Il visibile e l’intravisto: una lettura a “La straniera” di Dario Capello

Autore/a cura di:

Mario Marchisio legge La straniera (Puntoacapo 2025) di Dario Capello




L’alternanza dialettica fra esterni e interni, fra vie affollate o deserte, marciapiedi, insegne, veicoli – e le stanze, il corridoio e gli specchi del proprio appartamento – si profila sin dall’inizio come la spina dorsale di questo nuovo libro di Dario Capello, un organismo verbale spoglio di qualsiasi vezzo come del resto tutto ciò che il poeta torinese ha prodotto finora.

L’incerto, dubbioso Wanderer, quando rientra a casa da piazza Castello o da Porta Palazzo fra le mura che promettono quiete e riparo, si sente salvo, al sicuro; ma con il progressivo dilatarsi delle tenebre la notte porta con sé l’insonnia, visioni confuse e pensieri tutt’altro che benevoli (infoltisce il drappello una sensuale e ricorrente figura femminile, a metà strada fra ricordo, sogno e simbolo vivente). Poi, con il lento riemergere della luce, ogni mattina scocca l’anelito a ricominciare tutto da capo, là fuori, come se non fosse utopistico il tentativo di annichilire la malevolenza degli spettri che ci tiene al guinzaglio… «Versione celeste, prevedibile / il colore di questa teiera cinese, / smalto sul quasi-nulla […]» (p.41): un’eco dello smalto sul nulla di Gottfried Benn?

Si tratta dunque di un movimento pendolare, una risacca destinata a trasformare il “tu” in due forme speculari d’incompiutezza: il vagabondo confuso delle ore diurne e l’ansiosa sentinella che fra un’insonnia e l’altra attende l’aprirsi di un varco nella notte.

Avevamo lasciato il nostro autore alle prese con l’Apocalisse di san Giovanni [cfr. Dove tutto affiora, Alla Chiara Fonte 2009]. Oggi, con La straniera, Capello ritorna ai propri amati (e temuti) fantasmi quotidiani, che sono un tutt’uno con i turbamenti e le immagini della fantasia. Phantasmata, appunto: «[…] ciò che sfugge / al giorno e alla notte / e ci trascina» (p. 9); ma «Vola via al vento imprevisto / la quintessenza, quella / che abbiamo subito perso» (p. 21).

Che cos’é la straniera cui s’intitola il libro? Forse l’energia cosmogonica impigliata nelle capocchie di spillo delle nostre anime? Oppure la somma di ogni ricordo possibile, dove «tutti i suoi nomi risuonano / […] prima, molto prima di noi / della nostra presa sul mondo»? (p. 23).

Ecco stagliarsi all’improvviso, fra ombre ostili e minacciose, indecifrabili presenze notturne, un’amara persuasione rivestita tuttavia di saggezza, scandita in versi dai quali trapela il fondamento e la ragione ultima del fatalismo, o meglio, dello stoicismo di Capello: «Non smuoverà l’inclinazione / tranquilla degli astri / la capriola tra due cuscini, / la tua ricerca della parola, / di quella che libera / dalle parole / e da tutto il resto» (p. 37). Sì, anche le parole intralciano l’anelito metafisico del poeta. Si veda a tal proposito l’autoritratto critico tracciato dall’autore stesso nella nota in calce al volume, ricca di spunti illuminanti.

Con parsimonia in queste pagine viene nominato il nulla, un nulla però spoglio dell’alone cupo di certo esistenzialismo d’antan, né tanto meno simile a quello livoroso e sardonico del pur amato Cioran. È piuttosto un’ombra opalescente in cui si annidano le metafore dell’indicibile, «come questo / specchio di cristallo / che ingoia e non restituisce / che il riflesso dei pensieri» (p. 61).

***

Deviando ora dal corso principale della lettura, dalla spiraleggiante verticalità de La straniera, svolgerò un paio di considerazioni isolate e a sé stanti. La prima riguarda la presenza di alcuni grandi protagonisti della poesia, da Lucrezio a Quevedo, da Goethe a Gozzano, dall’Ecclesiaste a Mallarmé. Parole, talvolta soltanto gesti che occhieggiano dalla scabra e severa prosodia di Capello, presenze fraterne del suo non rassegnato aggirarsi fra le aporie della vita. Talismani contro gli influssi nefasti, «[…] tra gli urti / dei passanti e una prosa / disorientata in mente» (p. 46).

In secondo luogo, richiamerei l’attenzione di chi legge su un testo come «Una stanza, così pronta», tessitura verbale in grado di trasportarci in ciò che sembra l’equivalente di un quadro di Edward Hopper, il pittore della dura e luminosa solitudine, della pietrificazione dell’umano. Ed è proprio con la splendida strofa centrale di quel testo che interrompo ogni mia frammentaria divagazione su La straniera, senza pretendere di averne colto l’essenziale: «A volte qui si chiudono / le imposte per non vedere / fuori quel blu d’ignoto / che gocciola per tutta la casa / adesso, con la pioggia» (p. 55).




Mario Marchisio

In copertina il particolare di una foto di Faris Mohammed