante il discorso di assegnazione del Nobel per la Letteratura, nel 1975, avverte che la poesia potrebbe non essere più possibile: essa è un’occupazione inutile, lontana dalle logiche di profitto e guadagno su cui si basa la nuova società capitalistica. Non è un oggetto replicabile né di consumo. Non blandisce nessun pubblico né ubbidisce alle tempistiche frenetiche della produzione. In un contesto socio-culturale e politico in cui l’audiovisivo ha preso il sopravvento e il messaggio è immediato, la poesia si configura quale idea di scarto e di inutile: essa non offre diletti né distoglie l’uomo dalla solitudine. Piuttosto, solitudine e riflessione figurano come gli elementi costitutivi della poesia: il poeta scrive ignorando sempre il suo destinatario. Quest’ultimo aspetto implica l’imprevedibilità del tempo: molti poeti vengono antologizzati, le loro opere studiate. E tuttavia, ciò non assicura alcuna permanenza nel corso delle generazioni. Il poeta non ha destino: soggiace alle leggi capricciose del tempo e spesso, quando riscoperto, cadere nuovamente nell’oblio. La democratizzazione dell’arte, poi, resa possibile dalla massificazione tecnologica e -successivamente- digitale, ha in parte distorto i canoni estetici attraverso cui distinguere l’arte da ciò che invece non la rappresenta.
E tuttavia, non appare sufficiente ricondurre la poesia al mistero che permea di sé l’esistenza, quanto a ciò che di insondabile giace nel profondo dell’essere umano. Osserva, a tal proposito, Elytīs, insignito del Nobel per la Letteratura nel 1979:
Certo, esiste l’enigma. Certo, esiste il mistero. Ma il mistero non è una regia che approfitta dei giochi dell’ombra e del buio solο per impressionarci. È questo che con tinua a rimanere un mistero anche dentro la luce assoluta. È in quell’istante che si percepisce quello splendore attra ente che chiamiamo bellezza. La bellezza che è una via – forse l’unica via – verso quel posto sconosciuto dentro noi stessi, quello che ci supera. Perché, alla fine, questo è la poesia: l’arte di essere guidati e di approcciarci a ciò che ci supera.
Innegabile, dunque, una certa tensione speculativa da parte del poeta che si interroga sulla “verità”. Ma la verità ha un volto bifronte: se da un lato l’uomo identifica gli interrogativi che la riguardano come attinenti alla vita e alla morte, Elytīs invece si domanda se forse oggetto della poesia non sia proprio la tendenza umana a credere che questo mondo sia indissolubile ed eterno. D’altronde, sebbene teorie scientifiche e cosmologiche abbiano poi superato convinzioni ritenute ataviche e prive di scientificità, è laddove la mente si scontra con l’irrazionale e l’imprendibile la fonte sorgiva della riflessione poetica. È il credere in un “aldilà”, una realtà secondaria a quella in cui noi già abitiamo, nutrimento stesso del pensare poetico.
Per Miłosz, Nobel per la Letteratura nel 1980, attributi del poeta sono l’avidità dello sguardo e il desiderio di descrivere. Due componenti, però, in netto contrasto con la modernità, tutta intenta a formulare tesi sulla specificità del linguaggio. Ineludibile, quindi, per un poeta non ritrovarsi ostaggio degli orientamenti di valore e significato tramandatigli dalle generazioni precedenti e radicate nel contesto in cui opera: sin da quando egli decida di pubblicare, ne è prigioniero, senza rimedio alcuno. Questo è uno dei motivi per i quali, quando l’artista crede di aver dato forma e voce a un’opera assolutamente personale, subito dopo, una volta resa pubblica, la disconosce e ripudia. E non c’è medicamento a tale vuoto, se non di pubblicare ancora un’opera destinata, poco dopo, a rimanere comunque orfana. Miłosz spiega che tale impulso incontrollato è da ricondursi all’imprendibilità del reale:
Che cos’è questo impulso misterioso che non permet te di adagiarsi su ciò che è stato realizzato, finito? Credo sia la ricerca della realtà. A questa parola attribuisco un significato ingenuo e solenne, che nulla ha a che vedere con i dibattiti filosofici degli ultimi secoli. È la Terra vista da Nils in groppa a un’oca e dall’autore dell’ode latina in groppa a Pegaso. Senza dubbio questa Terra c’è e nessuna descrizione può esaurire le sue ricchezze. Sostenere ciò significa rigettare in anticipo la domanda che sentiamo spesso oggi: «Che cos’è la realtà?», perché è la stessa domanda di Ponzio Pilato «Che cos’è la verità?»
Torna ancora l’irrisolto, l’incompiuto. Senz’altro, ogni poeta, per definirsi, necessita di rifarsi agli eventi che hanno investito, in modo ineludibile, il suo immaginario:
Sono un Figlio d’Europa, come indica il titolo di una mia poesia, ma si tratta di un’affermazione amara, sarcastica. Sono anche autore di un libro autobiografico che in francese è stato tradotto come Une autre Europe. Esistono senza dubbio due Europe e a noi abitanti della seconda è toccato discendere nel «cuore di tenebra» del XX secolo. E non saprei parlare della poesia in generale: devo parlare della poesia nel suo incontro con uno spazio e un tempo ben precisi. Ora, in prospettiva, si vedono i contorni generali degli eventi che, per la loro por tata mortifera, hanno superato tutte le catastrofi naturali a noi note. Ma la mia poesia e quella dei miei contemporanei, sia che adottasse uno stile avanguardistico sia ereditato, non era pronta ad accogliere questi eventi.
Pertanto, come insegna Caproni, non si può dire cos’è la poesia. È una materia tanto delicata che, nonostante tutto, continua a rispondere ai contraccolpi del presente, sempre più sottomesso, come osservato da Miłosz, al culto della scienza e della tecnologia. Scienza e tecnologia, da sole, non possono esaudire la sete di conoscenza intrinseca nell’essere umano. Più antiche di esse, piuttosto, sono la lingua e la letteratura, scrive Brodskij:
La lingua e, si direbbe, la letteratura sono cose più antiche, ineludibili e durature di qualsivoglia forma di consorzio sociale
La lingua e la letteratura sono in grado di captare qualsiasi movimento sociale, accogliendo ciò che appartiene al passato e prefigurando il domani:
La filosofia dello Stato, la sua etica, per non parlare della sua estetica, rappresentano sempre lo «ieri»; la lingua, la letteratura sono sempre l’«oggi» e spesso – specialmente in caso di dogmaticità di questo o quel sistema politico – anche il «domani». Uno dei meriti della lettera tura consiste appunto nella sua capacità di aiutare la per sona a rendere più specifico il tempo della sua esistenza, a distinguersi sia tra folla dei suoi predecessori, sia tra i suoi simili, a evitare la tautologia, ossia la sorte conosciuta con l’onorevole nome di «vittima della storia». L’arte in generale e la letteratura in particolare spicca e si differenzia dalla vita per il fatto che rifugge la ripetizione.
La letteratura schiva la tautologia per farsi interprete e testimone del tempo e delle sue trasformazioni. Il poeta non può non guardare al contemporaneo: il suo è uno sguardo le cui radici sprofondano nel tempo e nello spazio e porta con sé quello dei suoi predecessori. Egli deve perciò sforzarsi di essere una figura atemporale, il cui presente guardi alla tradizione di chi lo ha preceduto e al futuro che gli uomini si accingono a costruire. E anche in questo caso, quando le trasformazioni storiche sono nettamente superiori all’effettiva capacità dello sguardo poetico di sorreggerle, il rischio è che il poeta sia sfrattato dal presente, suggerisce Octavio Paz, Premio Nobel per la Letteratura nel 1990:
Dire che siamo stati espulsi dal presente può sembrare un paradosso. No: è un’esperienza che tutti abbiamo provato, prima o poi; alcuni di noi l’hanno prima vissuta come una condanna e poi l’hanno trasformata in consapevolezza e azione. La ricerca del presente non è la ricerca dell’Eden terrestre o dell’eternità senza date: è la ricerca della realtà reale.