Ester Monachino legge “nell’ora dell’aurora” di Daìta Martinez

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Talvolta la Poesia, per intrinseca struttura versificatoria, si rende visibile in una forma, quasi a volere evocare la sacralità geometrica platoniana: raggruma se stessa in-formandosi in geometrie di terra. Si vede, si legge, si sa. Pur circoscritta, non implode, non s’acquatta, si dimena, si scortica, ed infine esplode. Non in se stessa, non nella sua facies di parola e sangue ma nel petto del lettore che ha preso, compreso, trasmutato in se stesso. Così, il quadrato, il rettangolo, che per meraviglia di tempo si fanno volume di cubo, di parallelepipedo, non sostano in ciottoli ma evaporano in ali di qualsivoglia specie, carnale e divina.

Basterebbe una sola poesia per tutto dire, del volume Nell’ora dell’aurora di Daìta Martinez.

La titolazione del volume, più che cenno, si fa “seme” di dettato, incipit temporale che trasla la Parola dal silenzio, del senzatempo, in quella di carne, umana. Leggiamo, a pag. 29: “astratta forma risolta, nel seme di un/ silenzio lucente e rilucente preme il/ pigolio della macchina..”. La Parola, dunque, domina lo spaziotempo del vivere..

Ad assurgere, ad emergere, chiave del tempo, è la figura paterna: figura, immagine, forma-seme di un tempo interiore che è oltre, di là dalla prima o terza o quint’aurora. E’ il padre che inossa la casa, dominatore impalpabile degli interni perché è nel suo essere dentro che fa suo il tempo, non più ricordo del passato ma presente sostanziale nel sé perenne. Così, il padre che è generatore di nascimento, sorge e risorge dalla figlia facendosi padre di tutte le figlie perché Padre Universo.

Fra tutte le splendide composizioni del volume, vorrei evidenziare quella di pagina 38, di una bellezza indicibile.

Qui si riscontrano tante parole-seme che riconducono all’interezza del dettato, del mistico sentire: vi è il centro della casa come solarità intima e gioiosa scaturigine di calda musicalità; vi è la temporalità nel battito del cuore che si fa profezia; vi è la meraviglia animica dello sguardo come fluidità acquorea; vi è lo “ciatu di sciroccu”, fiato caldo di scirocco, detto in lingua dialettale perché più dentro, più nel fondale di sé; e infine la soglia, tremante, non una qualsiasi, ma sul “seno della rosa”, dove è ed ha lievito e nutrimento.

Così è la poesia di Daìta: apre interni, avvia pentagrammi col batticuore, allusiva e catartica, riconciliante con il sé e l’interiore generante del sé, non utopica ma aderente al quotidiano. Per dirla con Elio Grasso, nel testo prefattivo, “vocazione alla realtà”.




arriva dal centro della casa la gioia
piccina del passero al mio mattino
soffiato nudocaldo sulla bocca ad
inesatta melodia perché dal niente
il batticuore possa prevedere l’aria
e l’altra volta ancora andata dentro
l’acqua dei tuoi occhi d’erba filata
i fianchi che mi smetto sinza ventu
spampinatu comu ciatu di sciroccu
ca tuttu pigghia e tace l’ombra per
delicata luminosità sulla soglia che
tremando scopre il seno della rosa

*

il cantico arrossato della casa azzera
nel pudore la più nuda espressione al
principio d’ogni era e s’era amore uno
stupore ché l’infinito bagliore nel viso
del nome è un piccolo girasole l’orma
d’incontrarsi con le labbra nell’aurora
a lato la parola un abbraccio avvicina
di noi tremando nel silenzio il verso e
le ciglia delle mani l’odore negli occhi
e sulla ferita la tenerezza del cuore la
privatissima domanda e tutto il resto
dai vicoli spiovuti al seno d’un andare

*

il silenzio dell’amore
le scarpe sul tetto della casa
pane nel pane
da bere una piccola fetta di vino
per tutta la tenerezza
lascia un segno di vita sulla terra
bagnata e di palermo la bocca
l’ovale dell’aurora

cade ancora una guerra
i mercati scomposti
fanno suono di campane
tremando a noi lo sguardo
la stessa stanza e la luce sempre
uguale della lampada arancione

la mia parte del discorso
tu che mi dormi sul seno

*

cade lieve l’alba di maggio
e ha odore di pane il vento
che piano sale dai sogni e
tu padre che sogni sorridi
per un bacio sussurrato di
nascosto da una figlia che
crede farti cielo nella casa








In fotografia uno scatto di Terbe Rezso