Egon Schiele, Autoritratto, 1910
Nota a cura di Pietro Romano
In un’epoca nella quale gli eventi della Storia soggiacciono a modalità comunicative spesso influenzate se non addirittura deformate da anacronistiche quanto demagogiche spinte di carattere ideologico e politico, la parola è tenuta sotto ostaggio come instrumentum regni e la voce del singolo si spegne nella non-risoluzione e nella produzione di contenuti e informazioni stordenti che azzerano le possibilità dialettiche e quelle di auto-affermazione dell’individuo. Qual è il ruolo della poesia in una simile cornice? Nessuno, giacché la poesia, come direbbe Pasolini, non solo non è in armonia con una società incentrata sul dominio del capitale, ma nello stesso tempo non ha interesse ad autorappresentarsi se non nella misura in cui sia il poeta in quanto soggetto attivo a farsi attore civile di una data situazione storico-sociale e politica oppure pieghi la parola ai bisogni del consumo e a funzioni meramente performative. Il momento storico-politico cui stiamo assistendo appare contrassegnato dal predominio di stili comunicativi volti non solo allo storytelling in quanto tecnica di auto-affermazione del proprio Sé come oggetto spendibile a uso e consumo delle masse, ma anche dalla commistione del dibattito politico con l’impiego di formule e strategie improntate a esaurire qualsivoglia tipo di dissenso ora in una narrazione che esalta le tendenze accentratrici dei soggetti leader, ora in una narrazione “rosa”, dai tratti voyeuristici, attorno a scandali e temi di rilevanza nazionale internazionale, finalizzata a far affievolire gradualmente l’indignazione collettiva oppure a blandirla rafforzando così la propria presa di potere.
Il mio incipit ha lo scopo di mettere a fuoco uno degli ultimi lavori del poeta Sebastiano Adernò, nato ad Avola nel 1978, la cui scrittura pare costruirsi attorno a uno iato inestricabile fra il Sé e il mondo. Scrivere frusta il nervo (ilglomerulodisale, dalla Collana di poesia “a raggiera d’effimero”, Catania, con introduzione a cura di Lamberto Garzia) è una raccolta di poesie il cui titolo suggerisce il carattere febbrile di una scrittura attenta a registrare il quotidiano e a preservarne la sacralità in cui si cala anche la distruzione. Adernò, sin dal componimento d’apertura, “Postulato”, enuncia come assioma della propria ricerca poetica la difficoltà di approdare a una parola all’altezza del presente. L’operazione introspettiva che è implicata in ogni tentativo di scrittura equivale a un taglio difficile da arginare e talvolta può anche comportare un “aborto” che “lascia indifferente il reparto”:
Scrivere liscia, lisca e scema.
Tanto vorrebbe ma non afferra.
Sulla giacca a bellavista, doppio taglio
i polsi, le asole, qualche intervista.
La notte spancia. Squarcia. E se non abortisce
lascia indifferente il reparto.
Nel componimento a seguire, il poeta si appella alla “Giustizia”: il suo appello, non privo di raziocinio, segnala l’astrattezza in cui il concetto è, presso gli uomini, destinato ad arenarsi: l’uso del plurale maiestatis enfatizza un postulato imprescindibile, che “siamo giusto un esercizio/ per convertire Dio all’uso della frusta”:
Giustizia, che per ragione hai un cuore
che non cerca giustizia, né ragione che senza cuore
è solo giustizia. A te. Mi appello. E appello
anche te.
Che siamo giusto un esercizio
per convertire Dio all’uso della frusta.
È forse un esempio di rigorismo inflessibile l’indignatio del poeta? O la constatazione di una realtà sociale che, per assolversi, ha creato un Dio a propria immagine e somiglianza tradendo invece, ancora una volta, il nome di Cristo?
Non avrete altro seme
all’infuori di me. Mai.
E ora prendete il mio corpo
di ragioni contorte.
Indossatelo cosi bene
da metterne in mostra tutta la vergogna.
Lo strapazzo di camicie da pazzo.
Le eresie in sacrestia. Il sesso
in campo aperto. La lascivia.
Prendetene e per il nome di Cristo
mangiatene tutti. Del nome vostro
solo a Caronte importa, paga il casello,
metti la freccia a sinistra e preparati a chiamare
morte il prossimo corso.
E vita anche un osso.
Sei pronto ad uccidere Caino da un cavalcavia
prima
che la mano afferri il sasso?
A eleggere Abele come vostro Re?
A far piangere Dio?
E a beffeggiarlo delle sue lacrime?
La poesia di Adernò è percorsa da fremiti cerebrali, indice di un pensiero in continuo movimento e che si misura costantemente con l’imprendibilità del presente e i solchi della propria interiorità. La forma poetica risponde dunque non solo ai contenuti che hanno come loro fulcro di riferimento il dualismo pensiero/corpo, ma anche alle operazioni implicate nella versificazione: il corpo del testo è il corpo e la mente del poeta, il quale lima e sgrossa lo scisma dal proprio Sé per giungere infine alla parola:
Gennaio va dibattendo
come offrire il corpo all’arciere
pensando: devono pur piacere
a Dio le cicatrici.
Se frusta male piega l’incudine
d’una colpa giocata al carico?
Se Sebastiano non muore
trafitto dalle insinuazioni?
E il suo sangue sceglie di non frenare:
le vie del verbo
che non ragiona, mastica blatte.
Parola saluta e passa, non si volta, lascia
incarnare la tonalità bizzarra
amore e pazza
polvere degli astri, frastuono dei fracassi
scintilla del principio, morte delle api.
Dappoi su un’arsa ed indigesta altura,
per lo spettro sotto copertura
della Luna, una salamandra
apre le porte della forgia.
A ribattere
tra l’incudine e la morsa
si tormenta la lima da sgrosso,
col giusto chiasso, batto, batto,
sputo sul gomito e ribatto che
dal gomito al culo, è solo un passo.
Non esiste concreta possibilità di palingenesi nella visione di Adernò, non un Aristeo-simbolo della paziente lotta contro la natura e cui si possa ascrivere il rigenerarsi delle api: la realtà alterna alla scintilla del principio la morte e così via. Il lettore può trarre quindi dalla lettura di una simile poesia versi apparentemente criptici, sibillini se non spesso cerebrali; invero, proprio l’identità tra io lirico e io pensato permette l’accesso a un pensiero mobile, che riecheggia lo sradicamento e la distanza da un’idea di origine nonché l’antitesi con un presente infertile, che sfolla le radici e disconosce i valori dell’Arte:
Suono calante, gatta altisonante
sfogo del fracasso, la parola
pesca nel fosso, presentirsi sepolto
la testa del chiodo e il chiodo moneta di binario
scambio
Una realtà che appaia refrattaria a ogni tentativo di comprensione necessita di una lingua che, preda di una morsa febbrile, rimanga comunque – e a tale sforzo è da ricondursi la “frustrazione del nervo”- sotto il controllo del poeta e restituisca un margine di senso:
Febbraio o forse le nocche, quel che resta
di traverso al cuore, oggi ventinove volte taccio,
traccio ipotenusa, raggio
pena foglio quadrato
E infatti, poco dopo:
L’esercizio del viandante
va allacciato ai suoi sandali:
per deserte o affollate,
felici o disperate volte
capita di avere strada.
Farsi largo in sé stessi significa anzitutto compiere l’esercizio inverso di sporgere lo sguardo oltre il limes nel quale ci si è contenuti per porsi a sfida del caso o comunque, fortuitamente, “avere strada”. È un esercizio che sfianca corpo e mente e che perde ogni valenza rigenerativa nel momento in cui le parole non riescono a operare giustizia:
Brucio. O taccio per sempre.
Le forze a capofitto tra cranio ed intelletto.
Con un colpo di testa
inizia il viaggio.
Libellula persa tra le palle.
Piano piano
andremo a liberare la farfalla inchiodata
sulla facciata di un palazzo
senza alcuna giustizia.
Sarà solo allora
Pasqua
di un dolce canto.
Pasqua che tradì la primavera
e ci trovammo poeti
nel giardino dei petali offesi.
Scendo dove resiste il nervo della colonia.
È il termine “giustizia” a fornire la chiave di lettura di quest’opera: la parola non rende giustizia del non-senso in cui la vita è precipitata e del quale l’umanità tutta si fa schermo per mero istinto di sopraffazione e violenza:
Già la colpa pesa più di un quintale.
Metti che sia sgonfio
e di poca vita il cuore che pulsa a fatica
e c’è pure chi lo frusta sulla salita.
Poni che suona come cade la parola
rotta, senza misura, barocca.
Tocca e cade dove la voce
conduce, dove riposo capace
e dice, accarezzando l’aria:
volevo sapere del mare.
Volevo sapere di Dio mercante
che s’è preso mio padre.
Mio padre. Procura del cielo.
Di cosa rimane. Nelle carte di Sua Provvidenza.
Non ci credo. Non voglio.
Non mangio comunque i tuoi denari.
E allora, l’insensatezza equivale ad assenza di giustizia: come può “un Dio mercante” essersi preso “mio padre”, o “donne picchiate nella ragion d’essere donne”:
Ma ci sono donne picchiate nella ragion d’essere
donne. Da bestie che non si accontentano
della carne staccata dalla stessa costola,
vogliono frantumarne le ossa. Pesarne la testa.
Il bisogno di regredire a una dimensione pura, incontaminata dalle orme del male, è un altro dei segni di questa poesia moralmente radicata:
Al tramonto, si dovrebbe
sui sentieri dell’erba clemente
togliersi le scarpe
e con piccolo sentimento
a mezzi passi nudi ricordare
il pudore del primo bacio.
E tuttavia, la sensazione permanente che in qualche modo, in senso leopardiano, la natura generi al dolore:
La sera sussurri un’altra preghiera,
ma la morte non si piega. Da bambini
si spezza la paura, buonasera
alla radice accesa. Guardi il calendario.
Angelo custode quando cadi dalle nuvole?
Di tutte le cose visibili ed invisibili
resta quella sentenza assordante:
l’ingiunzione violata di rigetto della gravidanza.
Pensi che per questo tua madre ti pagò
le lezioni di cucito per le cicatrici.
