Un canto di ritorno, scritti sui poeti

Autore/a cura di:

Nei giorni scorsi ho avuto la fortuna di leggere, in anteprima, un’interessantissima raccolta di saggi (scritti, come li definisce lo stesso autore nel sottotitolo del libro) su diversi poeti contemporanei: Sereni, Pasolini, Benzoni, Garufi, Scarabicchi, Davoli, Campana, SImoncelli sono alcuni dei nomi presenti all’interno di “Un canto di ritorno”.
L’autore di questi interventi critici è lo studioso e poeta Ezio Settembri.
Il libro uscirà per Moretti&Vitali, nella collana Le forme dell’immaginario, curata da Gabrio Vitali, l’11 settembre.

Pubblico di seguito tre frammenti: il primo, è tatto dall’introduzione, scritta dello stesso autore. Il secondo è l’inizio dell’articolo riguardante Francesco Scarabicchi. Il terzo è l’incipit dell’omaggio a Stefano Simoncelli, con cui si conclude il libro.

***

(…) La nostra epoca vive in maniera spesso paradossale il rapporto con la poesia: da una parte chiunque abbia un livello di alfabetizzazione minimo, si sente legittimato a scriverla, nel Web e non solo; da un’altra nessuno legge i grandi autori del Secondo La nostra epoca vive in maniera spesso paradossale il rapporto con la poesia: da una parte chiunque abbia un livello di alfabetizzazione minimo, si sente legittimato a scriverla, nel Web e non solo; da un’altra nessuno legge i grandi autori del Secondo Novecento perché si ritiene la poesia “troppo difficile” (posizione che può essere accolta nel caso di certo sperimentalismo avanguardistico del tutto gratuito, proprio perché mirato a decostruire il linguaggio borghese oltre ogni scrupolo di carattere estetico). Eppure non si hanno le stesse remore per un grande pittore del Primo Novecento o per un grande regista, considerati comunque accessibili anche ai non addetti ai lavori. Come dunque ristabilire un equilibrio tra la deriva narcisistica priva di bagaglio letterario e linguistico, e il grande rischio di autoreferenzialità della poesia contemporanea?
​Questi e altri interrogativi dai banchi di scuola si riversano sui convegni di poesia senza soluzione di continuità: quali parole per raccontare e interpretare un mondo in repentina trasformazione, quali nuove chiavi di lettura, quali nuovi linguaggi? I miei studi mi hanno portato sempre a diffidare degli sperimentalismi troppo gridati (quello del Gruppo 63, nonostante gli esiti interessanti di un Pagliarani, ad esempio), rilevando lo sperimentalismo mai annunciato, ma dirompente di autori della Terza Generazione (Luzi, Caproni, Bertolucci, Sereni), nella loro capacità di assimilare al linguaggio della poesia quello prosastico, di ogni genere (da quello narrativo a quello filosofico o saggistico, con frequenti incursioni nel registro tecnico-scientifico). Un nuovo linguaggio, in poesia, come in arte in genere, non è mai un semplice scoop; e nessuna prospettiva di salvezza o di sopravvivenza, in poesia, può prescindere dalle facoltà di ascolto di un poeta e del suo lettore. Il poeta non trasmette una verità, testimonia un’esperienza: la sua testimonianza richiede compartecipazione. (…)

***

Ci sono parole ed esperienze di poesia, in tutte le epoche, ma in particolare in questa fase postmoderna di cui non si intravedono soluzioni di continuità; parole che sembrano aumentare il proprio peso specifico, accentuare la propria verticalità man mano che attorno a esse si va intensificando il movimento, la comunicazione, che per sua natura è orizzontale. Il compianto maestro Franco Loi ha scritto che la parola poetica non è una parola comune; non è della comunicazione ordinaria. E non perché la parola della poesia debba essere ricercata, sofisticata, erudita, ma perché diversa è la sua funzione: la parola poetica deve mettere in comunicazione con le proprie emozioni, con l’interiorità. Quindi deve sì generare un movimento, che però è interno (“emozione” viene dal latino “motus”, proprio come l’“amor che move il sole e l’altre stelle” dell’ultimo verso della Divina Commedia), non è quello esterno della comunicazione superficiale («C’è nascosto qualcosa in me che mi tocca…» e qualcosa che mi tocca nella vita/e fa memoria ai richiami di vento», in una splendida poesia di Loi).
Quando la parola è necessaria acquista una forza che resiste all’usura del tempo. La parola sembra incisa su una pietra e assume, nel suo resistere, una valenza morale e civile.
È il caso della parola di Francesco Scarabicchi, altro Maestro venuto tristemente a mancare, e a cui voglio rendere onore dopo i miei interventi su Pasolini e due “figli” di Sereni come Remo Pagnanelli (il suo La ripetizione dell’esistere, proprio su Sereni) e Ferruccio Benzoni. Soprattutto è significativo che io stessi approfondendo Scarabicchi dopo uno scritto su Benzoni, considerando lo stretto legame di amicizia tra i due poeti: il poeta anconetano ha anche dedicato a Benzoni alcune liriche. Ma c’è un elemento fondamentale che li accomuna profondamente. Se per Benzoni l’atto di nascita della sua poesia era stato fatto risalire al 25 luglio 1967, giorno della scomparsa della madre, e in fondo ogni suo verso era destinato a tornare a quella data fatidica; anche la poesia di Scarabicchi torna insistentemente su un lutto originario, senza riferimenti coloristici, in questo caso (si ricordi, per Benzoni, del tailleur azzurro che la madre indossava nell’ultima immagine impressa nella memoria del poeta di Cesenatico), se non il reiterarsi del bianco e della ferita, due dei poli entro i quali si muove il suo universo simbolico, a partire dalla perdita del padre. Come non pensare, in questo prevalere del bianco, al Lukàcs che coglieva nel bianco una reminiscenza materna, a proposito dei romanzi di Pratolini. Certo potremmo estendere tale appunto a una generale condizione di orfanità, al vuoto che ne deriva e dunque anche alla pagina bianca o più in generale al prevalere del bianco nella pagina di Scarabicchi la cui scrittura si è andata sempre più rastremando dimentica degli esordi sperimentali de La mente devastata. (…)

***

La parabola poetica di Stefano Simoncelli resta una delle più originali e autentiche, se la si confronta con quella delle figure più significative, dall’inizio del ‘900 a oggi. Appare scontato, ovvio affermare come egli appartenga di diritto alla storia della poesia e della letteratura italiana. Non è facile per me parlare di Stefano a pochi mesi da una scomparsa che mi ha lasciato incredulo, disorientato e abbattuto per non aver più la possibilità di incontrarlo e parlarci. A questo si aggiunge il rimpianto di non aver forse risposto con l’adeguata attenzione alla sua disponibilità davvero rara, innata, all’amicizia, alla ricerca di una complicità schietta, vera. Ho sempre provato soggezione verso quella personalità apparentemente burbera, sanguigna, ma di una sensibilità unica, capace di riconoscere e approcciarsi alle fragilità interiori di chi si trovava di fronte, di cogliere rovelli e inquietudini come raramente ho potuto sperimentare, una capacità di ascolto profondissima, da una parte; soggezione anche, d’altra parte, per l’autorevolezza di una parola poetica certamente non intimidatoria, respingente, ma di un lirismo ineguagliabile per un poeta dei primi decenni del nuovo millennio. In questo, come già ai tempi si era detto dei “fratellini” di Cesenatico, la sua poesia assume dei caratteri inevitabilmente retro, tanto che Simoncelli ne farà con consapevolezza uno dei caratteri fondanti della propria poetica.
Dicevo del rammarico personale che accompagna la scrittura di queste righe: un rammarico alimentato anche dalla ripromessa, in uno degli ultimi incontri con lui, di scrivere sulla sua poesia, ripromessa andata a vuoto, visto il ritardo con cui questo scritto giunge a destinazione. Ma in fondo, pur dispiaciuto di non aver potuto far leggere a Simoncelli un mio scritto sulla sua poesia, sono comunque contento di offriglielo ora, di essergli stato vicino e sodale con la mia amicizia. È una lezione importante, credo, in questi tempi, essere vicini ai poeti come uomini ed essere vicini ai loro libri con fedeltà immutata, per rispettarne la verità.
Stefano Simoncelli si configura nel panorama letterario come un irregolare, una figura certamente appartata, decentrata rispetto ai vari gruppi o centri editoriali. Fin dall’inizio la poesia di Simoncelli si nutre di questo senso di marginalità, che attiene anche all’esperienza di Sul porto, esperienza tanto “fragile” sul piano del potere politico ed editoriale, quanto decisiva, centrale sul piano storico e letterario, come testimonianza, nonché officina, palestra di formazione per due poeti come Benzoni e Simoncelli. (…)













Immagine in copertina: Gustave Courbet Marina (1865-1866), dettaglio