Ci sono libri che arrivano come la pioggia lenta d’autunno: non scuotono, non rompono, non travolgono, ma penetrano lentamente, goccia dopo goccia, fino a nutrire ciò che sotto la superficie sembrava immobile. Una spiga (peQuod 2025) di Sheila Moscatelli appartiene a questa famiglia di libri discreti che non cercano clamore e sanno farsi largo con dolcezza. È una poesia che non necessita di impalcature grandiose né di immagini altisonanti per mostrarsi, perché la sua forza sta nell’essenziale, nel raccogliere il quotidiano e restituirlo trasformato, illuminato da una luce sottile.
La prima impressione è di estrema delicatezza. Ogni verso sembra pronunciato con la cautela di chi non vuole sciupare ciò che nomina: le lenzuola al vento, le ombre che si allungano al tramonto, la voce di un figlio che invita a non dubitare delle formiche. È una poesia che non costruisce monumenti, ma si china a osservare i dettagli al microscopio. E in quel gesto umile, quasi domestico, avviene il miracolo: l’infinito si rivela nel finito, l’eterno si affaccia dalle piccole cose e si fa meraviglia.
C’è una tenera grazia in questo sguardo, grazia nel modo in cui le parole toccano la realtà senza ferirla, senza forzarla a dire più di ciò che già contiene. La lingua di Moscatelli è tersa, mai sovraccarica, capace di lasciare spazi di silenzio in cui il lettore può prendere fiato. I versi sembrano nati da un lavoro di ascolto, prima ancora che di scrittura: come se l’autrice avesse sostato a lungo davanti alle cose, lasciandole parlare fino a restituirle in una forma nitida e chiara.
Le immagini, spesso fulminee, sono come fenditure attraverso cui filtra l’enigma della vita: «la morte è un gatto sul tetto – dal cuore di resina»; «un uovo crepita sodo, grigia promessa di futuro tradito»; «mai dubitare delle formiche dice mio figlio, sotto la quercia». Frammenti che restano impressi perché custodiscono una verità che ci riguarda da vicino, detta con naturalezza, quasi sottovoce.
Il libro si muove in modo ritmico, in un quasi vibrato, alternando pieni e vuoti, stagioni di luce e stagioni d’ombra. Le quattro sezioni – La luna del raccolto, Il grano ha resistito, Vicino alle radici, Le parole di domani – tracciano un percorso circolare che è allo stesso tempo naturale e interiore: dal seme al frutto, dal dolore alla resistenza, dalla memoria all’attesa del futuro. Non c’è linearità progressiva, piuttosto un continuo ritorno, come nei cicli della natura. Eppure, ogni volta qualcosa si trasforma: l’esperienza diventa seme, il seme diventa germoglio, il germoglio promessa di domani.
Ciò che sorprende è la leggerezza della voce poetica. L’io non si impone mai come protagonista, non si erge al centro della scena: resta ai margini quasi trasparente, per lasciare spazio alle cose, agli elementi, agli incontri. È come se l’autrice dicesse: non sono io a parlare ma ciò che accade intorno a me; io sono soltanto colei che raccoglie, che custodisce, che restituisce. In questa rinuncia all’enfasi c’è una forza rara, una fiducia silenziosa nel valore intrinseco del mondo.
E allora il quotidiano, che a volte ci appare opaco, privo di rilievo, si accende di risonanze: un odore custodito in un cassetto, una persiana che pulsa come un respiro, la danza di lenzuola stese al vento. Nulla è marginale, nulla è perduto: ogni dettaglio può diventare varco, segno, epifania. La poesia di Moscatelli insegna a guardare così, con pazienza, con tenerezza, con la certezza che anche nelle piccole cose palpiti lo splendore dell’eterno.
Si sente, leggendo, una fiducia di fondo: che la vita resista, che qualcosa germogli sempre nonostante tutto. Il grano ha resistito è più di un titolo: è una dichiarazione, un atto di fede. E anche nei testi che attraversano il dolore, la perdita, lo smarrimento, resta comunque un sottofondo di respiro che sostiene, una corrente che non si lascia spegnere. È questo, forse, il dono più grande di Una spiga: la capacità di raccontare la fragilità senza cedere al cinismo, di nominare la ferita senza smarrire la speranza.
Alla fine della lettura, resta la sensazione di aver camminato dentro un paesaggio familiare e insieme nuovo. Le parole non ci hanno portato lontano, ci hanno riportato vicino: vicino alle radici, vicino alla casa, vicino alla misura semplice del vivere. E proprio lì, nell’intimità dei gesti minimi, abbiamo intravisto l’infinito.
Una spiga non è un libro da leggere di corsa: va tenuto accanto come un pane che non si consuma tutto in un giorno, come un seme che richiede tempo per germogliare. È un invito a rallentare, ad ascoltare, a raccogliere. Ed è un libro che ci ricorda una verità elementare eppure necessaria: nulla è mai davvero perduto, perché tutto può essere raccolto e custodito: e ciò che muore oggi, germoglierà domani.
Immagine in copertina di Annie Spratt (particolare)
