L’insonne di giorno: Dario Capello legge Daniela Pericone

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Ogni parola in questi versi vive per aprire vie di fuga laterali, per rimettere ogni volta tutta la posta in gioco. Sono parole che non si accontentano di produrre un effetto, per seducente che sia.

Eppure la pronuncia suona perentoria, sul piano stilistico è sempre nitida, a fuoco, a tratti solenne. Meglio: quasi sempre sul punto di divenire solenne, poiché non cede e non cade nell’eloquenza, da un lato, e resiste, dall’altro, a tutta la mitologia di una pronta presa comunicativa.

Sono davvero rari, in tutta l’opera, i movimenti quieti, stemperati nell’andante narrativo. Prevale il timbro perentorio, per lunghi tratti: acceso. Una atmosfera già indicata da uno dei titoli, La dimora insonne.

Nell’insieme stacca la voce di una figura contemporaneamente selvatica e partecipe. Una voce che parla dentro la parte buia, voce di solitario, intonata da “un’indole taciturna”. Parola che vive nella brace (mot-clef, questa, che vale per tutta l’opera), ma brace “ancora viva, arroventata”, che sovente diventa parola da combattimento, furore (sempre a metà tra il tragico e l’elegiaco-meditativo) propria dell’assediato che non arretra di fronte a un nemico conosciuto e sconosciuto.

Gli esempi di questo linguaggio bellico-aggressivo sono innumerevoli, ma comprendono anche un isolato, e perciò interessante, “fuoco a salve”.

Comunque, sempre “dalla parte del fuoco”, con le parole di M. Blanchot.

Poesia del verticale. Sovente ustionante. Come non pensare ancora una volta a Empedocle, a quel cratere sull’Etna? Al fuoco che sale dalla terra e sortisce, in queste poesie, un duplice effetto. Da un lato una rissa di tizzoni ardenti, dall’altro una specie di purificazione.

C’è un tono generale, ed è immerso nel clima di una meditata oscurità. Un tono meditativo, dunque.

Lo stile è dato dalla condensazione, dalla concisione delle formule (qui e là vicine alla sentenza dell’oracolo) unita allo scintillio delle immagini e dei pensieri. Il tutto risolto in tutta l’energia di uno scatto, nella simultaneità di presenze, pensieri, impressioni. È quel che intendo per condensazione.

Ma sotterranea e costante vive l’esperienza di una intimità custodita, di un inquieto poco disposto a lasciarsi tradurre, in ogni caso vicino all’incomunicabile, sulla strada che porta all’indicibile. Quel che non si lascia inscrivere, quel che sfugge alla citazione, quella “vita non vita”, tutto viene adombrato e a un certo punto accolto e rilanciato con una parola riassuntiva isolata ma importante: “amaritudine”.

Qualcosa di più di uno stato d’animo.

Tra “marmo” e “brace”. Tra gelo e ardore.

Il marmo è quello della parola definita e definitiva, la parola ultima, scolpita, lapidaria “a forza di levigare”. È la parola anche preziosa, la gemma in odore di solennità.

E sotto, nel sottosuolo infuria un’altra parola (un’altra? la stessa?) che come lava vulcanica “avanza senza parole / per eccesso di profondità”.

Animus contra anima. Due polarità che non chiedono un venire a patti, una mediazione. Sarebbe per loro come sciogliersi in una facile armonia, quella che indebolisce le parti. Sussistono entrambe, quasi per magia. Sono quelle presenze che per vie paradossali, vie non perimetrabili in nessuna mappa che non sia “poetica”, fondano letteralmente, tutta l’opera di Daniela Pericone, la sua cifra araldica. “La vampa improvvisa / nel cavo del gelo.” (Distratte le mani).

Le nozze alchemiche, alle quali aspira nell’intimo ogni poeta, qui sono quelle tra apollineo e dionisiaco. La ferma forma e l’animo mosso.

Più in generale, tutta la poesia di Pericone vive e convive nel contrasto, nella tensione. I due poli non vanno riconciliati, e neppure sormontati da un movimento di sintesi dialettica. La loro forza, in termini di produzione poetica di senso ulteriore, consiste nel loro antagonismo, nel cuore del dramma (nel senso etimologico del termine). Un esempio su tutti. “Non so dare ristoro / se non dicendo sono qui / o tacendolo -…” sono versi discretamente vertiginosi, dove la logica sembra sfaldarsi, scivolare via tra un dire e un tacere… eppure, eppure l’effetto sottilmente ambiguo che ne deriva è proprio quello della dignità poetica.

Ancora sui contrasti. Da una parte c’è l’intimità, il colloquio quasi sempre solitario con sé e con una porzione di mondo, ma dentro questa intimità si agitano sdoppiamenti, parti dell’ombra. Un guardarsi a distanza, come fuori di sé, rispecchiati da specchi visibili e invisibili “l’altra che mi guarda, diversa […]”. Arte della distanza, della sospensione dello sguardo.

Prendo qui a prestito le parole di un altro poeta, Bernard Noël. “Chi scrive vede alzarsi la sua ombra, la vede avanzare, indietreggiare, perdersi. Ma è proprio la sua ombra? O soltanto il suo doppio?”

E poi, il contrasto più nevralgico. La “vita non vita”, la vita che si percepisce sempre in un “altrove” e in un “dentro”. Penso a un analogo rovello esistenziale e lo trovo in Carlo Michelstaedter… Non a caso viene in mente il nome del filosofo-poeta… C’è anche qui, pulsante, il ronzio, il ticchettio doloroso della percezione di un’estraneità, di un’assenza, della vita non vita.

In Daniela Pericone vive il ritmo, l’onda ritmica più che l’armonia del canto. Come un jazz che con i suoi urti e i suoi rimbalzi dà vita a onde e forme impreviste. Tutto un mondo di echi inattesi ma non casuali. Detto in linguaggio musicale: vince la sincope (la sospensione, lo slittamento degli accenti) e il levare, “in levare un lavare di scorie”. E si può pensare anche al lavoro dello scultore, quando toglie l’eccesso di materia per liberare la forma.

A proposito di un titolo suggestivo, L’inciampo. Amore per la caduta, per lo slittamento, malinconia “della fine del mondo” (Cioran)? Oppure strenua difesa, resistenza contro questo scivolamento… Comunque il luogo immaginale, simbolico, della questione è ancora l’orlo di un vulcano.

Ancora un nome pare importante. Montale, quel Montale delle “Occasioni”, così attento a registrare in solitudine la perduta sincronia col mondo, con la possibilità (vagheggiata, impraticabile) di scovare ancora un varco. In Pericone vive la stessa urgenza di trovare “uno squarcio nel muro” ma si aggiunge un tremore, un soprassalto ulteriore dell’animo, in una parola, un fuoco, estraneo a Montale, “la vampa improvvisa”.

Pensando ancora all’immagine del fuoco viene in mente questo. Nei versi di Daniela Pericone la messa a fuoco, il mettere a fuoco non ha solo un valore stilistico, di pronuncia esatta, ma significa anche mettere al fuoco. Consumare, andare all’osso, chiarificare, far tabula rasa. Diventa esperienza interiore.

E nel libro più recente, Corpo contro, pare che questa spoliazione progressiva, insistita, voglia approdare a un invocato silenzio, “non sia turbato il silenzio”. È quel silenzio generativo di parola poetica, e dunque di altre scosse, “trasalimenti del buio”, allarmi… Siamo dentro a un circolo, il passaggio dal silenzio alla forma e di nuovo al silenzio fertile… dove la fine coincide col nuovo inizio.





A brace lenta
a labbra schiuse
avanza senza parole
per eccesso di profondità.

L’inciampo (L’arcolaio, 2015)

*

Scrivere accresce lontananza
da mani disutili e nomi inceneriti
– inesperta di vanità che distoglie.
Nostro soltanto è conoscere
e non dirne vanto o privilegio.
Non turbare la luce che covi,
forgia un accordo di fuochi.
Verrà il torchio dei dolori
del corpo e in quelli adoprarsi
per non dare la resa o invelenire.
Se c’è un rivolo, un cielo uguale
ai deserti, accogline l’empito
la vampa improvvisa
nel cavo del gelo.

Distratte le mani (Coup d’idéè, 2017)

*

Da un punto non visto
perfidia o lusso degli anni
il tuo viso è un riflesso
di lago – cola a picco
lo sguardo, un nodo riaggalla
dai visceri, i ciottoli fissano
il fondo come un cielo
inarrivabile – la tristezza
confonde spettri e bagliori,
si vive di minime stelle
salde, un fuoco a salve.

La dimora insonne (Moretti & Vitali, 2020)

*

Immobile attendere
il colpo – la crudeltà a volte
è una forma di compassione –
per una sorta di onnipotenza
rinunciare a chiedere
restare lì dove ogni cosa
a forza di scartare
e levigare diventa sottile
elementare – somiglia
appena a una fede
la tua migliore illusione.

Corpo contro (Passigli, 2024)






Fotografia in copertina di Peter Yost