Con questo testo mi propongo di evidenziare alcune caratteristiche dell’ultima opera di Carla Malerba, Poesie future (puntoacapo Edizioni, 2020), una raccolta breve e intensa che possiede la non frequente qualità di saper coinvolgere il lettore. Nella suddetta silloge è infatti presente una vitalità, sicuramente basilare per il pensiero poetico della nostra autrice, che si concretizza attraverso una scrittura aperta, che volge verso la luce, consentendo al lettore di percepire le emozioni e i sentimenti che permeano l’intera scrittura. La poetessa dimostra di saper gestire con sapienza il verso e di conoscere la misura adatta al suo desiderio di comunicare, il respiro giusto che le permette di creare una costante ed efficace tensione.
Ivan Fedeli, nella bella e precisa prefazione al libro, scrive: <<Il linguaggio, piano e articolato, avvolge e penetra, attraversando il lettore come una carezza tentata e mai data del tutto. Ne deriva la sensazione di una dolcezza inquieta, viva: essa pulsa e coinvolge, quasi il vissuto personale si trasformasse in una forma di comprensione del mondo attutita da bagliori, incertezza.>>
Poesie future si presenta come un viaggio poetico attraverso il tempo, i luoghi e le occasioni, tale itinerario è narrato dalla voce limpida e onesta della poetessa che ci consegna versi scritti con accuratezza e mai banali, talora modellati attorno a uno slancio che permette alla scrittura di farsi autentica poesia, e quindi di accorciare le distanze, di scombinare l’ordine cronologico degli eventi, di comporre e disgregare. Il viaggio non sembra tuttavia voler giungere a una meta, ma seguire l’evoluzione di un dialogo che la voce interiore di Malerba instaura con un altrove che contiene i suoi pensieri, i sogni, il suo modo di intendere il mondo e la vita.
È importante menzionare che l’autrice, sebbene viva in Italia da molto tempo, è nata in Africa settentrionale e che di quella terra conserva un ricordo profondo e indelebile.
<< Di colonne stagliate /su azzurri di acque e di cieli,/di strade segnate dai millenni /era ricca la mia terra.>> scrive in un componimento dedicato alla terra di Libia e posto nella prima sezione del libro. Ma la luce e l’azzurro sono elementi che tornano, come ad esempio nei seguenti versi: << L’estate spande intero/ il suo colore/ e s’inoltra/ il silenzio nelle cose./ Giallo il sole,/lontano un abbaiare..>> e una luminosità tipicamente mediterranea si riversa sulla silloge alternandosi a immagini di ombre serali, producendo, in tal modo, un senso di dolcezza e di struggente nostalgia.
Sono fortemente presenti, in questa opera, il tema del distacco e quello della mancanza, ma la poetessa si muove mantenendo sempre una speranza accesa nel cuore, come se sapesse che “quel che non è più” conserva la possibilità di poter essere ancora, in qualche istante, in qualche luogo e secondo differenti modalità. Il sentimento di solitudine e di dolore può tramutarsi, a volte, in forza interiore, fino a costituire nutrimento per l’anima: <<Quella notte mi persi /in una solitudine di stelle.// Dall’alto mi spioveva/ un senso vitale, la mia forza,/ il mio dolore umano./>>
<<Tu sei/ dove nulla si perde del vissuto/ e di vissuti diversi ti alimenti,/ non nell’angusto spazio/ delle case di pietra/ al cui richiamo cedo talvolta/ per trovarti,/ ma nell’anima del mondo/ con tutto ciò che è stato dato/ di pollini, di suoni e di silenzi../>>.
Allora, anche saper cercare chi non è più al nostro fianco può diventare un’arte benefica: se il ricordo è ben costruito, se la persona invocata è cercata nella sua essenza, ecco che, qualcosa che prima mancava, un attimo dopo può tornare a vibrare, ad accendersi, a farsi, in qualche modo, presenza.
In fondo la vita è complessa, ricca e mai del tutto conosciuta, così come lo sono i pensieri, i sogni, le possibilità e la poesia. C’è sempre qualcosa che si realizzerà in un futuro indeterminato: basta vivere profondamente, in accordo con una vastità che ci contiene, invisibile eppure presente.
<< Hai lasciato sul tavolo/ parole lievi e alte./ Andando via/ sei rimasto/ più vero e vivo di altri.>> scrive Carla Malerba in una poesia collocata nell’ultima sezione del libro. E nonostante la mancanza, il distacco e il dolore umano che ne consegue, la via che conduce alla gioia non è mai troppo lontana da questi versi.
A volte prende forte
di pensieri
una strana mescolanza.
Ti rammenti
la terra natale?
Anche se non era la tua terra
l’hai amata come tale,
e se non era il tuo
il suo idioma,
lo sentivi familiare.
E sempre
ti segue forte
una solitudine amara,
un doloroso straniamento.
**
Che strano gioco
quest’aria senza vento
e questa luce piena nella stanza.
L’estate spande intero
il suo colore
e s’inoltra
il silenzio nelle cose.
Giallo il sole,
lontano un abbaiare,
una sedia nel mezzo della stanza.
**
La sera con la sua dolcezza
ingombra l’animo di pace,
si annullano grida e clamori.
Le ombre si allineano quiete,
compagne silenti.
Stordiscono certi profumi
nelle viottole di campagna.
Noi qui
siamo sospesi
come finestre spalancate sulla notte.
(Apparsa nell’antologia poetica Novecento non più)
**
Oggi si dispiegano i giorni
uno sull’altro
come fogli caduti d’almanacco.
Guardo quella finestra
da cui un lembo di tenda
appena si intravede.
Gli oleandri che amava son sfioriti
la sedia sul balcone si scolora
e la vestaglia rossa abbandonata
nell’ombra della stanza
più non dice.
**
Se vuoi ti cerco
dietro l’angolo retto
all’incrocio dei muri
dove non ti ho mai perso
o torno a prenderti
su quella spiaggia
di un lontano agosto.
E se potessi ancora
dislocarmi
chiederei al gioco
di non escludermi
di darmi
occhi stellati di stupore
per esservi accolta.
Ecco ti trovo
in questi scarti di attimi
in questo mio imperfetto accudimento
spesso avaro di abbandoni.
Ma basta solo l’incresparsi
del tuo labbro
per riconsegnarti a me.
**
Quando si torna
le luci nella notte
sono i sogni sospesi
dei dormienti,
i battiti dei cuori
nella notte.
Attenua la paura
del non sapere
la dolcezza dell’amico accanto.
Hai visto
precipitare rocce
nel più cupo azzurro,
paventi un tempo
menzognero di promesse.
Ma noi ora,
quando si torna,
legati da un filo
non tenue o passeggero,
abbiamo la nostra eternità.

Carla Malerba è nata in Nord Africa, ma dal 1970 risiede in Italia. A Tripoli, sua città natale, pubblica giovanissima i suoi primi versi. Dopo aver conseguito la Maturità Scientifica si iscrive alla Facoltà di Lettere Moderne a Catania. Interrompe gli studi a seguito di eventi politici legati al suo paese d’adozione. Si laurea successivamente presso l’Università degli Studi di Siena con una tesi sulla poesia per l’infanzia. Ha insegnato Materie Letterarie ad Arezzo, città nella quale vive tuttora. Nel 1999 pubblica a Cortona la sua prima raccolta Luci e ombre, seguita nel 2001 da Creatura d’acqua e di foglie (Ed. Calosci, Cortona). In esse i temi della perdita e del dolore si fanno pressanti anche se, a tratti, la memoria assume una funzione salvifica. Con le raccolte “Di terre straniere” e “Vita di una donna” (edite entrambe da La vita felice, Milano 2010 e 2015) la poetessa riprende i temi del viaggio esistenziale e degli affetti. Poesie future (Puntoacapo editrice, giugno 2020) è la sua ultima raccolta. Della sua produzione poetica si legge nei seguenti blog: Pioggia Obliqua Scritture d’arte, Fiordalisi-Menti sommerse, Alma poesia, Poetrydream, l’Altrove, Arte Insieme, Transiti poetici, Parola poesia, Almanacco Punto, Pomeriggi perduti, Di sesta e settima grandezza, Frequenze poetiche, It’s Friday (Fara poesia) La rosa in più. Ha ricevuto riconoscimenti per la poesia edita ed inedita in vari concorsi nazionali. Collabora alla rivista internazionale di poesia “Frequenze poetiche” a cura di Giorgio Moio e scrive su “Essere” periodico del CEIS di Arezzo.
fotografia in copertina di Luca Pizzolitto

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