Di tu in noi di Cettina Caliò è un libro che fa precipitare e restare in ginocchio.
È passato del tempo dalla prima volta che l’ho letto. Recentemente l’ho ripreso in mano e ho sentito di nuovo la vertigine che assale quando ci si sporge sull’abisso, ma ho anche sentito come il tempo trascorso dalla prima lettura fosse stato necessario. Necessario per risalire dalla profondità del libro fino al piano di realtà, e provare a scriverne.
È diviso in tre sezioni (La Forma detenuta, Di tu in noi, Note di testa) che disegnano una mappa del lutto per la morte dell’uomo amato.
Ognuno di noi ha nel cuore almeno una perdita, più o meno definitiva, che vibra e risuona con le parole dell’autrice. Questo perché la poesia, quando è vera, quando è mossa da un’urgenza reale e sgorga dal punto più profondo nell’ora più quieta della notte (per dirla con Rilke) ha la capacità di essere universale.
Il lutto non si supera, non si elabora, non si gestisce. Si attraversa abbandonandosi, andando semplicemente alla deriva, sapendo che se si è fatto naufragio è perché si è navigato bene. E’ comunque un attraversamento complesso, non lineare, fatto da continui avanti e indietro, dove mentre si cerca di procedere si viene trattenuti dal filo della nostalgia. Nostalgia come nostos e algos: il dolore del ritorno. Il desiderio struggente di tornare a una condizione del passato che non è più raggiungibile. La sofferenza causata dall’impossibilità di un ritorno, a Quando / avevamo piedi e mani / a fare il paio.
Nella breve nota introduttiva l’autrice dichiara: “Non è poesia del dolore. E’ poesia dell’amore”.
L’amore è un movimento che non si lascia chiudere in una definizione. Qualcosa di cui si può fare esperienza ma che difficilmente si riesce a dire. E solo attraverso la parola poetica si può tentare di dire quello che non si può dire. L’indicibile. Ludwing Wittgenstein ha detto “Su ciò di cui non si può parlare, si deve tacere” ma chi ama non può tacere. Chi ama sceglie di essere spudorato e coraggioso. Tanto coraggioso da tentare persino di dire l’amore.
Amore e morte sono due forze originarie, incontrollabili, di fronte alle quali siamo tutti impotenti. Più forte della morte è l’amore, viene detto nel capitolo finale del cantico dei cantici, ma l’autrice lo nega immediatamente: “È bello e consolante, e non è vero”, dice. Ma ammette che “si resta vivi nel punto più molle dell’anima di chi rimane, si resta lì come luogo della mente”. Ed è vero che la morte porta via tutto, ma non l’amore. L’amore non muore, si sposta dal corpo al pensiero, dal quotidiano al ricordo. E chi rimane con un amore orfano di approdo, privato della persona in cui posarlo, deve trovare una misura nuova per non soccombere al dolore.Così, quando l’amore non può più essere gesto concreto diventa atto creativo, a volte parola. In questo caso, poesia. “Scrivo perché mi aiuta a respirare meglio. Perché ho nostalgia di tutti i momenti in cui mi sono sentita viva”.
La scrittura non consola, ma lascia un segno. Come il quadro di Fontana sulla copertina del libro. E un segno che resta è una ferita che con il tempo si è trasformata in cicatrice. Il dolore non è sparito, ma ha cambiato temperatura. Ha smussato i suoi spigoli. È diventato qualcosa che possiamo sopportare e sostenere, qualcosa che riusciamo a tenere in mano e persino a nominare. Porto il nostro tempo fra le braccia.
Un segno, come una cicatrice ormai chiara, che possiamo seguire con il dito senza sussultare e che ci ricorda non solo quello che abbiamo perso, ma anche quello che abbiamo attraversato e come ne siamo stati trasformati. A perdifiato / io sto / al riparo di noi.
La sezione conclusiva del libro si chiama Note di testa. In profumeria le note di testa sono le prime ad essere percepite, ma sono effimere, poco persistenti. Aprono la sensazione e svaniscono presto, per lasciare spazio al corpo e poi al fondo, ma sono quelle che identificano e caratterizzano un profumo. L’olfatto tra i cinque sensi è il più ancestrale. Quello che arriva dritto alla regione dell’amigdala, nella parte più primitiva del cervello, per innescare emozioni e reazioni senza la mediazione della corteccia cerebrale. Un odore è capace di riportarci in un istante in un vissuto passato e di creare immagini nitide di qualcosa che esiste ormai solo nella memoria. Dove il tuo odore semplice dura / dove ti trattenevo. Ed esattamente come le note di testa, anche l’amore prescinde dal tempo e dalla durata.
Quando si ama si viene sempre trasformati e quello che resta, anche dopo la perdita, è la piena esperienza dell’umano. La consapevolezza di essere vivi, capaci di rischiare e di sentire. Capaci di sentire anche quello che non si può dire. Quindi non lo so se più forte della morte è l’amore, ma di certo l’amore, se sfida il destino, diventa eterno anche quando muore.
Ti tengo
nell’entroterra dell’anima
in un respiro di due sillabe
nel silenzio che fanno gli occhi
quando spalancati sentono
quel perdersi bello
nel nulla del passo
*
È elementare questo crollo
tu non ci sei
e mi cade addosso
il cielo che fu
nella quotidianità scardinata
del respiro
perdo l’abitudine al volo
senza le tue mani
tutto è tanto
è troppo
tutto è sabato
*
Di tu in noi
tengo ogni cosa
perfino i refusi
delle ore metodiche
piano
mi muovo nell’ingombro
del nostro tempo
a piedi nudi
fra le formule giudiziarie
il cappello antipioggia
e le risate sulle scale
lascio ogni passo
ogni impronta
lascio ogni gesto
qui
dove avevamo una scadenza
faccio ogni cosa
per l’ultima volta
*
Porto il nostro tempo fra le braccia
su per le scale
batto l’anima sempre
contro lo stesso spigolo
doloro a ogni fiato
e mi tengo stretta
alle tue ultime dieci parole
torno indietro con l’inutile
memoria di me
e mi fermo
dove il glicine era in fiore
e ci credevo
*
Mi costringo a mettere un nome
a ogni cosa che fa tempesta
mi tengo compagnia coi numeri
che insieme fanno l’alfabeto
di noi
nell’inesausto dilagare di tuono
è ancora nostro quell’istante nudo
*
Fa male
nel niente delle mani
il crepitio dell’assenza
lasciati sognare
ho da raccontarti le scarpe
sul terrazzo e l’uccellino
che ne ha fatto un nido
*
Sulla soglia dell’ora
che non torna e trasparente
mi vive intera
nel forse di ogni passo
a ridosso del silenzio
tu mi parli ovunque
Cettina Caliò è nata a Catania nel 1973. Scrive poesia e prosa. Traduce dal francese. Cura libri. Ha studiato presso la SSIT (Scuola Superiore per Interpreti e Traduttori) di Roma e presso la Facoltà di Lingue e letterature straniere di Catania. Collabora con Il Foglio. Ha pubblicato: Poesie (Ibiskos 1995), L’affanno dei verbi servili (Bastogi 2005), Tra il condizionale e l’indicativo (Ennepilibri 2007), Sulla cruda pelle (Forme Libere 2012), La Forma detenuta (Le Farfalle 2018), Di tu in noi (La Nave di Teseo, 2021), L’estremo forte degli occhi (La Nave di Teseo, 2024).
