Soul (XIII): Quel che sarebbe potuto essere

Autore/a cura di:

Le assenze più profonde non fanno rumore. Non arrivano con il fragore delle cose che crollano, né dopo addii teatrali. Entrano nella vita in silenzio, come una corrente fredda che passa attraverso una porta lasciata socchiusa. All’inizio quasi non te ne accorgi e continui a fare quello che hai sempre fatto. Prepari il caffè, rispondi ai messaggi, sorridi quando serve. Poi, un giorno qualsiasi, nel punto più ordinario di un pomeriggio, magari durante una passeggiata poetica, mentre due occhi ti fissano in un clamoroso incrocio di sguardi, qualcosa si spalanca. O forse si svuota. E capisci che quell’assenza ti abita da sempre, anche se non ne avevi mai avuto consapevolezza prima.


Lo struggimento nasce lì, nel punto esatto in cui il desiderio percepisce la mancanza irrimediabile del tempo perduto, di un tempo che sarebbe potuto essere diverso e non è stato. E quel clamoroso nulla ti lascia dentro una fame, una fame che non chiede cibo. E una sete che nessuna acqua riesce a spegnere. Somiglia a camminare in una casa conosciuta e avere la sensazione che manchi un mobile, una voce, una luce accesa in fondo al corridoio.


Non sempre si soffre con violenza. A volte si soffre con una dolcezza atroce. Si continua a vivere, ma con la percezione sottile che il mondo abbia perso una tonalità, un colore invisibile agli altri.
Chi non ha mai provato il vuoto dell’assenza pensa che il dolore sia un evento. Non lo è. È una stagione interiore che modifica la temperatura delle cose. Ci sono giorni in cui tutto sembra sopportabile. Poi basta una canzone sentita per caso, un profumo nell’aria, una frase pronunciata con una cadenza familiare, e il passato ritorna non come memoria, ma come presenza impossibile.
Lo struggimento ha questa crudeltà: ti lascia dentro ciò che ami. Lo conserva intatto a sufficienza da poterlo sentire ancora, ma lontano abbastanza da impedirti di raggiungerlo.


E allora il vuoto cambia forma. All’inizio è una ferita aperta. Poi diventa una stanza. Ci costruisci dentro le abitudini, i pensieri, persino una certa pace. Impari a convivere con ciò che manca come si convive con una cicatrice sul corpo: smetti di guardarla ogni giorno, ma non smetti mai davvero di sapere che esiste.
Dentro questa malinconia ostinata esiste una verità quasi luminosa. Se qualcosa manca così tanto da lasciare un vuoto irrimediabile, significa che ha attraversato la nostra vita con una forza rara. Significa che, almeno per un tratto di strada, siamo stati capaci di sentire profondamente il peso della sua mancanza. E a quel punto lo struggimento smette di essere soltanto una condanna per trasformarsi in testimonianza. La prova silenziosa che esistono presenze capaci di lasciare tracce tanto profonde da continuare a respirare dentro di noi anche quando non possiamo più toccarle, o anche quando non le abbiamo mai toccate, ma avremmo potuto se le cose fossero andate diversamente.


E magari alla fine intuire che crescere significa proprio questo: imparare che certe assenze non chiedono di essere guarite. Chiedono soltanto di essere portate con dignità, come si porta una fotografia nel portafoglio o una costellazione nella memoria. Perché certe cose non finiscono quando le perdiamo. Finiscono quando smettiamo di sentirne la mancanza.