(Con poesie di Corrado Govoni, Giorgio Orelli, Leonardo Sinisgalli, Sergio Gallo, Andrea Camilleri)
Come accade – tra svariati esempi possibili – per il “gabbiano”, il “falco” o l’”anatra”, anche il “picchio” che incontriamo nei testi poetici non identifica una specie definita, ma un gruppo o una famiglia. Questa genericità lessicale, che vede i poeti muoversi spesso senza una precisa consapevolezza ornitologica, il più delle volte non intacca la tenuta del testo; al contrario, il nome comune può caricarsi di un valore archetipico e suggestivo che mette in salvo la trama e la resa semantica del componimento. Nel caso del “picchio”, con una certa sorpresa, si osserva invece – come vedremo – una maggiore precisione specifica. Ma cominciamo parlando al plurale, dei Picchi o Picidi (Picidae), famiglia di uccelli dell’ordine dei Piciformi (Piciformes)comprendente oltre duecento specie delle quali 8 presenti e nidificanti in Italia[1].
Semplificando, si possono considerare: i Picchi rossi (maggiore, minore, mezzano e il Picchio dorsobianco) che a parte le dimensioni, sono molto simili, caratterizzati da un piumaggio bianco-nero con cresta rossa e distinguibili solo per piccoli particolari; il Picchio verde e il Picchio cenerino, molto simili tra loro e con il canto che simula una risata; il Picchio nero, il più riconoscibile, anche se molto elusivo, per le grandi dimensioni e il piumaggio nero con cresta rossa e infine il raro Picchio tridattilo delle foreste di conifere alpine soprattutto orientali[2].
Nel linguaggio poetico, l’immagine del «picchio» attinge principalmente a due suggestioni distinte, nate dalla familiarità con il paesaggio rurale italiano: il tambureggiamento del Picchio rosso maggiore (Dendrocopos major) o, sul piano fonico, il canto “ridente” del Picchio verde (Picus viridis).
È notissima e iconica la loro tecnica di martellare con il becco il tronco degli alberi non più vitali sia per alimentarsi con larve di insetti che per creare cavità dove nidificare. Che il picchio picchietti può sembrare un gioco di parole o una banale parentela lessicale, ma le cose sono leggermente meno lineari: il nome dell’uccello e i verbi picchiettare (e picchiare) condividono la stessa radice onomatopeica “pik” (o “pikk” o “kick“), che imita il rumore di un colpo secco. Non derivano l’uno dall’altro, ma sono rami paralleli: dal latino pīcus è nato il sostantivo per l’animale, mentre dal latino volgare piccare si sono sviluppati i verbi per indicare l’azione di battere e il suo diminutivo frequenzativo.
Un altro legame etimologico, su una delle tante strade che collegano mitologia, simbolismo e ornitologia[3], chiama in causa re Pico, il leggendario sovrano del Lazio e figlio di Saturno. Celebre per la sua bellezza e l’arte divinatoria, Pico, per restare fedele alla ninfa Canente, rifiutò l’amore della maga Circe la quale, furiosa per il rifiuto, lo trasformò in un pīcus lasciandogli però il suo colore regale, il rosso del mantello[4]. E sempre per restare nelle trame etimologiche, il Picchio era l’animale totemico dei Piceni: secondo la leggenda del ver sacrum (la primavera sacra), una colonia di giovani Sabini migrò verso le Marche guidata proprio dal volo di un picchio sacro a Marte. L’uccello, posatosi su un’insegna, indicò il luogo dove stabilirsi, dando così il nome alla nuova popolazione e alla regione (il Piceno).
Veniamo alla presenza del Picchio nella poesia italiana moderna e contemporanea e partiamo da un testo che ha dietro una storia meritevole di essere raccontata. È Il picchio rosso, componimento contenuto in Conchiglia sul quaderno (1948) di Corrado Govoni, poeta che già nelle raccolte giovanili aveva dedicato versi all’uccello. Lo troviamo ad esempio in Paesaggio magnetico (in L’inaugurazione della primavera, Taddei, 1915) dove il poeta «col fucile tra i piedi!» vede «spuntare, un giorno / il capo rosso d’un picchio» che «l’aritmetica delle formiche […] ogni tanto corregge […] / vecchio maestro arcigno / che alza il capo dalla cattedra / con la papalina rossa tirata sugli occhi, / battendo sul legno il suo naso coriaceo / secco / che pare un becco…». O in Picchio (in Poesie elettriche, Taddei, 1920): «Chi è laggiù quel dottore / che nel campo di canepa in fiore / ascolta ad uno ad uno tutti gli alberi? / Sembra quel fitto martellare, / d’un fantastico legnaiuolo / che inchiodi tutto il giorno bare / con una furibonda lena […]». Ritroviamo il poeta-cacciatore nell’episodio che cambierà, ci viene detto, il suo rapporto con la caccia, riportando per intero il componimento, dove è il povero volatile che parla:
Il picchio rosso di Corrado Govoni[5]
Vissi nel sole come nell’interno
di una dolce fornace,
con ali d’erba smeraldina
e il berretto alla sbarazzina
come una viva brace.
Quanto picchiai i vecchi intarmoliti olmi
per pappar grasse larve addormentate
nella feccia del legno
sghignazzando: “trentatré! trentatré!”.
Fu mentre assaporavo
formiconi e cerambici
che, per il gran raspío vetrino
delle cicale scoppiò il giorno;
ma forse fu una ghianda esplosa
dal sotto in su che mi colpì nell’ala.
“Trentatré! trentatré!” invano strillai,
quando con tutto il peso della notte
un gigantesco tacco d’uomo
mi fu addosso.
Nella paglia di fradicio sole
morii con un sussulto,
per non esser riuscito a trangugiare
il mio berretto di velluto rosso.
Franco Orlandini – poeta, prosatore e saggista – nel suo libro Uccelli per cento poeti dedica una pagina a questa vicenda in cui la voce poetica è quella del povero e involontario protagonista: «Corrado Govoni […] Un giorno si trovò a sparare a un picchio rosso, capitatogli d’improvviso a tiro. L’uccellino, ferito ad un’ala, andò a cadere, stridendo, sopra un mucchio di paglia; e fu allora che un uomo della fattoria lo finì brutalmente, con una pedata. Govoni rimase così impressionato dall’accaduto, che da quel giorno non ebbe più voglia di andare a caccia. Successivamente scrisse la poesia intitolata appunto “Il picchio rosso”» dove il volatile rievoca «il momento in cui fu colpito ad un’ala (pensa sia stata l’esplosione di una ghianda) […] e soprattutto quello, terribile, in cui “con tutto il peso della notte / un gigantesco tacco d’uomo” gli fu addosso schiacciandolo impietosamente»[6].
Insieme ad elementi fortemente realistici («pappar grasse larve addormentate / nella feccia del legno […] formiconi e cerambici») c’è tuttavia una evidente licenza poetica, perché Govoni dipinge un Picchio verde (Picus viridis) con la tavolozza di un pittore, regalandogli un titolo che mettesse in risalto il sacrificio del suo sangue. A fare da indizio definitivo è il riferimento alle «ali d’erba smeraldina»: il Picchio verde ha il dorso e le ali di un caratteristico colore verde oliva/smeraldo, che lo rende mimetico tra la vegetazione, mentre i picchi rossi hanno un piumaggio rigorosamente bianco e nero senza alcuna traccia di verde. Inoltre, il poeta e descrive il verso dell’animale– come se ironizzasse su un medico che non riuscirà a salvare il paziente («invano strillai!») – come uno sghignazzante «trentatré! trentatré!»: il richiamo del Picchio verde è notoriamente descritto come una “risata” altisonante e ironica (un clia-clia-clia accelerato), mentre il rosso, al contrario, emette un colpo secco, un pik o un kick isolato, e si fa notare soprattutto per il tambureggiamento sui tronchi, non per il canto. È probabile che il poeta ferrarese abbia scelto il titolo “Il picchio rosso” sia per il fascino cromatico e simbolico, sfruttando il rosso come contrasto violento con il “nero” della notte e della morte (dire “picchio verde” avrebbe indebolito la metafora?) sia perché nella nomenclatura popolare, in uso in molte campagne italiane, la distinzione scientifica tra le specie era sfumata e un uccello che picchia sui tronchi e ha una vistosa chiazza rossa sul capo veniva facilmente battezzato “picchio rosso” nel linguaggio comune, ignorando il resto del piumaggio verde.
È invece esplicitamente un Picchio verde, – reiterando il funesto pensiero fisso di cacciare e impagliare (vale a qualcosa dirci “era un secolo fa”?) – quello protagonista del Raccontino 1947 di Giorgio Orelli[7]:
II
Volevo un picchio verde sul mio tavolo
e andai nel bosco per prenderlo
e l’ebbi presto nel mirino: tranquillo
in cima a un larice, taceva, ma un attimo prima
che sparassi fuggì con quel suo trillo
che tanto piacque a Montale
su un albero più alto dove poteva anche meglio
raggiungerlo la rosa, ma sul punto
di far fuoco di nuovo volò via
con trillo che sapeva di beffardo, che ancora cessò
sulla vetta d’un albero;
[…]
È invece incerta la specie del picide di Leonardo Sinisgalli:
L’ora del picchio di Leonardo Sinisgalli[8]
Forse suonerà ancora
per me l’ora del picchio.
Sulla pianta vetusta
il maschio canta
la fine di settembre.
Si scava il buco
nella scorza, chiama
col fischio la sposa imprudente.
E l’amorosa spina
gli spunge il cuore,
chiodo d’amore
lo trafigge irreparabilmente.
L’indizio testuale («il maschio canta […] chiama / col fischio la sposa») tende però ad escludere, per i motivi sopra esposti, i picchi rossi e, considerando l’areale meridionale, si può escludere anche il Picchio nero, il cui fischio è malinconico, potente, quasi umano. È dunque molto probabile che si tratti anche in questo caso di un Picchio verde, specie assai comune nei paesaggi collinari e rurali della Basilicata, terra natale di Sinisgalli, il cui richiamo echeggia frequente a fine estate e all’inizio dell’autunno, stagione in cui lo scavare «il buco nella scorza» non indica – come potrebbe far pensare l’allusione alla «sposa» – la nidificazione, ma il riadattamento delle cavità nei tronchi come dormitori per superare l’inverno.
Al caratteristico canto del Picchio nero è dedicata una lunga lirica di Sergio Gallo, fitta – come suo costume – di dettagli descrittivi e naturalistici, dalla «calotta rosso carminio» al «greve e ondulato volo», dalle abitudini nutrizionali – «formiche, insetti xilofagi» – all’habitat caratteristico – «ombrose fustaie di faggi / betulle, querce vetuste». Per giungere, appunto al canto, che si fa occasione metapoetica:
da Canto del picchio nero di Sergio Gallo[9]
[…]
Il tuo canto invece
riecheggia potente
e caratteristico, facilmente
riconoscibile per chi assorto
si pone ad ascoltare
[Così sa rapire il canto del poeta…]
I colpi robusti becchi
su vergini cortecce scolpiscono
aguzzi profondi versi; un lungo
e cadenzato tambureggiare.
[…]
Alla fine, al di là delle questioni di identificazione della specie e del colore, ciò che accomuna i cugini alati è proprio il loro inconfondibile picchiettare o – secondo quanto appena letto – tambureggiare, come puntualmente registrato dai poeti. Così, dunque, ritroviamo in Mariangela Gualtieri un onomatopeico e allitterante «picchio picchiettava»[10], in Beccodilepre, ancora di Sergio Gallo[11] le «fitte martellature / dello schivo picchio rosso / minore» e, in un poemetto apparso nel 1952 del giovane Andrea Camilleri il semplice «battere» che, soprattutto, diventa un metronomo esistenziale e sociale, atto a scandire lo smarrimento della storia umana nel dopoguerra («È questo il tempo della tempesta l’ago della bussola / gira nel vuoto è impazzito le vele le vele scoppiano / come i palloni dei bimbi il timone è senza timoniere»):
Tempo di Andrea Camilleri[12]
I
Il picchio è tornato a battere come ogni anno
sempre sulla stessa corteccia con un rumore
di semi caduti per terra. Ora gli uomini vanno
per vie traverse ignorano la strada dritta
non sentono che qualcuno li chiama alle svolte.
Il tempo è pesante come un pezzo di muro
ogni ora come un sasso ci grava sul cuore
le case non sono più quelle d’una volta
è spento il camino e tra i mogani
le parole d’un giorno impossibili a ripetersi
ora giacciono inerti. I conti non tornano più
sull’oro degli specchi l’oro della gioventù
è patina di polvere. Forse non è come ogni anno
se il picchio batte più forte alla stessa corteccia
[…]
XIII
Più d’ogni altro anno il picchio è tornato a bussare
alla stessa corteccia […]
[1] Pur appartenente all’ordine dei Piciformi, il Torcicollo (Jynx torquilla) – unico picide italiano migratore, svernante in Africa – non scava il legno (usa cavità già pronte) e ha un piumaggio mimetico grigio-marrone che ricorda la corteccia degli alberi; prende il nome dal bizzarro movimento rotatorio del collo che compie se si sente minacciato. Giovanni Pascoli, grande osservatore della natura e degli uccelli, ne lascia traccia nei Nuovi poemetti: «Ma il torcicollo a cui nulla si cela, / avanti o dietro, e che giammai non erra» (Il torcicollo, La fiorita, in Id., Nuovi poemetti, quarta edizione. Bologna, Zanichelli, 1918).
[2] Il Picchio muratore (Sitta europaea), invece, non è affatto un picchio: non appartiene nemmeno all’ordine dei Piciformi, ma a quello dei Passeriformi: è detto così perché si arrampica agilmente sui tronchi – anche a testa in giù – e picchietta la corteccia per incastrare e poi rompere ghiande, nocciole o trovare insetti.
[3] Sempre ricco, istruttivo e consigliabile per chi volesse approfondire, è, in quest’ottica, Alfredo Cattabiani, che in Volario (Mondadori, 2022) riferisce di “Il re Pico e il picchio”, “Il picchio di Marte e il picchio di Numa”, “Le funzioni simboliche del picchio”, “Il peccatore pentito e confessato” e “Il Cristo-picchio” (pp. 302-309).
[4] È Ovidio, nel Libro XIV delle Metamorfosi [vv. 383 – 396]che narra la leggenda: «Me la pagherai esclamò» Circe, donna innamorata e offesa: «Due volte allora si girò verso ponente, due verso levante; / tre volte lo toccò con la verga e tre volte recitò una formula. / Il giovane fugge, ma con stupore si accorge di correre / più veloce del solito; si scopre addosso delle penne / e, sdegnato di dover vivere d’un tratto nei boschi del Lazio / mutato in uccello, trafigge le querce selvatiche / col duro becco e furioso infligge ferite lungo i rami. / Le penne assumono il color purpureo del mantello; / la borchia d’oro, che prima fermava la sua veste, / diventa una piuma e di riflessi d’oro si cinge il collo; / di ciò che appartenne a Pico l’unica cosa che rimane è il nome» (trad. di Mario Ramous, Garzanti, 1995).
[5] Non essendo stato possibile adire direttamente alla fonte. Cfr. Angela Ghinato, “Le carte parlanti di Corrado Govoni”, FERЯARA, n. 27 – 12/2012 (consultabile su https://rivista.fondazioneestense.it/2007/item/50-le-carte-parlanti-di-corrado-govoni.html): «Sono ben documentate le due raccolte inedite Conchiglia sul quaderno (1948) e I canti del puro folle (1959), le cui liriche vennero in parte stampate in Poesie scelte, a cura di Giuseppe Ravegnani (1961) e altre inserite ne La ronda di notte (1959), raccolta pubblicata postuma con la presentazione di Enrico Falqui (1966)». Il testo della poesia è qui tratto da Mino Petazzini, La poesia degli animali, vol. 3, Roma, Luca Sossella Ed., 2024, p. 760, dove il componimento è attribuito alla raccolta Conchiglia, senza ulteriori precisazioni.
[6] Franco Orlandini, Uccelli per cento poeti, Roseto degli Abruzzi, Edizioni Epigrafia, II ed., 2016, p. 13.
[7] Giorgio Orelli, Il collo dell’anitra, Milano, Garzanti, 2001.
[8] Leonardo Sinisgalli, I nuovi Campi Elisi, Milano, Mondadori, 1947.
[9] Sergio Gallo, Corvi con la museruola, Faloppio (CO), LietoColle, 2017.
[10] Mariangela Gualtieri, Eppure, in Ruvido umano, Torino, Einaudi, 2024.
[11] Sergio Gallo, Viaggio visionario alle Rocche del Riopasso, VII, in Beccodilepre, Pasturana (AL), puntoacapo, 2018.
[12] Andrea Camilleri, in “Mercurio. Rivista mensile di politica e cultura”, n. 6, Torino, Anno V (nuova serie), 26 maggio 1952.
Immagine di copertina: Picchio rosso maggiore (Dendrocopos major), Parco fluviale del Po, San Mauro Torinese, giugno 2020 – foto di A.R.
