Sillabari (XXVII) – Esistere | Loriana D’Ari

Autore/a cura di:

Immagine: Thomas Dodd

SILLABARI

Rubrica a cura di Silvia Rosa

ESISTERE | LORIANA D’ARI

 

Esìstere, dal lat. exsistĕre, comp. di ex- e sistĕre, perciò ‘sorgere, apparire’.

Ho il dubbio che la vita, questo miracolo dell’apparire, non sia in sé stessa definibile in senso assoluto, né abbia in sé il proprio fondamento: nulla di intrinseco, dunque. Potrebbe darsi ‒ questa è l’ipotesi allora non formulata e presa per vera, che mi orienta la percezione sin dall’infanzia ‒ che la vita sia un fenomeno affine all’esistere, e che tutto ciò che esiste ne partecipi in qualche ancora misterioso senso. E che si esista a partire da un’interazione che addensa l’essere, inconosciuto e inconoscibile, nella forma di un qui e ora: questo sasso caldo e questa lucertola, ma anche quel pianeta irraggiungibile distante anni luce, a cui abbiamo dato un nome. Ne consegue che, di momento in momento, il nucleo più profondo del reale (e di quel che siamo), che solo in parte e in via mediata può essere coinvolto in un’interazione, di fatto partecipa del non esistere ‒ che dico morte, a grandi linee. Del resto sulla via dell’apparire, per quanto ancora non visibile, c’è un mondo che già esercita l’effetto della sua presenza. E non si tratta di opposti morte e vita, semmai di fluttuazioni dell’esistere che è nel tempo, con quasi illimitate gradazioni: dall’oscuro che ci tocca per altre vie, al nascosto in piena luce che irradia i suoi effetti, fino a implicare ‒ in ultimo ‒ la misura dello sguardo. Chiamo morte lo sfondo di questo apparire.

Da dei vivi e dei morti (Arcipelago itaca 2026)

non sono lievi i voli arresi a dissolversi

inoltrano il bianco dell’alba nel colmo di luce

nell’amplesso dei morti a venire

musica di cortili a ricreazione

di qua dal nome che dice

possesso che dice appropriazione

l’attrito a stento percepito di antenne

piumose e ali di velluto. trattengo il fiato

per le creature affacciate alla soglia

di quel che nasce, che sbroglia la sua

rete a fili torti e maglie larghe

una crisalide di frulli di falene sgrana

da un buio trasparente sottopelle

la nudità di tutto quello che disperde

*

io sono qui, dove ti penso. tu anche sei qui

dove manchi. nient’altro ti somiglia come questo

vuoto denso, dai contorni in negativo accesi

(lo sfondo non esiste / lo sfondo è casa).

se esistere è in relazione, se siamo là fin dove

giunge l’eco, tu mi sei qui: dov’è un orecchio.

tu che esisti più di me, che non mi senti

mentre muovo a tentoni questo buio

che è casa

*

non lascia segni ciò che scorre senz’attrito

in questo solco

inapparente: l’elemento isolante

del raccordo, la colla del buio che ci tiene.

ciò che funziona si nasconde troppo bene

sostanza che assimila a sostanza.

non frugheresti il sangue non volendo

arrestarne la corsa. ma se premi la crosta

del pane puoi sentire

la danza crepitante delle spighe.

così suoniamo la forma

perduta a divenire

quel che siamo

 

*

Loriana d’Ari vive a Genova, dove lavora come psicoterapeuta. Ha pubblicato su diverse riviste e blog letterari e ricevuto riconoscimenti in occasione di vari premi, tra cui “Bologna in Lettere”, “Poesia di Strada” e “Lorenzo Montano”. La sua raccolta d’esordio, silenzio soglia d’acqua, è risultata vincitrice della VI edizione del premio “Arcipelago itaca” (raccolta inedita, opera prima) e pubblicata nel maggio del 2021 per Arcipelago itaca Edizioni. dei vivi e dei morti è vincitrice della XXIV edizione del Premio InediTO – Colline di Torino.

 

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