Ho letto La linea spezzata subito dopo un’intervista all’autore, perché colpita dalla risposta “da sempre quello che per me è fondamentale in poesia è lo spazio bianco: ciò che manca, ciò che non si dice, o non si può o non si vuole dire. Il vuoto dopo l’ a capo”. In questa frase ho ritrovato tutta la vertigine della poesia. Il peso del silenzio, la potenza del non detto. La necessità di dire tutta la verità, ma di dirla obliqua. L’utilizzo dell’ellissi non per nascondersi, ma per il rispetto dovuto a ciò di cui non si potrebbe parlare e che chi scrive tenta comunque di dire.
La realtà oggettiva come concetto astratto è illusoria, non esiste. Esistono singole realtà filtrate dai singoli sguardi, dalle esperienze personali di ognuno e la prima cosa che emerge dalla lettura di questo libro è la profonda onestà dell’autore nell’intenzione di restituire un vissuto comune attraverso il proprio.
Ne La linea spezzata ci sono cinquant’anni di vita, dalla lotta armata al covid, entrambe occasioni fallite di compiere una rivoluzione sociale necessaria. C’è l’amarezza per aver “adottato un sistema democratico usa e getta”, per le scelte sbagliate e la politica abbandonata come se non ci riguardasse, ma anche la volontà di continuare a cercare “un punto – uno solo – su cui puntare i piedi per fare resistenza”. C’è l’amore, filo che tiene tutto insieme. Senza scampo, “una ferita che rimargina piano”, ma che comunque rimane rischio irrinunciabile. Perché quello che resta dopo il dolore non è mai vuoto ma trasformazione. Che si tratti di un figlio che cresce e si allontana per la sua strada, di un genitore che invecchia e muore o di un amante che ci abbandona, quando si ama si viene trasformati e quello che resta, dopo la perdita, non è mai un vuoto ma la consapevolezza di essere vivi, capaci di rischiare e di sentire.
Per me, nata alla fine degli anni settanta in una famiglia operaia, i temi delle prime due sezioni sono tratti comuni, identitari, biografici. La polvere nei polmoni, le mani sporche, i racconti sui compagni feriti o morti. Il turno che iniziava alle quattro del mattino, i conti a fine mese, la FIAT 127. Il bisogno di difenderci, con orgoglio, a scuola. La periferia, con i “luoghi familiari ormai estranei che mi fanno ancora trattenere il respiro mentre inciampo nelle paure di un tempo”. La vita che oggi è diventata borghese, ma in bilico tra riscatto e tradimento.
Nel libro c’è un movimento costante tra registro privato e memoria collettiva. Un dialogo ininterrotto tra ricordo e presente, con il recupero delle radici attraverso lo sguardo maturo di chi ormai è a sua volta diventato genitore, nel tentativo di ricomporre la propria storia familiare nel bene e nel male, senza retorica, dal margine degli eventi, lasciandosi attraversare.
La linea spezzata potrebbe essere una perfetta definizione per la scrittura: la linea di inchiostro, spezzata dal bianco degli spazi tra le parole. E ancora di più è una perfetta definizione per la poesia, dove gli spazi di silenzio tra i versi non sono solo una questione estetica, ma forma e sostanza che si compenetrano. In poesia gli spazi di silenzio sono importanti tanto quanto le parole. Hanno a che fare con il respiro. E il respiro si spezza quando la vita ci spezza, ma è proprio attraverso queste fratture che possiamo aprirci agli altri, riconoscerci simili e in questo modo, anche feriti e incompiuti, essere approdo per qualcun altro.
aprire così, con una pistola in evidenza, segno
che definisce gli anni/ un’adolescenza che è registro
privato e tentativo pubblico di descrivere dove
la scrittura frana, si fa grana sottile, carta abrasiva
per gli occhi. resta la luce della fabbrica
il rimbombo che riproduce il suono delle parole
*
la periferia abitata per oltre trent’anni, luoghi familiari
ormai estranei che mi fanno ancora trattenere il respiro
mentre inciampo nelle paure di un tempo.
certi sottopassi e vie che non dovevamo attraversare.
*
Colpiscimi là dove si genera la parola. Porta
silenzio, danno e ferita. Inciampa su di me mentre
vai via. Lascia traccia, solco, suono inconcluso
che si perda nella stanza, concedimi memoria e distanza.
*
Ti passerò di dentro attraversando la linea curva
dell’amore lasciando ad altri i corridoi bui e le scorciatoie,
qui nel lato nascosto, dove c’è quello che non vedi, saremo
un rumore lieve, una ferita che rimargina piano.
*
avere pazienza e aspettare fino a stancarsi
cercando un punto – uno solo – su cui puntare i piedi
per fare resistenza. poi lasciarsi andare.
Fabrizio Lombardo (Bologna, 1968) vive a Ferrara, Tra i fondatori, nel
1994, di «Versodove, rivista di letteratura», ha pubblicato Il cerchio e il
silenzio (Squadro Edizioni Grafiche, 1995), Carte del cielo
(VersodoveTesti, 1999; Premio Terre del Pallavicino), di quello che resta
(Fara, 1998), Confini provvisori (Joker, 2008) e Coordinate per la crudeltà
(Kurumuny, 2018; finalista al Premio Pagliarani e al Premio Tirinnanzi).
Tra le antologie in cui è inserito si segnalano: Il grande blu, il grande nero
(Transeuropa), Sesto quaderno di poesía italiana (Marcos Y Marcos),
Ákusma (Metauro), Parole di passo (Aragno), Parola plurale (Sossella).
Suoi versi sono apparsi su «Il Verri», «Poesia», «Tratti», «Atelier», «La
clessidra», «L’Ulisse», «Poeti e Poesia». Ha curato, con Niva Lorenzini, il
volume Yellow, di Antonio Porta (Mondadori, 2002). Suoi testi sono tradotti
in francese, inglese, greco, slovacco, serbo croato e spagnolo. Lavora
occupandosi di libri e librerie nella direzione di librerie.coop.
