“Autopsia (reiterata) è un libro geniale scritto da un predestinato, costretto-suo malgrado- a uscire dall’ombra” con queste parole che sanno di profezia, Alessandro Pertosa chiude la bella postfazione all’ultimo lavoro di Dario Talarico uscito per la Puntoacapo nel 2022.
Sempre per la Puntoacapo Talarico aveva pubblicato nel 2019 un testo dal titolo folgorante Il coraggio di non lasciare il segno che mi aveva colpita per l’intensità e che, confesso, ho sempre tenuto fra i libri da sfogliare e rileggere.
Ho conosciuto Dario, per caso- o forse no- in una lettura a Bologna, era seduto, silenziosamente, fra il pubblico e, sempre per caso – o forse no – nel mio intervento citai il suo libro ignorando che lui, l’autore, fosse proprio lì, aggiungendo che il testo mi aveva impressionata proprio per la novità e la lama di verità che avevo sentito affondare nei suoi versi.
Autopsia (reiterata) è un poema che si divide in tre sostanziali capitoli, un epilogo finale (Diagnosi) ed è aperto da un prologo (Anamnesi) in cui un anatomopatologo, seguendo la vocazione del suo mestiere, seziona con perizia e cura un cadavere e, proprio in questo sezionare la morte, arriva a comprendere che quel corpo senza vita dove ancora restano però evidenti tracce di esistenza, è il suo stesso corpo, forse addirittura la sua stessa lotta, un duello feroce combattuto nel silenzio, in un martirio nella morte per la vita, “E’ la deformazione professionale di ricavare da una foglia una radice, di partorire a ritroso, nascendo dalla fine”.
Il linguaggio medico che accompagna i titoli dei vari capitoli, “Referto numero 1, 2 e 3” il primo dei quali interamente tratto da Il coraggio di non lasciare il segno dona al testo un rigore di logica e un principio di oggettività nell’indagine poetica e filosofica che segna tutta l’opera, dove silenzio e voce, resa e sconfitta, verità e menzogna si intrecciano in versi limpidi e cesellati perfettamente e che, a tratti, hanno l’eco e la potenza sapienziale degli apoftegmi dei Padri del deserto, la numerazione delle poesie non solo risponde ad un carattere scientifico che è funzionale alla intenzionalità del testo, ma richiama anche la dettatura dei grandi scritti della tradizione spirituale “ L’amore è insopportabile/ per chi non riesce a vivere. / Diffida di chi scrive per non perdere/ Diffida -di chi ama e sa perché”.
Il tentativo di comprensione dell’esistere non è mai indenne e soprattutto indolore, è un lavoro che come per quello poetico, avviene spesso per eliminazione e sedimentazione, svanisce quello che si fonde e si confonde con l’apparire, mentre rimane e germina ciò che è allacciato al profondo così come avviene nello stesso atto dello scrivere, “Non puoi partorire ciò che non ha/ frequentato le tue viscere: scrivere/ quando non è trascrivere/ è mentire”.
C’è la saggezza dei grandi nei testi di Talarico che, con una lingua lucida, priva di aggettivi, sobria e al contempo piena, parla di una salvezza che passa nel noto, nel piccolo, nel vuoto che segna sovente i nostri giorni e che ripugna un mondo vivente ma morto, incapace di sentire ogni gemito che chiede salvezza.
“Non astro, non baratto:/ essere piccoli per il mondo/ -questa- è la salvezza”.
In un contesto sociale e storico come quello che stiamo attraversando ormai da decenni, in una bulimica ricerca di affermazione, di imitazione, di paragoni disumanizzanti, di immagini e di parole, anche poetiche, spesso violentate e snaturate, i versi di questo libro, sembrano indicare una meta diversa, una luce che parte da un’altra direzione e getta la rotta su una landa nuova , solitaria, vera: “Non cercare la verità di qualcun altro, batti/ un’altra strada: questo affannarsi di falene/ sui lampioni non rende luna una lampada”.
Una forte tensione spirituale corre nei versi di questo libro, ma è una tensione che unisce e fonde la dimensione verticale a quella orizzontale, ci sono le contraddizioni, i silenzi, le parole, le bugie che segnano ineluttabilmente l’esistere, ma c’è anche la capacità di Talarico di tenere insieme gli opposti, di farli danzare in un’ armonia che non inciampa ma che, al contrario, riscopre la potente fragilità dell’uomo “Sconfida di chi è pulito e pontifica/ sul vero. Solo con i piedi nel fango/ puoi fiorire in faccia al cielo”.
Uno spirituale che affonda il suo cielo nella carne e dalla carne prende colore e vigore “Anche l’aquila/ più grande deve franare a terra per mangiare” seppure è forse solo nel silenzio che sente il suo divenire “Porta solo a compimento/ il silenzio da cui vieni”, in un gesto segreto e solitario, che si compie sopra il precipizio della vertigine come nei versi eterni di Ungaretti “ quando trovo/ in questo mio silenzio/ una parola/ scavata è nella mia vita/ come un abisso”.
Ogni poesia del libro chiudendosi si riapre e riaprendosi svela un nuovo significato, tutto il libro, come scrive giustamente Pertosa, ha varie forme di lettura e si offre a più prospettive ma, se mi venisse chiesto di trovare un fil rouge che ne leghi tutte le parti, questo filo si intreccerebbe all’albero di un’unica parola: coraggio, la stessa parola scelta dall’autore anche per il, già citato, libro precedente.
“Esplorare il noto richiede coraggio” dice infatti un verso di una poesia ed è un verso fulminante che rovescia il senso della ricerca, spesso affannata e ininterrotta, di ciò che è al di là della nostra pelle e che sempre ci appare come l’unica sorgente di novità, l’unico banco di prova di una forza spesso posticcia e vana.
La poesia di Talarico non ha e non chiede una misura di mezzo, tende, invece, al nulla o al tutto “il nulla- conosce il tutto meglio del poco” , non baratta, non illude, mette in luce un dilemma che attanaglia da sempre ciascuno di noi, quello intimo e profondo della libertà, quanto l’uomo possa dirsi o volersi veramente libero, senza dubbio ne gira il segno e smaschera l’inganno di idolatrie inseguite come fedi e di sbarre trasformate in prigioni confortanti. “Quaggiù chiunque è rapido/ a sacralizzare la propria libertà, e nessuno è/ disposto a rinunciare alla propria schiavitù”.
La Dickinson in un suo famoso verso dice “Di tutta la verità ma dilla obliqua”, come una luce che non può rivelarsi all’improvviso altrimenti rischierebbe di accecare, la verità non diversamente dalla bellezza ha bisogno di una curva, di un arco che renda più fruibile la sua forza, lo stare di sghembo è farsi schermo proprio a quella luce per poterla riversare, ed è esattamente così che Talarico nei suoi versi fa eco ad Emily “ Solo di traverso puoi acquistare lucentezza/ Solo di traverso l’attrito sgretola la pietra./ Perché brillare? Nessun ciotolo-sceglierebbe il mare”.
Talarico conosce indubbiamente lo spessore della poesia, ne comprende il ritmo del respiro mentre muta quando si fa ascolto, i poeti, quelli veri, imparano infatti a ri-conoscerlo e sanno fermarsi “Questo solo un poeta/ deve sapere: il mestiere di chi parla è tacere”, queste poesie sono frammenti di bellezza, una bellezza intima, potente di cui divengono custodi, così come la notte è intima custode del sonno e il poeta lo è del silenzio prima che della parola “Eppure, là dove dorme il cielo, dormono/ le parole, dove dormono le parole, -/ il cielo veglia”.
Dario Talarico è nato a Roma nel 1990. Poeta e critico letterario, è direttore puntoacapo della collana di opere prime Controcorrente e redattore di «Laboratori Poesia». Suoi testi sono apparsi su «la Repubblica», «Studi Cattolici», riviste di settore e antologie. Per la poesia ha recentemente pubblicato Il coraggio di non lasciare il segno (puntoacapo, 2019, European Poetry Prize Adam Mickiewicz, 2021) e Autopsia (reiterata). Poema logico-filosofico (ivi, 2022, finalista Premio Nabokov, Montano, Carver e Michelangelo Buonarroti, 2022), dal quale un estratto è stato tradotto in Russia col titolo Простор для невысказанного / Spazio per il non detto (Free Poetry, 2021). Suoi contributi critici sono inoltre apparsi su «Laboratori Critici», «Il sarto di Ulm», «Metaphorica» e sui lit-blog «La poesia e lo spirito», «L’EstroVerso», «Poetarum Silva», «Almanacco Punto» e «Monolith».
Foto di copertina a cura di Laura Corraducci
