La pazienza delle meduse di Carla Ghisani (Interno Libri Edizioni, 2026, con postfazione di Alberto Bertoni) è un’opera densa e ricca, sul piano sia verbale sia tematico. Accennato appena ad alcuni tratti strutturali ben evidenti – dalla scansione in sette sezioni titolate “Incipit” alla pagina ariosa, fino all’uso fitto dei corsivi –, risalta subito la ricchezza dei motivi ispiratori che attraversano il libro. Si va dal trauma originario della perdita alla rielaborazione della memoria familiare e d’infanzia, dall’amore vissuto come incontro e disarmata vulnerabilità alla riflessione sullo scrivere come necessità, fino allo sguardo dolente sulle guerre del presente e a una spiccata vena confessionale che si fa svelamento biografico della propria “diversità”(la più strana / la più incompresa / di tutte le creature, p. 25). Uno dei più rilevanti e significativi aspetti, su cui si vorrà spendere le prossime righe, è senz’altro quello legato alla dialettica tra gli opposti di volo e caduta – a volte apocalittica –, e alla loro possibile ricomposizione.
Anabasi, catabasi e galleggiamento
Infatti, agisce nella raccolta una tensione costante tra spinta ascensionale e sprofondamento, in una dinamica di anabasi e catabasi che trova la sua composizione nella figura simbolica del galleggiamento.
La voce poetante – inequivocamente coincidente con uno snudato io biografico – vive la terra e l’abisso come luoghi di originaria appartenenza o di ineludibile radicamento, ma al contempo riconosce nel movimento verso l’alto la pulsione di un’anima inquieta.
L’anabasi si declina anzitutto come desiderio di volo o di stacco dalla gravità, in continuità ideale con la precedente opera di Ghisani (Prove di volo, Les Flâneurs Edizioni, 2022) ed è evocata attraverso un repertorio verbale legato al cielo, all’aria e alle ali: le parole stesse diventano «false ali» o varchi verso l’«iperspazio», in una spinta in cui l’io confessa «ho dovuto arrischiare prove di volo / senza ali, senza vento» (p. 51). Tuttavia, a questa vertigine verso l’alto fa continuamente riscontro una rovinosa e inesorabile catabasi. Lo sprofondare non è solo una caduta fisica o una «predisposizione alla caduta rovinosa» (p. 36), ma una discesa interiore verso il buio, verso la terra o il fondo marino: l’io si definisce «stella morta a picco verso il centro di me stessa, / dentro ogni abisso, / giù, nelle falesie / senza ritorno» (p. 15) o rievoca il trauma originario con «l’affondo di quella bara piccolissima» (p. 10). In questo perenne oscillare tra le altezze rarefatte del «cielo» e il peso profondo della «terra», del «fiume» o del’«pozzo senza fondo», è l’elemento acquatico – sostanza dominante e dimora naturale delle meduse – a insinuarsi come elemento di mediazione. Come nota Alberto Bertoni in Postfazione (p. 124), il «galleggiamento» sospende il conflitto tra alto e basso: l’acqua evita sia il precipitare che l’annegamento, offrendo una tregua imperturbabile. Sono plurime le testimonianze lessicali delle tensioni polari, verso l’alto («cielo», «assurgere», «ali», «spiccare […] il volo», «iperspazio», «stelle», «vetta», «spinta» ecc.) e nell’opposto senso discendente (precipitare, «caduta», «sotto il sasso», «sottoterra», «abisso», «impatto», «affondo», «sprofondare», «radici»), come anche e forse più dell’acquorea mediazione orizzontale («mare», «fiume», «galleggio», le stesse «meduse», «onde», «scialuppa/e», «branchie», «pesce», «flutti», «zattera/e», «corrente/i», «superficie» ecc.).
Come sembra suggerire il titolo stesso della raccolta, l’esperienza umana impara dalla medusa una forma di immobile resistenza, una sospensione fluida in cui «galleggio in residui di respiri» (p. 26) e in cui «respiro anche sott’acqua» (p. 50). Il galleggiare assume così la valenza di una tregua – simbolica e fattuale – tra la tentazione dell’anabasi e il destino della catabasi, permettendo all’io di rimanere nel mare «sotto la superficie» senza soccombere alla violenza del cadere né alla insussistenza del volo:
«Sognavo di volare, da bambina,
ed era un volo in discesa, una curva in cui roteavo
su me stessa
/spirali secondo Fibonacci,
intarsi di sonno REM a scardinare
tutti i calcoli delle probabilità/
Sognavo spesso di galleggiare,
l’aria in forma solida mi allontanava
dal suono della catena, dai vincoli terreni» (p. 57)
Olocausti e apocalissi interiori
Un particolare specimen di sprofondamento – laddove vale il noto principio di Lucrezio «de nilo nihil, in nihilum nil posse reverti» – ricorre sinistramente nella risonanza di termini quali «olocausto» e «apocalisse». In Carla Ghisani l’esito catastrofico non appartiene soltanto alle tragedie macroscopiche della Storia, quanto piuttosto a una dimensione intima e psicologica. Il lessema «olocausto» fa la sua comparsa per definire il trauma di chi si professa «sopravvissuta all’olocausto interiore» (p. 36), ovvero alle macerie etiche e morali prodotte dal giudizio altrui. Allo stesso modo, le occorrenze di «apocalisse» e del relativo aggettivo scandiscono il testo sia come condizione cosmica, in un «tempo d’apocalisse» (p. 38) in cui persino un vulcano cade nell’abisso marino, sia come frattura interiore, dove l’io vive una «irrequietezza terminale» (p. 25, 104) dichiarando con piglio di combattente: «perdona quest’anima da soldato, / l’apocalisse che mi abita da sempre in testa» (p. 104). Nel progressivo scomporsi dei confini e dei legami, le forze distruttive del sé e del mondo non restano sullo sfondo, ma si stringono direttamente attorno ai corpi – la gatta, il topo, la dinamica feroce e d’istinto tra l’io e il tu – fino a trasformarli in improvvisi e terribili «Dèi dell’Apocalisse» (p. 107). La parabola della distruzione si fa così essenza di ogni caduta, attrazione verso l’annientamento a cui, grazie alla parola poetica, l’io resiste con forza: «Ricordo il momento esatto in cui ho iniziato a cercare le parole, / o forse hanno cominciato loro a cercarmi / sciame di meduse» (p. 9), così che ora «ho spalle forti, / la pazienza delle meduse, / a trovare il largo» (p. 62).
Poesie da La pazienza delle meduse
[Ed è come se la mia vita]
Ed è come se la mia vita fosse stata un labirinto di alte mura che infine ho scelto di attraversare per non restare eternamente nascosta, camuffata tra simili che non capisco
L’ho fatto per te
Come correre in mezzo ai campi di mais d’estate, fra le piante folte, le foglie che schiaffeggiano e tagliano – barbe di pannocchie accarezzano i segni brucianti d’ortiche sulla pelle, radure nell’ombra, topi, lucertole
Posso lasciarti l’eredità del mio sguardo sul mondo, le extra sistole che mi battono in petto con ritmo folle e incongruo fin dall’infanzia, le fitte allo sterno
E se è questo, ciò a cui porta essere nati liberi, a questa affilata consapevolezza d’essere soli,
sempre assolutamente soli, allora ricordami così, tu
Sola nella folla,
sola davanti a uno specchio,
mai bambina,
mai adulta,
mai del tutto umana
Una bestia priva di branco, senza voce
Ricordami strana,
libera,
viva,
sola
(p. 27)
[Il cane annusa la porta chiusa]
Il cane annusa la porta chiusa, spinge il naso contro
lo spiraglio sotto la soglia,
agita furiosamente la coda avido di fantasmi
Chissà quale odore raccoglie, quale filiforme traccia
di ormoni o effluvio misterioso
gli scuote i sensi
Il vulcano in un tempo d’apocalisse si è tuffato nel mare, tomba di lava, e ora poggiamo
i piedi su ciò che rimane di una montagna che riposa nell’abisso, galleggiamo senza peso
su residui minuti, sassi, polvere da sparo
Colgo vaghi pensieri sotto soglia,
rapide schegge,
lampi improvvisi nel buio
una solitudine di lingue incomprese,
distese di pelle che parlano senza muovere fiato
in labirinti di cellule
Perché nessuna parola
è capace di dire chi siamo noi,
dove abitiamo,
cosa sentiamo davvero
Ho molti cuori, un cuore nascosto
alla fine di ogni sperduto sentiero
(p. 38)
[Il reiterarsi dei nostri incontri]
Il reiterarsi dei nostri incontri crea mondi paralleli, strani pensieri scuotono i fragili equilibri di questo tempo in bilico dove il destino è un bivio, una forcella da rabdomante per ritrovarmi, sepolta chissà dove
Lune piene fanno splendere di bagliori d’acciaio nubi cariche di pioggia nell’anomalia bisestile, mentre dentro queste mura il vento scompone i capelli come in mare aperto,
la stanza diventa battello, zattera in balia delle correnti
So che hai paura di me,
dell’ombra e della luce che emana il mio essere nuda,
quasi disarmata
e generi onde d’urto quando assottigli
con un solo sguardo la corazza sulla mia pelle
e gli occhi si appannano
di ogni desiderio sconosciuto,
mentre solo le mie solite parole sono nido agganciato al cielo,
funi, liane verso la terra
Mi resta il dono di fraintendere,
mi resta addosso il sentore del desiderio,
il tuo respiro di grotta
cupo e profondo
Il tuo peso addosso
è il peso di tutto il mondo
(p. 76)
Dello scrivere
Dello scrivere
I capelli così fragili da sembrare piuma,
sponda ai fili d‘erba, al vento dell’acqua,
la corrente che scivola rasente un corpo
sempre più inconsistente
Non c’è stagione che mi affondi
più in profondità nella carne
Niente è affilato come l’inverno
Questi pugnali che chiamano dicembre, gennaio
quel momento in cui ti arrendi,
poi intravedi i primi germogli, pochi minuti di luce in più
una manciata di desideri sparsi a pugni chiusi
da far germogliare come inutile semina,
come speranza senza sogni, preghiera
La terra non è fatta per noi,
e vorrei chiudere gli occhi per non riaprirli,
ché altro orrore non voglio più vederne
E anche oggi
scrivo senza davvero volerlo
come levare un tappo
a una vasca troppo piena,
come se scrivere servisse a qualcuno, a qualcosa,
a salvare una vita, un insetto,
una rosa
Qualcosa,
a salvare qualcosa
di noi
(p. 84)
Carla Ghisani (1969) nasce a Cremona, e vive fino ai vent’anni in un paese al confine con il parmense, sul fiume Po. In versi ha pubblicato nel 2022 Prove di volo, Les Flaneurs Edizioni. La pazienza delle meduse, Interno Libri Edizioni, 2026, con postfazione di Alberto Bertoni è la sua seconda raccolta edita.
Fotografia in copertina: Dedalo che attacca le ali a Icaro, di Innocenzo Fraccaroli (1854) – Castello di Miramare, dettaglio (foto di Alfredo Rienzi)
