A tu per tu (XXIV): Paolo Ruffilli

Autore/a cura di:

Qual è il seme da cui è germinata la tua poesia?

Un seme profondo, interiore, in una chiave presto esoterica, solitaria. Ho sempre avvertito insofferenza verso qualsiasi corrente, gruppo o scuola, per istinto sentendo che non ci sono mai strade già battute da seguire, opzioni o categorie predefinite. Ogni esperienza creativa degna di questo nome è sempre unica e irripetibile. Il che non vuol dire, naturalmente, che non ci siano debiti rispetto a quanto di creativo si è fatto prima. Ma il problema è che la creatività non ammette imitazione o epigonismo. Lo sappiamo da lettori, che ci piacciono cose diversissime tra loro. E, quando ci piace un testo, non accade affatto che ci piacciano altri testi che assomigliano a quello.

Quale la sua genesi nel tempo?

È una genesi che ha a che fare con la musica. In poesia, per me, la musica è tutto (Luigi Baldacci ha definito “espressivamente votata alla pura partitura musicale” la mia scrittura). Lo dico perché, creativamente, la poesia per me nasce dietro a un impulso musicale. È un’ossessione musicale mentale quella che mi trascina dentro un flusso, nel quale poi agiscono e intervengono altre forze, anche ordinative e razionali. Ma il fuoco della musica è, appunto, la parte incandescente e quella che in ogni caso alla fine decide. E decide, intanto, come ritmo che impone i suoi arresti e le sue ripartenze: determinando il verso e rendendo il verso riconoscibile proprio come “verso”. È l’orecchio che garantisce per la mia ossessione musicale, e a lui si sottomette l’intelligenza, anche quando è appunto razionalmente in disaccordo. Così, per me, andare a capo è una necessità per così dire musicale. E resto condizionato da questo mio bisogno profondo anche quando leggo la poesia degli altri, perché a leggere è sempre l’orecchio, che si insinua inevitabilmente sulla pagina come dentro una partitura. Non c’è niente, si sa, più coerente di un’ossessione e io mi lascio guidare dalla mia ossessione musicale, senza essere distolto da chi mi obietta per esempio di andare a capo dopo una preposizione o una congiunzione… La musica mi ha insegnato che la grammatica è uno strumento e non una legge. Per me, come diceva Pessoa, la poesia è lo stato ritmico del pensiero.

Quali i poeti che negli anni hai sentito più affini alla tua sensibilità?

Da sempre, gli scrittori hanno letto gli altri scrittori, facendone alimento della loro scrittura. Ma sto parlando degli scrittori che mangiano, digeriscono e risputano fuori in altre, ulteriori forme quello che hanno ingurgitato. Mi riferisco, ancora una volta, ai grandi scrittori: gli unici, creativamente, significativi. Questi non si preoccupano di niente e non hanno paura di nessuno: per loro conta la lingua che gli “ditta dentro”. Se si va ad analizzare quello che scrivono, si fa fatica a inquadrarli in una “tendenza” o in una “scuola”: sono anomali e perfino alieni rispetto al loro tessuto, al quale pure appartengono fino in fondo. La loro forza paradossale sta proprio qui: sono gli unici e autentici eredi, eppure non sono per niente “riducibili” ai loro padri e antenati. Volendo citare i miei padri e antenati, pur sapendo che spesso gli scrittori si sbagliano a proposito delle proprie fonti, metto in fila quelli che sento portanti per me: Dante, Petrarca, Tasso, Marino, Metastasio, Leopardi, Pascoli, Ungaretti, Montale, Caproni.

Ti ritrovi nella riflessione, trascritta di seguito, di Giacomo Leopardi?

“Felicità da me provata nel tempo del comporre, il miglior tempo ch’io abbia passato in mia vita, e nel quale mi contenterei di durare finch’io vivo. Passar le giornate senza accorgermene, parermi le ore cortissime, e maravigliarmi sovente io medesimo di tanta facilità di passarle.
(Giacomo Leopardi, Zibaldone, 4417-18, 30 novembre 1828)

Mi ritrovo completamente ed è proprio come Leopardi la descrive la “felicità del comporre”: la felicità e la facilità delle ore trascorse nel lavoro della scrittura.














Paolo Ruffilli (1949) ha pubblicato i libri di poesia: “Piccola colazione” (Garzanti, 1987), “Diario di Normandia” (Amadeus, 1990), “Camera oscura” (Garzanti, 1992), “Nuvole” (con fotografie di Fulvio Roiter, Vianello Libri, 1995), “La gioia e il lutto” (Marsilio, 2001), “Le stanze del cielo” (Marsilio, 2008), “Affari di cuore” (Einaudi, 2011), “Natura morta” (Aragno, 2012), “Variazioni sul tema” (Aragno, 2014), “Le cose del mondo” (Mondadori, 2020). In ambito narrativo, ha pubblicato racconti e romanzi: “Preparativi per la partenza” (Marsilio, 2003), “Un’altra vita” (Fazi, 2010), “L’isola e il sogno” (Fazi, 2011), “Fuochi di Lisbona” (Passigli, 2024). Oltre alle curatele di classici italiani e stranieri e alle traduzioni (Lao Tse, Tagore, Gibran, Mandelstam, Pasternak, Achmatova), ultima delle quali “L’Aurora Boreale” di Theodor Däubler (Marsilio, 2023), è autore delle biografie di Ippolito Nievo e di Carlo Goldoni (Camunia, 1991 e 1993), dei testi teatrali “La morte giovane” e “La vita che verrà”, e dei saggi “Maschere e figure – Repertorio dei tipi letterari” (Il ramo e la foglia, 2023), “Incanto e disincanto – Voci della poesia italiana del Novecento” (Il ramo e la foglia, 2025). www.paoloruffrilli.it