Chiuda gli occhi, Signor Schopenhauer di Raffaela Fazio è un libro che interroga e costringe a rallentare il passo interiore. La sua forza sta nel creare uno spazio di risonanza in cui il lettore è chiamato a esporsi, a restare con tutto il carico delle sue domande.
Il dialogo con Arthur Schopenhauer è subito rivelatore. L’invito a «chiudere gli occhi» non deve essere inteso quale gesto di rinuncia, ma si manifesta al contrario come un atto conoscitivo radicale. Perché a occhi aperti si vede, certo, però spesso non si guarda davvero e si finisce per sfiorare il mondo con la vista, senza tuttavia riuscire a penetrarne il segreto.
Chiudere gli occhi diventa allora un modo per sottrarsi alla superficie e per accedere a una visione più profonda, capace di attraversare le apparenze e di entrare nella trama viva del reale. È una cecità feconda, in grado di restituire uno sguardo più essenziale.
In questo senso, l’intera raccolta di Raffaela Fazio è un esercizio di visione interiore. I confronti con Ludwig Wittgenstein, Baruch Spinoza e Friedrich Nietzsche – solo per citarne alcuni – non sono mai esibizioni colte, ma tentativi di scavo: ogni pensatore viene convocato come interlocutore vivo, chiamato a misurarsi con ciò che eccede ogni sistema. La poesia si muove così in una zona di confine, in cui il pensiero si fa carne e la carne si apre al pensiero.
Uno dei nuclei più potenti del libro è proprio questo: il rifiuto di una conoscenza puramente ottica, distante, «sicura». Raffaela Fazio sembra dirci che vedere non basta. E che guardare implica un rischio, una perdita di controllo. È un atto che in qualche modo espone. Per questo la sua parola non descrive mai semplicemente, ma tocca e si lascia ferire da ciò che incontra.
E quando ci si lascia ferire dai versi, si subisce una trasformazione. La realtà smette di essere un oggetto davanti a noi e diventa un evento che ci attraversa. Non siamo più spettatori ma soglia, non più osservatori ma luogo di passaggio. Guardare, in questa prospettiva, è lasciarsi modificare da ciò che si incontra, accettare che ogni immagine ci trasformi. È un atto etico prima ancora che estetico: implica responsabilità, perché ciò che guardiamo non può più essere ignorato. Ecco perché chiudere gli occhi è un gesto così radicale: è il rifiuto della superficialità, dell’anestesia percettiva. È un ritorno a una forma originaria di attenzione, infantile e insieme sapienziale, in cui il mondo torna a ferire e a brillare.
Quando affronta il tema della malattia e della fragilità del corpo, la voce poetica di Raffaela Fazio penetra ancora più a fondo, come se proprio lì – nel punto in cui la vita vacilla – fosse possibile cogliere qualcosa di essenziale. La sofferenza non viene trasfigurata né addolcita: resta aspra, concreta. Ma dentro questa asperità si accende una forma di attenzione più acuta, una vigilanza che somiglia a una preghiera.
Le immagini sono spesso luminose e taglienti: incontriamo la rugiada come segno di una presenza che si offre e subito si sottrae, la luce che filtra tra le fenditure del buio, il volto umano come enigma che non si lascia mai esaurire.
In un panorama spesso incline alla parola comoda e autoreferenziale, questa raccolta restituisce alla poesia una densità rara, non artefatta. Non è mero esercizio di stile, ma ricerca linguistica che si espone al rischio più alto: tentare di nominare la vita.
Chiuda gli occhi, Signor Schopenhauer è un libro che scava e non concede scorciatoie. E che, soprattutto, ricorda una verità semplice e vertiginosa: per guardare davvero, bisogna imparare a perdere la vista.
Immagine in copertina di Jonathan Castaneda
