Nota a L’ombra dell’infanzia di Silvia Rosa
La prima cosa che colpisce in L’ombra dell’infanzia di Silvia Rosa (Pequod 2025) è il silenzio che si crea attorno alle parole. Non un silenzio pacificato, ma uno spazio teso, carico, in cui ogni verso sembra arrivare da molto lontano e depositarsi con una precisione quasi chirurgica. È una poesia che non avanza per dichiarazioni, ma per stratificazioni: immagini che si ripresentano di continuo, figure che mutano forma, ritorni che non cercano spiegazione. Fin dall’inizio si ha la sensazione di trovarsi davanti a una lingua che sa esattamente dove sta mettendo i piedi, anche quando cammina sull’orlo dell’abisso.
In questo spazio sospeso e rarefatto prende corpo una silloge che affronta l’abuso infantile senza mai farne un tema, ma piuttosto una condizione del linguaggio. Il trauma non viene raccontato: viene abitato. E ciò che resta non è la cronaca del male, bensì il suo riverbero continuo nel tempo, la sua capacità di condizionare la percezione, il corpo, la memoria, il rapporto con il mondo. Passato e presente fluiscono instancabilmente, comunicando come stanze contigue di una stessa instabile casa.
Uno degli elementi più sorprendenti della scrittura di Silvia Rosa è la leggerezza. Non una leggerezza evasiva o consolatoria, ma agrodolce, soave, capace di reggere pesi enormi senza spezzarsi. È una voce che sembra sfiorare le cose e invece le attraversa, si muove con grazia pur portando con sé materiali incandescenti. Proprio questa apparente delicatezza permette alla poesia di raggiungere altezze siderali e, nello stesso gesto, di sondare abissi colossali: la lingua si fa sottile per poter scendere più a fondo, si alleggerisce per non essere schiacciata dal dolore che nomina.
Il libro si muove costantemente tra fiaba e realtà, tra immaginario infantile e consapevolezza adulta. Orchi, dèi sordi, madri opache, animali feriti, bambole mute: il repertorio simbolico è ampio, ma mai ornamentale. La fiaba non è un rifugio, piuttosto una struttura di senso attraverso cui il trauma prende forma. Il celebre «c’era una volta» perde ogni funzione rassicurante e diventa una formula ambigua, che segna l’inizio di una frattura insanabile. Non promette salvezza: mostra l’inganno, il rovescio, la crudeltà nascosta nelle narrazioni fondative dell’infanzia.
Al centro della silloge si impone il corpo della bambina, scritto come luogo instabile e conteso. Un corpo che viene osservato, violato, odiato, messo da parte, trasformato in sintomo. Il corpo è ciò da cui fuggire e ciò che tradisce, ciò che viene abbandonato per sopravvivere. Disturbi, dolori somatici, fantasie di sparizione non sono mai trattati come deviazioni patologiche, ma come risposte estreme a una violenza sistemica. In questo senso la scrittura di Silvia Rosa è profondamente etica: rifiuta ogni sguardo giudicante e restituisce dignità alle strategie di sopravvivenza di chi non ha alternative.
Uno dei nuclei più potenti del libro è il Decalogo di sopravvivenza per bambine sotto scacco. Qui la poesia assume una funzione quasi rituale, costruendo un contro-manuale dell’infanzia ferita. Non regole per vivere bene, ma istruzioni minime per restare vive. Contare, mentire, moltiplicarsi, rifugiarsi nell’immaginazione, costruire armature simboliche: ogni punto del decalogo mostra come la dissociazione, la fantasia, la ritualità non siano segni di debolezza, ma risorse. È una sezione che smonta con lucidità la retorica della resilienza, rifiutando l’idea che il trauma debba necessariamente produrre forza, crescita o redenzione.
Fondamentale è anche la dimensione corale del libro: la dedica Alle sopravvissute non è un gesto formale, ma una presa di posizione netta. L’io poetico si apre a un «noi» che non cerca empatia, ma riconoscimento. Le «sorelle» evocate condividono non solo l’esperienza della violenza, ma anche quella dell’incomprensione: parole vuote restituite dall’esterno, inviti al perdono, sentenze a posteriori che tentano di normalizzare l’irrimediabile. Contro tutto questo, L’ombra dell’infanzia oppone una fedeltà radicale alla verità dell’esperienza.
Il libro rifiuta ogni pacificazione finale. Non c’è riscatto esibito, non c’è guarigione esemplare, non c’è lieto fine. C’è invece una scelta precisa: non diventare carnefici, non aderire a una narrazione che chiede di archiviare il male. La poesia di Silvia Rosa resta, insiste, torna. E nel farlo dimostra che la parola poetica può ancora essere uno strumento di precisione morale, capace di nominare ciò che solitamente viene rimosso o semplificato.
L’ombra dell’infanzia è un libro che non addomestica il dolore e non lo trasforma in racconto edificante. Chiede attenzione, responsabilità, ascolto profondo. La voce di Silvia Rosa, così leggera da sembrare fragile e così profonda da risultare vertiginosa, conferma che la poesia può ancora essere un luogo di resistenza, di verità e di esattezza.
Fotografia in copertina di Liana S
