Forse sopravvissuti, prima uscita della collana Luce coatta per Marco Saya Edizioni, con la direzione editoriale di Antonio Bux, segna la seconda prova in versi di Carola Allemandi dopo l’esordio del 2022, Sembrava il Sole. Il titolo si presenta fin da subito come un’ipotesi più che come un’affermazione. Quel “forse” pesa su tutto il libro come un condizionale esistenziale: non si dichiara la sopravvivenza, la si sospetta, la si interroga verso dopo verso, in una raccolta che si apre con un’epigrafe di Oscar Vladislas de Lubicz-Milosz sull’identità assoluta tra la vita presente e quella che verrà, come se ogni stanza abitata fosse già la replica esatta di un’altra stanza, altrove e prima. È una scelta che dichiara subito il territorio poetico in cui la poeta si muove: quello della ripetizione, della soglia, del tempo che non progredisce ma si sovrappone a se stesso.
Vale la pena spendere una parola sulla collana che ospita il libro, perché non è un dettaglio neutro. Luce coatta riprende il titolo italiano di Lichtzwang, l’ultima raccolta di Paul Celan, pubblicata postuma nel 1970, ed è la sede che Marco Saya Edizioni riserva alle voci giovanissime e agli esordienti. Collocare qui Allemandi, seconda prova in versi ma prima uscita per un editore storico della poesia italiana, significa iscriverla in un progetto che intende la giovinezza non come acerbità ma come urgenza, come luce che preme e costringe a dire. È una cornice che il libro merita pienamente, e che aiuta a leggere meglio l’insistenza quasi ossessiva sulla luce che attraversa l’intera raccolta.
Il libro si articola in quattro momenti che non sono capitoli tematici quanto stazioni di un unico movimento respiratorio: un proemio, Come immagine sempre, La strada verso, Nessuno. Il percorso complessivo va da una condizione di attesa indistinta verso una forma di cammino, per poi approdare a una dissoluzione dell’io in un noi collettivo e infine anonimo. È una drammaturgia sommessa, mai dichiarata esplicitamente, ma leggibile con chiarezza se si osserva come cambia il soggetto grammaticale lungo il libro: da un noi ancora capace di ricordare la propria origine, a un noi che cammina senza sapere bene verso cosa, fino a un nessuno che chiude la raccolta come dissoluzione ultima dell’identità.
La lingua sospesa di Allemandi
Il tratto più riconoscibile della scrittura di Allemandi è la sintassi spezzata, costruita per accumulo di subordinate che si rincorrono senza mai risolversi in una proposizione principale rassicurante. L’endecasillabo resta la misura di fondo, ma la poeta lo tratta con una libertà quasi insofferente: lo spezza a metà verso, lo fa scavalcare da un enjambement all’altro, lo rallenta con incisi che sembrano correzioni in corso d’opera. Il risultato è una voce che pensa mentre scrive, che dubita della propria affermazione nell’istante stesso in cui la formula.
Nel componimento che apre il libro, la poeta fissa una condizione temporale paradossale: gli anni che non hanno più bisogno di essere pregati per accadere, come se il tempo avesse smesso di rispondere a una volontà umana e procedesse per conto proprio, indifferente. L’immagine della scogliera a cui nulla appartiene nega la proprietà prima ancora di nominare l’oggetto, e il testo si chiude su figure cieche sedute sulla sabbia, ritrovate solo nel sogno.
Questo procedimento raggiunge il suo esito più compiuto nella poesia Il corpo visto apparire tra le acque, forse il testo più risolto delle prime due sezioni. La costruzione dell’apparizione corporea tra le acque procede per sottrazioni progressive: il corpo si forma come ombra frammentaria, poi si sfa nell’atto stesso di essere guardato, infine diventa materiale dell’assenza, parte di un altrove più segreto. C’è in questi versi una vera e propria teoria implicita della percezione, che il testo non dichiara mai apertamente ma che vale la pena esplicitare: guardare qualcosa non la fissa, la consuma. Ogni sguardo accelera la dissoluzione dell’oggetto guardato, in un rovesciamento della funzione normalmente attribuita alla contemplazione. Il lessico geologico, argille, terre secche, cancellate per metà, lavora in tensione con quello liquido delle acque iniziali, e questa frizione tra materia che si scioglie e materia che si secca è forse la cifra più originale del testo: non c’è un solo processo di sparizione ma almeno due, opposti nella loro fisica e identici nel loro esito.
Il corpo visto apparire tra le acque
si formava come ombra frammentaria,
un’altra creatura naturale
da distinguere dal resto. Bastava
seguirne il passo che, fluttuante, sempre
si perdeva tra le argille di terre
troppo secche, cancellate per metà.
Si sfaceva guardandola, lei viva,
e come materiale nell’assenza,
nel ricordo generato. Vagava,
parte sola di un più segreto altrove,
come l’eco persa d’ognuno vaga.
Il cammino come forma del pensiero
La seconda sezione, La strada verso, sposta il baricentro dall’immagine fissa al movimento. È la parte del libro in cui il verbo si fa più cinetico: si sale, si scende, si cammina, si torna indietro. Il testo di apertura inaugura la sezione con un’attenzione quasi ossessiva alla misura, ai centimetri necessari per spostarsi, in un gesto che trasforma il camminare in un problema quasi geometrico prima ancora che esistenziale.
Più avanti, arriva a una delle formulazioni più dense dell’intero libro, costruita attorno all’idea che un corpo cammini sostenuto non da certezze ma dal proprio nome e dall’aria che lo chiama. È un’affermazione radicale sull’identità come evento linguistico più che biologico: si esiste perché si è nominati, non perché si possiede un fondamento. Il dubbio finale, se quel cammino sia reale avanzamento o smarrimento dentro pochi luoghi di un unico ricordo, non va letto come semplice esitazione retorica. Sintatticamente il testo lo prepara con cura: la prima parte procede per affermazioni brevi e nette, la seconda si apre in una serie di interrogative indirette che imitano proprio quello smarrimento di cui parlano. La forma esegue quello che il contenuto dichiara, ed è una delle prove più solide della maturità tecnica di Allemandi in questo libro.
È un corpo che si sostiene appena
questo che cammina: è sostenuto
dal suo stesso nome, dall’aria che lo
chiama; non conosce altro che la linea
che lo forma e lo segue sulla terra.
Senz’altro c’è da chiedersi se lento
inceda e con affanno, e verso dove;
se avanzi per davvero o perso passi
nei pochi luoghi di un ricordo solo.
Il finale della sezione, con la poesia Si spegneva sopra i tetti un termine (a pagina 43), è tra i momenti più memorabili della raccolta: la strada diventa un termine assoluto, quasi un destino, e il libro concede al lettore un’azione compiuta, non sospesa nel condizionale o nell’imperfetto, e proprio per questo colpisce con particolare forza.
Verso l’anonimato: la sezione Nessuno
Se le prime due sezioni costruiscono un soggetto che, per quanto fragile, resta riconoscibile come noi, la terza sezione compie un lavoro di progressiva erosione di questa identità collettiva. Il titolo stesso, Nessuno, è programmatico. Qui la scrittura di Allemandi raggiunge forse la sua temperatura più alta, soprattutto nei componimenti che lavorano sul tema della casa e del ritorno, dove pendii e affacci sul vuoto costruiscono un’atmosfera sospesa tra dormiveglia e allucinazione, chiusa da una cascata tra le rocce che funziona come contrappunto sonoro a un testo altrimenti quasi asfittico.
Il vertice della sezione, e probabilmente dell’intero libro, arriva nel componimento Noi siamo anche chi è venuto prima (a pagina 58), quello che restituisce il sintagma del titolo. La prima parte allarga il soggetto lirico a includere chi è venuto prima, cercando una risoluzione che eccede i tempi di una singola esistenza: è un gesto che sposta la questione della sopravvivenza dal piano individuale a quello generazionale, quasi antropologico. Il sole che tramonta sull’abitudine e viene definito perfetto è un’immagine di accettazione che il testo non giustifica moralmente, si limita a registrarla, e questa reticenza è una scelta di stile molto precisa: Allemandi evita sistematicamente la sentenza, preferisce la constatazione. La chiusura, il riconoscersi immobili eppure nuovi, forse sopravvissuti, condensa in un solo verso l’intero paradosso su cui è costruito il libro, quello di un’identità che resta se stessa proprio grazie alla capacità di rinnovarsi senza mai davvero muoversi da un punto fermo.
Noi siamo anche chi è venuto prima
cercando una risoluzione in tempi
molto più lunghi di una vita. Senza
farsi vedere qualcuno pure
ci difende. L’impulso generale
è quello di calmare gli eventi,
aspettarne uno soltanto, intanto sedersi.
Il sole cala sull’abitudine
ed è perfetto. Scoprire cosa
succede nelle mani di chi tiene,
tocca, rende propria l’estensione.
E non capirlo, questo continuo senso
della stessa cosa che ora torna
e ci fa mangiare a questo stesso
tavolo; saperci immobili eppure
così nuovi, forse sopravvissuti.
Il libro si chiude con un gesto di sguardo retrospettivo che non cerca consolazione: il passato si compie davanti a chi sa di doverlo comunque fuggire, senza lamenti. È una chiusura asciutta, coerente con l’intero impianto della raccolta, che rifiuta fino all’ultimo verso la tentazione di una sintesi consolatoria
Una voce che si colloca con precisione
Quello che colpisce, leggendo Forse sopravvissuti nel suo insieme, è la coerenza con cui Allemandi sostiene un registro medio-alto senza mai scadere nell’ermetismo puramente allusivo né cedere alla tentazione del verso-aforisma. Il suo retroterra fotografico, la lunga pratica sullo studio della luce negli spazi urbani notturni che ha attraversato anni prima la sua ricerca visiva, affiora qui non nel contenuto ma nella tecnica compositiva: molti testi procedono per inquadrature giustapposte piuttosto che per narrazione continua, come fotogrammi non ancora montati in sequenza. Il paesaggio, costante presente attraverso scogliere, pianure, laghi, sentieri di montagna, borghi, non è mai semplice sfondo descrittivo, funziona sempre come proiezione dello stato interiore del soggetto lirico.
Se si volesse indicare in una frase sola cosa lega i suoi testi più riusciti, si potrebbe dire che Carola Allemandi tratta la luce come Celan trattava il silenzio nella raccolta che dà il nome alla collana che la ospita: non come assenza ma come pressione, come qualcosa che costringe alla parola invece di sottrarla. Forse sopravvissuti costruisce invece uno spazio in cui la domanda sulla sopravvivenza, della memoria, del corpo, della relazione con chi non c’è più, può restare aperta il tempo necessario perché il lettore la faccia davvero propria.
