(Con poesie di Ugo Foscolo, Eugenio Montale, Dante Maffia, Giancarlo Consonni e Rosita Copioli)
I. L’Upupa da Foscolo a Montale
Forse non esiste nella poesia italiana moderna e contemporanea altro uccello, – dopo il passero solitario di Leopardi – così univocamente legato a un poeta, come l’Upupa. Il poeta è ovviamente Eugenio Montale, ma – diversamente da quelli che potrebbero essere lontani parallelismi in altre lande, come L’albatros per Baudelaire o Il corvo per Poe – l’abbinamento, oltre e più ancora che nei versi, si è saldato nell’obiettivo della fotocamera di Ugo Mulas: mi riferisco chiaramente alla celeberrima immagine del poeta ligure di profilo di fronte alla sua upupa imbalsamata.
Ma partiamo dall’inizio. O meglio, da prima ancora dell’inizio, da una tradizione millenaria, che va da Ovidio[1] all’Anonimo autore del Bestiario moralizzato[2], dal Parini[3], al Foscolo e fino all’«upupa funèbre» di Carducci[4] e che ha visto in questo uccello una creatura sgradevole, un messaggero di sventura, un ospite dei cimiteri e un simbolo lugubre.
Giuseppe Parini, ne La notte, inserisce l’Upupa nel catalogo degli elementi gotici e sepolcrali che caratterizzano la prima parte del testo; è una creatura delle tenebre («mostri avversi al sole»), che abita una notte intesa come regno del terrore e del macabro; è messaggera di sventura che emette «ferali stridi» e «miserandi augùri»; simbolo di morte essa stessa, tra i «teschi antiqui» di un paesaggio spettrale e cimiteriale:
«[…] Terribil ombra
giganteggiando si vedea salire
su per le case e su per l’alte torri
di teschi antiqui seminate al piede.
E upupe e gufi e mostri avversi al sole
svolazzavan per essa; e con ferali
stridi portavan miserandi augùri.
[…]»
Questa immagine dell’Upupa come creatura che si aggira tra le tombe e i ruderi sarà riferimento fondamentale per la sensibilità di Ugo Foscolo, che in Dei Sepolcri ne riprenderà esplicitamente l’aura sinistra, estremizzandola («l’immonda») e descrivendo l’uccello mentre vola sui monumenti funebri e «svolazza sui teschi» e accusa persino la pietosa luce delle stelle:
«[…] Forse tu fra plebei tumuli guardi
Vagolando, ove dorma il sacro capo
Del tuo Parini? A lui non ombre pose
Tra le sue mura la città, lasciva
D’evirati cantori allettatrice,
Non pietra, non parola; e forse l’ossa
Col mozzo capo gl’insanguina il ladro
Che lasciò sul patibolo i delitti.
Senti raspar fra le macerie e i bronchi
La derelitta cagna ramingando
Su le fosse e famelica ululando;
E uscir del teschio, ove fuggìa la Luna,
L’ùpupa, e svolazzar su per le croci
Sparse per la funerea campagna,
E l’immonda accusar col luttuoso
Singulto i rai di che son pie le stelle
Alle obblîate sepolture. […][5]»
Sarà, con questi presupposti, ora più facile comprendere – approdando a tempi più recenti – il noto incipit montaliano «Upupa, ilare uccello calunniato / dai poeti» e, col prosieguo della lirica degli Ossi di seppia, sanare una ferita ornitologico-letteraria aperta per secoli.
Upupa ilare uccello calunniato di Eugenio Montale[6]
Upupa, ilare uccello calunniato
dai poeti, che roti la tua cresta
sopra l’aereo stollo del pollaio
e come un finto gallo giri al vento;
nunzio primaverile, upupa, come
per te il tempo s’arresta,
non muore più il Febbraio,
come tutto di fuori si protende
al muover del tuo capo,
aligero folletto, e tu lo ignori
Il riconoscimento dell’importanza di Montale, della sua opera d’esordio e di molte delle poesie in essa contenute si è consolidato nel corso del XX secolo, così come della sensibilità e della fisionomia di poeta ornitofilo. Accadde così, per farla breve, che, vista la sua passione per gli uccelli, l’amico Goffredo Parise gli regalò un’upupa imbalsamata. E accadde poi, decenni dopo la stesura della poesia, che il noto fotografo Ugo Mulas produsse, nel realizzare una serie di scatti dedicati a Ossi di seppia, l’icastico ritratto del poeta con quell’upupa, entrambi di profilo, quasi a specchiarsi.

Un pregevole studio sulle origini della lirica montaliana offre, contestualmente, interessanti dettagli sulla presenza dell’esemplare impagliato in casa del poeta. Si tratta di “Caccia all’upupa. Premesse di un ‘osso’ montaliano (1892-1993)” di Matteo M. Pedroni – Università di Losanna[7] consultabile in rete. Consigliandone vivamente agli interessati la lettura ne riporto le prime significative righe:
Un tempo si sparava su tutto ciò che volava, specialmente in Italia, come denuncia – a metà ’800 – «il pastore Federico di Tschudi» per voce di Carlo Vogt, e come confermerà Montale ne La busacca (1947): «Falchi e gheppi morti, upupe e picchi neri potevano uscire, talora, raggrinziti e menci come fazzoletti sporchi, dalle tasche dei tiratori di frodo[8]». L’upupa non faceva dunque eccezione, al contrario la sua bellezza e la sua rarità la rendevano una vittima predestinata alla tassidermia. Così «upupe impagliate» si ritrovano nei luoghi più imprevisti, ma non irrelati tra loro: per esempio «sotto campane di vetro[9]» in un catalogo di Govoni e «a giusta distanza da un martin pescatore[10]» in casa Montale. […] In queste pagine vorrei scrivere la storia dell’upupa di Montale, non di quella imbalsamata regalatagli da Goffredo Parise[11], ma dell’«ilare uccello calunniato | dai poeti», che incarna una nuova visione del tempo e della poesia.
E sembra quasi inserirsi nel dialogo sull’asse Foscolo-Montale la seguente poesia di Dante Maffia:
17 – l’upupa non è di Montale di Dante Maffia[12]
l’upupa non è di Montale
di Montale
non è il male di vivere,
vent’anni prima
lo dice un verso di Pirandello;
e la cipolla non è di Neruda,
semmai di Tommaso Campanella:
tre secoli prima ne fa poesia
ne fa sentire l’odore il beneficio.
II. Upupa epops
A fronte di questa lunga tradizione che la vuole «immonda», notturna, «ilare», puzzolente ecc., è necessario chiarire quale sia l’identità biologica dell’Upupa (Upupa epops). Per dirimere una questione secolare e precisare subito che si tratta di un animale rigorosamente diurno. Tutta la sua attività biologica — dalla ricerca del cibo al corteggiamento — si svolge alla luce del sole, con picchi di attività nelle ore mattutine e pomeridiane. E di notte non frequenta teschi e cimiteri!
Ha invece basi reali l’attribuzione di uccello maleodorante: non pulisce volutamente il nido, lasciando che escrementi e resti di prede si accumulino per potenziare la barriera olfattiva. Questa sporcizia, unita al secreto nauseabondo della ghiandola dell’uropigio – ma solo nel periodo riproduttivo – crea un ambiente asfissiante che simula la decomposizione, scoraggiando i predatori grazie a un’efficace e scientifica strategia di difesa chimica.
Tassonomicante appartiene alla ristretta famiglia Upupidae tradizionalmente inserita nell’ordine dei Coraciformes (Gruccioni, Martin pescatori ecc.) ma, più recentemente in quella dei Buceratiformes (Buceri, Bucorvi, Upupe boscherecce ecc.) o, addirittura, classificate in un proprio ordine, gli Upupiformes. Il nome deriva direttamente dal termine latino upupa, coniato ascoltando il verso territoriale del maschio, un cupo e ritmato “up-up-up” o “pu-pu-pu” da cui deriva anche “pupulare” utilizzato, inoltre, per i versi della Pavoncella e, talora, anche del Piccione.
È lunga quasi 30 centimetri e ha un’apertura alare che sfiora il mezzo metro. La sua livrea è inconfondibile: piumaggio ocra-rosato, ali timbrate da bande bianche e nere e – in entrambi i sessi – distintiva cresta cefalica erettile che la trasforma nel “principe” degli uccelli come descritto in diverse tradizioni popolari.
L’Upupa è prettamente insettivora, utilizza il lungo becco ricurvo per estrarre larve e grillotalpa dal terreno. Caratterizzata da un volo sinusoidale simile a quello di una grande farfalla, evita le zone boschive fitte, prediligendo luoghi secchi, semi-alberati caldi e assolati come frutteti, pascoli e vigneti con presenza di vecchi alberi per la nidificazione in cavità. In Italia è un migratore transahariano che giunge in primavera per riprodursi, svernando nelle savane africane, sebbene il riscaldamento globale favorisca rari svernamenti stanziali nelle regioni meridionali. Sebbene rimanga una specie relativamente comune, i dati più recenti indicano segnali di sofferenza in diverse aree[13].
III. Altre upupe
Spogliata, da Montale, del suo tenebroso fascino gotico, non è che la poesia italiana moderna e contemporanea abbia celebrato l’uccello crestato con particolare generosità, anzi incontrarlo nei versi è fatto abbastanza raro.
Giancarlo Consonni, scomparso alcuni mesi fa, nel suo Luì (i luì sono piccoli passeriformi) dedica versi lievi ed enigmatici all’aligero coronato:
Upupa di Giancarlo Consonni[14]
Viene l’upupa
e si ritrae.
porta con sé
il pallore delle cose.
Più articolati sono i testi di I motivi dell’upupa di Rosita Copioli; tra realismo e visione metafisica, in particolare nel primo frammento, l’uccello si pone come un essere intermediario che connette il piano terreno a quello celeste:
I motivi dell’upupa di Rosita Copioli[15]
I.
Io mi sono persa.
Tu sai come trovarmi?
Mi ritroverai?
L’upupa disse
è un incanto, un incanto
Salomone ti tiene già
Sulla sua bocca
ti ritroverai.
sulle sue labbra.
Sulla sua bocca
ti ritroverai
Sì. Lei rispose.
Donami il canto.
Perché l’incanto
lo conosco già.
Lui: È terreno. Tu sei celeste.
Ma se la mia piuma
ti risolleva,
vedi, t’innalzerai.
Due giorni fa
un uccello verde bruno
sul petto battente
una luce d’oro
ora sul pino
poi sull’acacia
garriva garriva.
La dissonanza.
Senza melodia. Senza speranza.
Erano il regno dove sei tu
incarcerata.
Ma l’ala verde d’oro,
con il filo della luce,
la somiglianza,
l’upupa disse
se discendeva verso di te
come una freccia
ancora fragile
quello era il calamo
con cui riprendere
il volo in voce
perché di nuovo
tutto sia mosso
nel mutamento!
In questa sezione del testo, densa di simbologie calibrate, l’immagine mitologica dell’«ala verde d’oro» e il richiamo al «calamo» – strumento e simbolo della scrittura stessa – diventano i motori che permettono di «riprendere il volo». Al contempo, il riferimento a Re Salomone e la dimensione parlante dell’uccello lo trasformano in un’epifania dell’altrove.
IV. L’Upupa di Re Salomone, La lingua degli uccelli, il Simurgh
Il riferimento a Re Salomone chiede, in via straordinaria, in questa serie di articoli che ho intitolato “La lingua degli uccelli” di concludere questo capitolo – se non ora, quando? – ritornando brevemente sull’opera da cui ho mutuato il titolo, ovvero “La lingua degli uccelli” o “Il verbo degli uccelli” (Mantiq al-Tayr) scritta dal mistico sufi Farīd al-Dīn ʿAṭṭār nel XII secolo.
Prima ancora, l’Upupa, secondo la tradizione coranica[16] (Sura XXVII, Le Formiche), era la messaggera sapiente di Re Salomone, capace di scoprire fonti d’acqua nascoste e di rivelargli l’esistenza del Regno di Saba e della loro Regina Bilqis, nonché di agire come tramite indispensabile tra il potere temporale e la rivelazione divina. Ed è presentandosi nel poema persiano come colei che fu la messaggera di Re Salomone, che l’Upupa – recante sul petto i simboli di chi conosceva la via e sul capo la corona di verità – si propone al consesso di tutti i pennuti della terra, riunitisi per scegliere un sovrano, partendo alla ricerca, attraversando sette simboliche valli, del mitico Simurgh, simbolo dell’unione mistica tra l’anima individuale e l’assoluto[17]. In questo racconto al nostro «aligero folletto» viene riconosciuta la funzione di guida spirituale, in quella che è forse una delle più nitide rappresentazioni del ruolo di mediazione tra Cielo e Terra assegnato alle creature alate.
[1] Nella Metamorfosi di Ovidio, (Libro VI), l’Upupa è protagonista di uno dei miti più crudi e tragici dell’intera opera: la storia del “banchetto di sangue” di Procne, Filomela e Tereo che, dopo essere stato indotto con l’inganno da Procne, la moglie tradita, a mangiare il figlioletto Iti, mentre insegue Procne e Filomela «si trasforma in un uccello che ha una cresta dritta sul capo / e un becco smisurato che si protende lungo come una lancia. / Upupa è il nome di questo uccello», che risulta così nel mito generato da un personaggio macchiato di stupro, incesto e cannibalismo, e simbolo dell’ira che non si placa, del desiderio di vendetta.
[2] Anonimo umbro, XIV secolo, Bestiario moralizzato (di Gubbio), XLVIII, De la luppica*: «La luppica bellissima è di fore, / con belle penne sí fa portamento; / de sterco è nata, e in esso vive e more, / de quello cibo piglia nutrimento. / Tale natura è delo peccatore […] // fetidissimo e puçolento; / perdese la beleça per la morte […]». (*upupa, in volgare).
[3] Giuseppe Parini, Il Giorno. Il Mattino, il Meriggio, il Vespro, la Notte, a cura di R. Leporatti, Fabrizio Serra editore, Pisa-Roma, 2020.
[4] Così Giosuè Carducci, in Giambi ed epodi, nella poesia Per Eduardo Corazzini, v. 19.
[5] Ugo Foscolo, Dei Sepolcri, vv. 70-86, Officina tipografica Bettoni di Brescia, 1807.
[6] Eugenio Montale, Ossi di seppia, Torino, Gobetti, 1925.
[7] Matteo M. Pedroni, Caccia all’upupa. Premesse di un «osso» montaliano (1892-1923), Università di Losanna, 2014 [ed. orig. in «Versants», n. 46, 2003], consultabile su: https://api.unil.ch/iris/server/api/core/bitstreams/fd02da59-094e-4c63-8cb2-198e47a4c15e/content, u.c.4 maggio 2026
[8] E. Montale, Prose narrative, a cura di N. Scaffai, Milano, Mondadori 2008, in M. M. Pedroni, cit.
[9] Corrado Govoni, Le anime (1907), in Poesie 1903-1958, a cura di G. Tellini, Milano, Mondadori, in M.M. Pedroni, cit.
[10] Giorgio Orelli, L’«upupa» e altro, in Accertamenti verbali, Milano, Bompiani, 1978, in M.M. Pedroni, cit.
[11] Eugenio Montale, Il tiro a volo, in L’opera in versi, a cura di R. Bettarini e G. Contini, Torino, Einaudi, 1980, in M.M. Pedroni, cit.
[12] Dante Maffia, Il suicidio, lo stupro ed altre poesie, Torino, Vague Ed., 2020.
[13] Cfr. Scheda Specie – Upupa | Lipu ODV, consultabile su: https://www.lipu.it/uccelli/conoscerli-proteggerli/upupa.
[14] Giancarlo Consonni, Luì, Torino, Einaudi, 2003.
[15] Rosita Copioli, Il postino fedele, Milano, Mondadori, 2008. Nella stessa raccolta è presenta anche un altro testo, Le upupe hanno tempi musicali, dove il dato “naturalistico” più interessante, non meramente descrittivo, sta nella loro presenza fino a luglio e agosto, prima della migrazione o, nella narrazione del testo, di essere «cacciate».
[16] Corano, Sura XXVII (An-Naml, Le Formiche), vv. 20-44.
[17] Sebbene il poema di ʿAṭṭār sia un’allegoria spirituale, l’autore attinge all’iconografia classica del Simurgh presente nella tradizione persiana (come quella dello Shāh-Nāmeh di Ferdowsi): dimensioni colossali, chimerico, raffigurato con tratti di pavone, ali di aquila e talvolta il muso di un cane o di un leone, con piume di colori meravigliosi. Ma via via perde le proprie attribuzioni fisiche: quando i trenta uccelli superstiti arrivano finalmente alla corte del Simurgh dopo aver attraversato le sette valli, gli uccelli non vedono un mostro o una creatura piumata, ma vedono sé stessi: infatti “Si” significa “trenta” e “murgh” significa “uccelli”, quindi alla fine del viaggio la forma fisica del divino si manifesta come uno specchio dell’anima di chi lo cerca.
Immagine di copertina: Upupa epops, Medio Egitto, Ermopoli, riva occidentale del Nilo, Aprile 2023, foto di A.R.
