Immagine: Ellen Kooi
SILLABARI
Rubrica a cura di Silvia Rosa
L’IMPERSCRUTABILE | LUISA TRIMARCHI
Nel nome del padre parla apparentemente di morte, ma in realtà tende alla vita: raccontando il sottosuolo e i meandri oscuri del dolore, ambisce profondamente alla luce del giorno, allo spiraglio, pur nel male assoluto. La silloge prova a raccontare l’imperscrutabile – parola cruciale – che è il nucleo della mia indagine poetica di questi anni.
Una parola che metta in scena il male profondo di chi attraversa il tempo e lo spazio e i legami umani senza protezione alcuna ma che, pur essendo spesso sovrastato dal dolore, non può non guardare verso l’alto, tendere all’infinito, come unica speranza di sopravvivenza. L’intento dunque è tenere la testa fuori dalla melma, salvare una luce, uno sguardo, una pietruzza impercettibile, raccontare il male continuando a scorgere il bene, lottare per una pacificazione nel corpo dell’altro, vivo o morto che sia, che consoli e consenta di non annegare, davvero.
Da Nel nome del padre (fantasmi di famiglia) (Il Convivio editore 2026)
Stanza I
Se avessi raccolto il corpo ridotto all’osso
e sfregandolo con unguento e bende magiche
lo avessi rianimato come le antiche donne
che praticavano magia sapendo i misteri
della carne – risorgendo la paura e tramutandola
in forza rinnovata – tu saresti ancora vivo –
non morto e pronto alla sepoltura.
Lavo il corpo con acqua di rose e viole – seppure
le viole e le rose non nascano mai insieme
ma sui morti convivano come memoria antica
di un poetare inesatto – fatto di sentieri
impervi e siepi invalicabili oltre il cui sguardo
tu non hai saputo vivere – neanche immaginando.
Ora con i tuoi resti raccatto storie e traccio strade
mai battute solo intraviste per un attimo – subito
bloccate da massi gettati dall’alto a ostruire passaggi.
Urlavo del pertugio – ravvisato tra una pietra e l’altra
con tutta la voce in petto ho intravisto la salvezza
con dimestichezza – ho intrapreso la strada invisibile
a molti e tu sei rimasto immobile – fermo – paralizzato
dalle paure: antiche memorie di infanzie perdute.
E dall’alto – dal profondo delle tenebre – il male
ha raso al suolo il mondo e te con lui – io sola
sono rimasta a gridare.
Scalze
Le parole scalze – rantolo
ultimo di vita – rincorrono
cieli sordi – non risuonano:
solitarie – raminghe – cadute
giacciono negli angoli polverosi
meno battuti dove nessuno ormai
guarda – guardinghe.
Si elevano nei meandri segreti –
collo all’insù – come parole antiche –
rifugio di anime – memori di storie –
abbandonate.
Fiori
Il mio cuore sceso
nelle calze risale
dalle viscere – macera lento –
disintegrato dal percorso
dissestato: dietro vuoti
incolmabili si è perso
intrepido – in affanno.
Così i fiori spezzati
caduti nella terra
inavvertitamente
appassiscono muti
come anime nude
strozzate a metà.
L’odore del focolare
Bruciano gli arbusti scorticati
in notti fredde nel primo inverno
– luce luminosa nella pena – infuoca
il ricordo nella casa lontana:
restano i volti – vivido bagliore –
un attimo prima del buio –
nel tremore notturno.
(resti viva – avvolta su te stessa –
illuminata dall’ombra che accompagna)
*
Luisa Trimarchi, laureata in Lettere all’Università “La Sapienza” di Roma con la poetessa Biancamaria Frabotta, ha pubblicato nel 2021 la silloge Versi della dimenticanza (Transeuropa), nel 2022 Le stanze vuote (Controluna), nel 2023 Storia della bambina infranta (puntoacapo) e nel 2025 Carteggio d’amore (puntoacapo). Ha ottenuto riconoscimenti in numerose rassegne nazionali e internazionali. Interessata da sempre alla commistione dei linguaggi artistici, sperimenta forme di videopoesia e sintesi grafico-testuali. Legge e interpreta, oltre ai propri, anche i testi poetici di altri autori per una rubrica della rivista online “Bottega portosepolto”. Partecipa a reading poetici e realizza podcast. Ha gestito per due anni la rubrica “Coordinate poetiche” su una radio web. Insegna in un liceo cremonese.
