Così celeste quel libro
Póvoa de Varzim
Mi spingi oltre tessitura d’oro, annodi gioia e fai di me una vetta che pulsa: Mi accogli settanta volte sette, senza limiti, amore più splendente. Nell’ora in cui la terra si fa dura una forza vitale germoglia, il chicco spacca il suolo e da mondi contenuti innalza nuclei celebrativi in bracci di peluria.
Dispieghi respiro nel respiro,
privo di tempo. Non svelli.
L’istante brucia si dilata prossimo all’eterno. Segnavia dell’inaccessibile, terribilmente potente, sei la partitura perfetta.
Dal ponte del mio cuore, sospeso tra flutti di sangue e miele, guardo ancora più in alto. E dalla bruma verde vivo del ciliegio, e dalle nuvole dell’acero, suona la parola dell’angelo. Come un innamorato ti chini finanche su di me, plasmando cielo nel vuoto, seminando nella polvere.
Radichi la tenda e ti stacchi dall’alto con una grazia.
La frattura dell’oceano
nella bassa marea del viso
la “tenda del sole“
negli occhi dello sposo.
Il litorale “fin dove il mondo confina”
è un canto, una liturgia di luce.
Intuire il miracolo dalle conchiglie
“desiderabili
più del più puro degli ori”
i dettagli di Dio
nell’impronta di un regolo.
*
Barcelos
Dietro di me nessun rumore, è chiusa la porta della nascita. Muovo verso la via lunga, lontana, della gemella. Porto l’abisso come un panno di lino e mastico la polvere. Ecco il tessuto dello stacco, le schegge da cui imparo la finitudine. L’osso. Vincere la pietra nella pelle.
Perché, quando mi guardi, vedo
brilla di unguento la testa
il corpo della lumaca, le sue antenne
lente disegnano la grazia sul finocchio
danno minute gocciole ai fiori,
un paesaggio completo, di luce
alla campagna le “onde di calma
dai prati dove si può riposare”
*
Ponte di Lima
Il peso profumato del nardo può mai portare sul fulcro in equilibrio i bracci se nell’altro piatto grava la colpa? Ho tagliato i capelli per una veste umile, mietuto lacrime per accrescere l’acqua. Racchiudo la forma invisibile del tuo piede e dalla terra silenziosa sorge la mia preghiera. Germoglia la rosa del tuo perdono.
Le frecce si negano
come la fede al miscredente,
“tu scudo e corno invincibile,
un’acropoli ” in un piede,
l’altro, due chicchi
acerbi per viticci-gambe
o smagrite promesse di frutti dal fiume?
Divina un aruspice al ponte
di Lima, il credo, la speranza,
diresti la rosa, che in un prodigio
di petali cura i filari dalla malattia.
*
Rubiäes
Essere scelti, benedetti e più volte spezzati. Darsi in dono come un pane. Improvvisa, la sorgente monta dalle mie tenebre, ora è chiara e propaga la pace.
Poggio sul petto lo scapolare.
Vena d’onice austera
la croce stende le braccia
fissando i pettini dei pini
lisciare il cielo nei mormorii
il supplizio bacia una sacca
bianca e l’albero versa resina
“traslucenti parole, oracolo
del Signore! Argento
già purgato in cui l’affinare
non ha mai fine!” tu dimentico
delle gesta da cavaliere:
aprire il seme, la terra,
vincere con la lancia
dei rami la cattiva stagione.
Emilia Barbato è nata a Napoli nel 1971 e risiede a Milano. I suoi testi sono apparsi in diverse antologie, sulla rivista Gradiva International Journal of Italian Poetry, Il Segnale, Poezia di Bucarest, Immaginazione delle Edizioni Manni e sull’Aperiodico ad Apparizione Aleatoria delle Edizioni del Foglio Clandestino. Geografie di un Orlo (CSA Editrice, 2011) è la sua prima raccolta. Seguono Memoriali Bianchi (Edizioni Smasher, 2014), Capogatto (Puntoacapo Editrice, 2016), Il rigo tra i rami del sambuco (Pietre Vive Editore, 2018), Nature Reversibili (LietoColle, 2019), Flipper (Officina Coviello, 2022), Primo Piano Increspato (Stampa 2009, 2022)
