Paola di Toro, Suite Arancio (RP Libri 2026, prefazione di Mara Venuto)
Mille case di nessuno
di questi corpi
che fanno sciame
polline di luce
a finestre appena schiuse.
Noi siamo dove non sappiamo dire.
*
D’inverno. Non sapevamo
che in amore sia gesto
estremo spartirsi il gelo.
Mettere tutto sotto
una pietra polare.
Così per concedersi
di far ritorno
a sé stessi.
Come in una tana.
*
Da giorni è così il risveglio: rimanere
bassa posata al braccio dell’aurora
mandorla ammaestrata al guscio.
O trattenere lo sguardo immacolato
ardendo altrove la pupilla
– come nel fondo della lucciola
la colpa spezza il corpo in due.
*
Porto acqua e fiori
al tuo corpo di colomba.
Ultimo piano poi il cielo
su di te.
Sono cose a mezzo busto
quelle che sussurro.
A quell’altezza il resto
l’invisibile
mi cade dentro.
*
Consumare parole se posso
e i loro pensieri.
Così vivo i molteplici autunni
dei gesti il vago senso
dell’Assenza gettato
alla memoria della terra.
La fioritura del corpo, dei corpi attesi sull’orlo del silenzio mentre tutto intorno procede scoperto dal tremore di una piccola luce d’aurora che segna il viso della stanza, delle stanze abitate come si abitano i ritorni nella pronuncia innocente di una lucciola offerta al fiato dell’autunno. Dove autunno ha la spalla poggiata alla parete di casa concava e interna nello sguardo di una assenza fermata nell’ordito del passo attento al fruscìo dei giorni caduti nel cuore del risveglio. Paola di Toro mette in atto una scenografia in sette quadri nel perimetro di una metafora che ha verticalità sintattica nella carnale corrispondenza con il seme dell’esistenza e con precisa evidenza nella forma reclinata della vita sulla scapola del creato bagnato dallo sfolgorio di Dio; natura distesa nella delicatezza di un frammento di vento come segreto di una parola incisa sulla radica del ricordo, terra piegata sulla volta solitaria di un’ambra meravigliosa. Ed è meravigliosa la parabola ascendente del verso mentre il fianco si fa inteso alla venatura dell’acqua quale forma espressiva del vuoto conquistato nell’ora inconosciuta all’orizzonte dell’ombra quando ancora il nulla è tensione e distacco; poi, speranza d’armonico primo suono, dentro. Dentro la musica a mezzo busto delle cose addormentate; dentro quel che resta di un sorriso dopo la sconfitta benedetta sulla guancia del glicine; dentro l’invisibile di una remota fessura che regge l’odore dell’argilla e lungo i rami del tempo la ferita del verbo sotteso al soffitto che rimane.
Paola di Toro è nata nel 1975 a Campobasso dove vive e lavora. Specializzata in criminologia, ha espresso la sua passione per la scrittura anche in questo campo, collaborando con siti specializzati, centri antiviolenza e giornali in cui si è occupata di cronaca giudiziaria. Allo stato attuale collabora con Associazioni che si occupano di sensibilizzare il territorio, con progetti ed iniziative culturali, sui temi della violenza di genere e dell’educazione alle diversità. Nel 2022 ha pubblicato il suo primo libro di poesie: Stato liquido, Delta 3 Edizioni. Ha riportato menzioni in vari premi ed è stata tra i finalisti premiati nel concorso “Genius Loci” e nel concorso internazionale “Metamorfosi”. Nel 2022 e nel 2023 è stata nella giuria del premio, “Sulle orme del De Sanctis”, legato alla casa editrice Delta 3; nel 2025 e nel 2026 nel “Concorso di Poesia Arturo Giovannitti”. Un suo contributo è presente nell’antologia di fiabe intitolata La stanza di Lidia, Macabor, 2025.
Immagine in copertina di Luca Pizzolitto
