Ho scelto di accostare Vedere al buio di Mauro Ferrari e Parola di Isacco di Alessandro Pertosa, due libri di Puntoacapo Editrice, accomunati dal coraggio e dallo sprezzo del pericolo. Libri che aprono interrogativi esistenziali e si fanno carico di restare in piedi in un mondo che si sbriciola di fronte alla perdita degli ideali, senza la protezione di un limite imposto dall’alto, e che lo fanno con estrema onestà intellettuale, senza offrire risposte inutilmente consolatorie. Ferrari e Pertosa non indicano soluzioni, offrono la possibilità di non essere soli nelle domande.
Vedere al buio è una lettura per chi è alla ricerca del significato profondo del vivere, oltre il materialismo e lontano dalle religioni, per chi sente che non tutto si risolve nel qui e ora pur non avendo certezza di un altrove a cui ambire. In questo libro Mauro Ferrari canta l’etica, l’amore per l’umanità, la tensione affinché ogni giorno abbia significato e ad ogni tramonto si possa dire di aver vissuto e non di aver lasciato passare il tempo. Vedere al buio è metafora dell’affidarsi al sentire per intuire l’invisibile. Quello che vedi solo con la coda dell’occhio e che ti tocca nel profondo. È stare nelle domande senza avere risposte certe, saper pregare senza formule precostituite: Madre dei campi di grano e dei campi di battaglia… dacci un perimetro sicuro dai sassi, dacci strette di mano, dacci sorsi d’acqua. Farsi carico di spiegare la morte ai bambini senza usare scudi, ma fermandosi a riflettere insieme su cosa sperare, mostrando che si può scegliere di non credere a chi crede…e nemmeno a chi non crede. Attendendo che qualcosa si manifesti.
Madre dei campi di grano e dei campi di battaglia
delle battaglie perse
e dei dispersi nelle battaglie vinte
madre del fuoco che cauterizza
devasta campagne ma ferma invasioni
delle parole che uccidono e mai portano in salvo
madre delle rovine
delle fogne che fermentano i futuri
che riemergono nei secoli
tornando in cenere polvere concime
a te pensano gli eserciti in rotta
che tornano a nessuna casa
chi fonde e confonde
chi ha perduto il cuore le parole
il proprio utile coltello
madre del silenzio che cala tra vinti e vincitori
delle urla torturate nel silenzio
di chi implora morte
madre che solo esisti nella rabbia traboccante
o nel poco amore mai rimarginato
dacci un perimetro sicuro dai sassi
dacci strette di mano
dacci sorsi d’acqua
*
L’essenza e l’essenziale
Da lontananze impensate
Giungevi a completare l’opera,
sicuramente tu
da oltre ogni immaginabile cornice,
curvata da un peso
insostenibile – in mano
esile un fuscello per la fiamma.
*
È quasi l’alba e dormi, come Anna
Nell’altra stanza, che ci cresce dentro.
Fa giorno, e un mondo posa a terra
il freddo notturno: chi ha bruciato le strade,
vinto o perso, e chi non sa; e i mille
dietro le paratie tra flebo e rantoli,
col fiato che svanisce, la presa più lenta,
chi su loro ha vegliato e pensa a un caffè.
Ripartono i camion, le saracinesche si alzano
e qualcuno ringrazia e si rade, si affaccia
a qualcuno, o a nessuno. Le gru solenni
riprendono a innalzare il loro monumento;
alcuni, persino, tornano a casa.
*
Cosa sperare? Un luogo altissimo
da cui guardare questa valle,
un’isola beata e misericordiosa
o un nulla candido che abbracci
nell’eternità dei mille e mille
che verranno e non sapranno nulla,
nulla comunque del prima e del dopo,
nulla di te che qualche pace infine ha accolto?
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Parola di Isacco è un libro pieno di umanità. C’è dentro l’amore (quello che muove il sole e l’altre stelle), il desiderio (non il bisogno) che salva e indica la via, l’ambivalenza della genitorialità che entusiasma e terrorizza, l’orrore incomprensibile, la minaccia dei fondamentalismi religiosi e della perdita degli ideali, le eterne domande senza risposte. C’è tutto quello che merita essere indagato, la ricerca del senso profondo del vivere, per spingersi oltre fino a vedersi dentro.
Dopo l’antefatto, il libro è diviso in tre sezioni: a voce nuda, eco e sinfonia, passaggio. In apertura c’è il padre come simbolo, ma presto, nel divenire del libro, attraverso l’amore, l’importanza della relazione, del corpo e della parola, Pertosa si allontana dal mito biblico, che rimane pretesto, per affondare le mani nella contemporaneità, per dare un nome alle cose e affrontare la vita quando vengono a mancare le certezze degli ideali e della fede, costruendo un modello di padre che non abdichi alla responsabilità di vivere in profondità, in tutta la sua complessità, nelle incertezze e nell’ambiguità dell’amore. Un padre e un uomo che può solo dare l’esempio di saperci stare nella tempesta senza conoscere la rotta ignorando la meta.
Passaggio chiude il libro con una vertigine in cui, attraverso l’esperienza della perdita, il padre simbolico si incarna nel vissuto personale dell’autore, permettendo al lettore di sostare con fiducia in tutte le domande senza risposta con cui la vita ci sfida.
Parola di Isacco di Alessandro Pertosa è una bussola per tutti coloro che sono in cammino, con la massima attenzione, nella paura, nel dubbio, nell’incertezza, ma senza nascondersi, perché se quando l’amore ti tocca è una roba da matti, chi ascolta la parola viva dimora nella relazione – qui e ora carne nella carne. E anche se ci vorrà tutto il tempo necessario fino all’ultimo giorno per custodire le parole, il senso, l’amore spariglia il campo e squarcia il velo, anche quando scrivere è uno schianto di fuoco.
sollevami da terra e dimmi
che nel tuo amore c’è riparo
ti sento strano – vienimi vicino, i muri
non durano per sempre
e raspa sulla pelle questa tua ostinazione:
un tremore di farfalle mi vibra nella mente –
nemmeno questi servi conoscono la meta
ho paura
e sento venire il pianto:
un’edera di ombre
avvolge i miei tormenti.
*
io ti accuso
di aver lasciato il cuore dentro un barile gelato
per non correre il rischio che si spezzasse
controvento
io ti accuso
di non aver sognato i fiumi di canto nei polmoni
e la pace dell’acqua
che sommerge
io ti accuso
di reticenza ostinata
stretta nel tuo silenzio di fil di ferro e morte
non c’è parola, significato
che possa spiegare la vita rovinata
e un figlio condannato dalla sorte
a trascinarsi
sulle ali di un vento triste
a sentire il rancore dentro
come una punta di spillo
che resiste.
*
non ho niente da dirti che tu non sappia già:
la vita si impara sul campo
in ogni notte, in ogni morte d’amore
quando inciampi sul filo e d’istinto
con un colpo di mano resti sospeso
tutto e cosi esposto, indifeso
in quell’attimo di niente che si fa respiro
e subito torni a sentire il dolore
e l’inconsistenza di queste macchie d’inchiostro
che lasciano flebili tracce d’assenza.
*
A un qualsiasi figlio
radicato nel futuro
sei un amore di bambino
il lascito sognato da chiunque
ma non sono degno di guardarti –
se la terra e ferita e i fiumi
sgorgano veleno
il più colpevole del mondo sono io:
consacro al desiderio
il tuo corpo sinfonia
e vederti un giorno veleggiare in lontananza
e un segno di speranza
nell’aria che risale il sempre Tu
di un sentiero siderale.
