Il passero bianco non è un libro in cui entrare a cuor leggero. È un rito di passaggio, che chiede immediatamente al lettore di stringere un patto: leggere dall’inizio alla fine.
In apertura Emily Dickinson, nume tutelare, annuncia: Of Tribulation, this are They denoted by the white. Tra i sofferenti, questi sono quelli segnati dal bianco. E in questo libro il bianco è un’appartenenza. Un destino che chiama e a cui è imperativo rispondere.
Nell’introduzione Isabella Leardini definisce l’opera di Sofia Fiorini una fiaba iniziatica in versi. La fiaba non è solo un genere letterario, è un modo di guardare. È un linguaggio antico, che fa da ponte tra infanzia ed età adulta, capace di nominare l’incredibile e di rendere visibile l’invisibile, attraverso creature incantate che respirano, parlano, cacciano, camminano. Figure delicate e crudeli, mai completamente innocenti e proprio per questo capaci di abitare e restituire la complessità della vita. In grado di sbagliare strada, stare nelle contraddizioni, affrontare la perdita e riconoscere come quest’ultima possa diventare un’apertura, quando si è in grado di arrivare nel profondo.
Il libro inizia con una separazione e una partenza: la bambina è morta e la casa ormai un mausoleo. La fanciulla deve uscire dall’infanzia ed entrare nel destino. Abbandonare il giardino, guardare lontano, nel bosco, sotto la luce della luna affidarsi alla farfalla sulle zolle, non farsi distrarre dalle primizie offerte lungo la strada, lasciare che i fichi restino lì a nutrire i morti. Deve mettersi in cammino, attraversare la soglia per raggiungere l’altro regno e sa che per farlo dovrà portare un pegno, lo stendardo-ramo-secco, e offrire un sacrificio.
Camminare è accettare di perdere qualcosa, come è necessario perdere l’equilibrio ad ogni passo e rimanere sospesi nel vuoto, in attesa che il piede trovi un nuovo sostegno, ogni volta che si stacca dal suolo, senza nessuna certezza che troverà un approdo sicuro, con la consapevolezza del rischio di cadere e ferirsi.
Quest’opera è la narrazione onirica di un cammino in uno spazio incantato, che dal bosco porta al lago, in cui l’autrice, con passo lieve e preciso, ci invita a seguire la protagonista, non morta e non viva, con le braccia strette nella garza per aver sacrificato le mani. Un cammino che non è un percorso solitario, ma condiviso, dove si incontrano simboli, inganni, segreti e prove da superare: due su tutti il passero bianco, totem infero che sceglie la fanciulla e le genti beate, donne dai capelli lunghi, con il viso verdastro e vestite di corteccia d’albero, che la accolgono come una di loro mentre, non avendo una dimora, camminano tutta la notte e divorano gli uomini che incontrano.
Nel tempo in cui condivide con le donne vestite di corteccia la loro condizione di non vita, la fanciulla realizza di non poterla sostenere, in quanto viva. Per lei, come per Persefone, l’altro regno non è il punto terminale, ma una tappa necessaria alla vita stessa, grazie alla quale ritrova i suoi ricordi, incontra il sangue mestruale e scopre il desiderio. Quando viene chiamata dall’amore a “precipitare nell’Eden dove sboccia il sole”, per poterlo vivere, dopo aver lasciato indietro tutto quello che non le appartiene davvero, dovrà ancora tuffarsi nelle profondità del lago e “riaccendere la luce da sott’acqua”, per completare il cammino verso ciò che è chiamata a realizzare, recuperare le mani e tornare intera. Con accanto l’uomo cervo, nella “festa in cui ognuno si riprende le sue ossa”. Perché l’amore è l’unico linguaggio capace di attraversare senza possedere.
Il passero bianco è un libro che narra una trasformazione che diventa salvezza. Offre la possibilità a chi sente di appartenere contemporaneamente a due dimensioni, e quindi a nessuna pienamente, di sostare sulla soglia, senza accontentarsi di una non vita, in attesa di trovare il posto perfetto dove vivere interamente.
Dietro la casa, dietro le siepi
e le ombre dell’usato giardino
sta quel che resta di queste ossa.
Quattro pali – le assi
il ricordo di un tetto, mausoleo
sgraziato di ragazza.
Solo la porta resta
chiusa con la spranga
né reggia né splendida tomba –
solo un telo di plastica
che ha perso la sua trasparenza.
Guardiamo la porta
passiamo oltre il campo,
oltre le messi di cipolla,
molto più lontano…
al bosco, alla grotta!
La bambina che qui c’era è morta.
*
Il primo segreto
fu che non potevo cacciare.
C’era tra gli alberi il passero bianco
che avevo visto nei sogni.
Strano destino essere scelti
da una creatura degli Inferi
e non sapere più
come si fa a abitare il mondo.
*
Aspettavo che mi si seccassero
le ossa – aspettavo di smettere
di soffrire per il freddo ed il calore.
Ogni volta, nel mezzo della fila,
dietro la corteccia, constatavo
l’imbarazzo vivo del mio corpo.
*
Strane cose avvengono nel mondo di sopra.
Mia madre, ad esempio, non si fidava
di nessuna delle altre –
uno, un luminare, le aveva detto
che tra donne non si fa
che invidiare o compiangere.
Che misera bugia
a cui credere.
*
Non tua, non mio – dissi all’uomo cervo –
sarai come l’acqua che passa nel rivo
corsa dove oggi immergo il dito.
Questa anche per noi sarà una festa
– mentre le fate traghettano
i morti all’altro mondo – la festa
in cui ognuno si riprende le sue ossa.
Sofia Fiorini (Rimini, 1995) è laureata in Italianistica e insegna lettere. Ha pubblicato in poesia La logica del merito (Interno Poesia, 2017) successivamente ampliato in una nuova edizione (La logica del merito e nuove poesie, Interno Poesia, 2023) e La perla di Minerva (La Noce d’Oro, 2023). Suoi testi poetici sono inclusi in Abitare la parola. Poeti nati negli anni Novanta (Ladolfi, 2019). Ha tradotto l’antologia italiana delle poesie di Ralph Waldo Emerson Il cervello di fuoco (La Noce d’Oro, 2022).
Foto di Emiliano Cribari
