Omaggio di Mara Venuto ad Aleksander Nawrocki (1940-2022): cinque poesie

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Il poeta ed editore polacco Aleksander Nawrocki è scomparso il primo maggio scorso, all’età di ottantuno anni, e il cordoglio si è esteso dalla comunità dei poeti polacchi fino all’Est Europa, dove aveva lavorato per per decenni alla promozione della poesia. La diffusione dei versi di Nawrocki in Italia, invece, ha un’origine più recente, risale al 2016 ed è geograficamente localizzata in particolare nel Mezzogiorno, grazie all’impegno della poetessa polacca e traduttrice Joanna Kalinowska, naturalizzata tarantina, e del circolo letterario La Vallisa di Bari, fondato e diretto dal poeta e critico Daniele Giancane.

La poesia del prolifico autore polacco, instancabile operatore culturale, si connota per una lingua nitida ma non per questo lineare: il ricco mondo immaginifico di Aleksander Nawrocki viene reso attraverso metafore originali, allusioni sinestetiche sofisticate, e richiami frequenti al mondo naturale e alla dimensione soprannaturale, intimamente intrecciati. Non mancano anche forti aneliti libertari, comuni a tanta poesia dell’ex blocco sovietico, il legame con la Storia e il passato, e un approccio dolente ma pragmatico alla violenza come parte dell’esistenza. Su tutto prevale la vocazione al vivere con pienezza il quotidiano, il piacere di godere, anche attraverso la poesia; echeggia nei versi la consapevolezza del mistero della vita e dell’uomo, espressa senza fideismo ma con sacrale rispetto.



Poesie tradotte dal polacco da Joanna Kalinowska, con Mara Venuto


L’isola alla deriva e gli uccelli

Lontano dalla terra
sull’isola alla deriva
emergiamo ancora.

Vengono verso di noi le coste
e i monconi grigi delle statue
che abbiamo eretto con orgoglio per sempre.

Là, su ali d’uccelli, sono rimaste
le nostre vecchie facce.

Non le riconosciamo più,
abbiamo perso la fede,
e a volte piangiamo per loro.

*

Vi trasformerò in stelle

Conosci già sorella morte?
L’hai incontrata nel nono sogno,
su una strada sterrata, vicino a un arcobaleno rotto,
aveva occhi da gufo e mani adunche,
mangiava da una ciotola con Dio,
e ha messo la sua bocca da leone nel ruscello.

Ha camminato finché non è arrivata, ancora calda.
– Vi trasformerò in stelle – disse.

*

Le cose

Le cose sono oneste, senza colpa
spezzano la schiena
ai nuovi prescelti del destino.
In dignitoso silenzio stanno,
sono sempre le stesse,
nei festivi e fino al venerdì.
Nessuno come loro sa accogliere la luce
che cade, per esempio, su una poltrona polverosa
o su un’icona di legno solerte.
Solo di notte le stelle le abbandonano;
assieme alla dolce e sterile luce della verità.
Allora, per chi dorme con la coscienza sporca
tutto è di nessuno: la corona
non appartiene più al re,
la spada del boia piange i decapitati,
il fucile vuole essere inchiodato
dalla paura delle truppe nella trincea.
(Il loro unico comando è il silenzio – rumoroso
delle porcellane una accanto all’altra).
Finché irrevocabile
giunge l’alba
e si risvegliano i dormienti. E
le cose cominciano a piangere.

*

Vicino al grande fuoco

Si muore prima di cominciare a capire qualcosa.
Le vedove se ne vanno, un corallo dopo l’altro,
i nostri amici ci lasciano come mattoni lesionati.
Non volevamo uccidere. Amiamo
il mare e il viaggio, il clangore delle pallottole contro i crani dei nemici,
le cosce delle donne, l’allegria dei canti dei parenti alle nozze
e la dignità umana – schiaffeggiata nell’infanzia.
La musica ci commuove, il pianto ci separa dalla vita,
le stelle annunciano la speranza.
– Vieni, amore mio,
sveglia in me ancora una volta la voglia di cantare e bere –
biascica il mendicante guardando il sole tagliente.
La ragazza
gli fa scivolare addosso un mazzo di fiori e ride.

Dannati o benedetti, criminali e sacerdoti,
respirando ancora i venti selvaggi,
coi desideri mascherati e la paura grigia nelle grotte,
ci accampiamo nella steppa insieme, davanti al grande fuoco.
E la sofferenza?
Non è lei ad afferrarci per i polsi, siamo noi
che ce ne andiamo nei giardini che abbiamo distrutto
con i cesti della frutta nelle mani.

*

Ad Anna, seconda poesia

Lasciate che l’uomo torni a pensare
a ciò che è, in confronto a ciò che esiste.
Blaise Pascal


Anna, la nostra vita
non è che un’orma nella storia del mondo.

Lo so, il movimento delle tue mani parla
e il silenzio tra noi è quello di una stella
con la sua scia cadente.

                                            Dicevi:
Ritroveremo la riva, a dispetto delle primavere che passano,
quando i fiori fermano il grido
delle domande affiorate sulla bocca
e affogano le fiamme della paura
che emergono dietro gli alberi,
e gli uccelli sorvolano gli orologi delle torri
su ali leggere e forti.

                                           Dicevi:
sulla riva silenziosa
dimenticheremo gli occhi degli uomini
mentre guardano la danza delle ombre
e lasciando che le barche scendano lungo il fiume
salveremo il nostro tempo dal capriccio di Dio,
indifferente al soffrire della terra.

Anna dai capelli chiari, siamo
il compimento di una volontà non nostra
e facendo l’amore
cerchiamo una conferma
profonda come il respiro del mare.




Aleksander Nawrocki (1940-2022), poeta polacco, romanziere, saggista, traduttore e critico, editore e direttore della rivista letteraria “Poezji Dzisiaj (Poesia Oggi)”. Fondatore del Festival internazionale di Poesia Slava e delle Giornate Mondiali della Poesia UNESCO, membro dell’Unione degli scrittori polacchi e dell’Associazione dei giornalisti della Repubblica di Polonia. Autore di ventisei volumi di poesia e prosa, venti dei quali pubblicati all’estero, è stato insignito di premi letterari prestigiosi. Dal 1992 ha diretto la casa editrice IBiS, da lui stesso fondata.






Dipinto in copertina di Krzyszoft Kowalik

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