Con Epiloghi si entra in un libro quieto, riflessivo, notturno, lieve e denso nello stesso tempo, che affonda le mani nel mistero della vita, senza nascondere lo sbilanciamento che si sente quando si comprende che il tempo non fa ritorno, nell’eterna contraddizione tra nostalgia e speranza. E la memoria riporta ogni cosa in vita, mentre la mente non trova ancora risposta alcuna a nessuno dei nostri troppi, infiniti perché.
La scrittura di Evaristo Seghetta è radicata nel quotidiano, nella campagna umbra – il tufo, il fieno, i capperi nel muro, le ghiande – e nelle relazioni umane e contemporaneamente è attraversata da una costante tensione verso l’assoluto, nel tentativo impossibile di comprendere il senso ultimo dell’esistere e dello scrivere. Anche le ombre in rilievo tra le pietre del muro sono tratti di scrittura.
L’autore non nasconde la paura ma trova il coraggio di guardare nel buio e di vedere quello che non si vede,di sperare e di sognare. Si interroga sul suo rapporto con la poesia, in un parallelo tra potare e comporre versi, dove taglia le parole come fossero foglie, per raggiungere l’essenza estrema. Meglio la scarna povertà delle parole di questo vuoto della vanità.
Quando nasce la consapevolezza che gli anni di fronte sono meno di quelli alle spalle, che alla fine le scelte si riducono a una e che le cose perdute lo sono irrimediabilmente, la vita chiede una resa. Una resa all’ordine naturale delle cose, all’inevitabile silenzio che seguirà l’ultimo battito del cuore. E apre una vertigine sul ricordo, sulla pienezza che si conquista nei pressi della perdita. Sulla serie di ritratti dolenti di uomini e donne che l’autore ci offre, come in una Spoon river di vivi, dove la morte è ancora incombente.
La morte, che attraversa tutto il libro ma non viene mai nominata, è rappresentata attraverso il buio, il silenzio, dicembre che è solo tramonto, la chiusura di un libro, quando non rimangono altre pagine da sfogliare e si è arrivati al codice a barre della quarta di copertina. La fine inesorabile, la chiusura definitiva, consacrata interamente alla ragione, senza alcuna consolazione religiosa e senza indugiare nel dolore del distacco. La verità ci piomba addosso tutta insieme tutta d’un tratto, con il peso della notte.
Evaristo Seghetta dipinge l’inverno come la vecchiaia, l’alternarsi delle stagioni come lo scorrere degli anni, dall’alba al crepuscolo, fino al nulla che verrà, dalle cui crepe lascia però filtrare la luce della speranza, perché quando niente è certo, tutto è possibile. Offre una resa assoluta che non è abbandono, non lascia un vuoto, ma apre la possibilità di credere che le stelle non siano lì per caso. Si avventura nel tentativo di giungere al vero, alla carne, al suo sapore, all’osso che scricchiola nella frantumazione da parte delle fauci del leone, e ci chiede di accompagnarlo, mantenendo una postura salda, fino all’arrivo dell’inevitabile.
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Vuoti
Anche chi come me passa la vita
nella profonda certezza che l’unica
strada sia quella della ragione,
giunge al punto di convincersi
che è necessario lasciarsi andare,
abbandonarsi un po’ all’irrazionale,
forse alla fede in qualcuno o in qualcosa
possibilmente fuori dal reale.
È proprio in questo vuoto, in questa
assenza che l’anima si mostra
e così anche il termine postremo,
che chiude tutto, fa meno paura.
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Primo dicembre
Anche se oggi fa freddo
gli insetti continuano a suggere
ciò che resta dei fiori del nespolo
come me, come noi
che cerchiamo di estrarre
ciò che resta tra gli stami e i pistilli
di quest’anno dal corso strano
sfuggito di mano come fugge
la vita. Questa nostra vita
tutta in due sillabe, un sostantivo
piano, due consonanti e due vocali
dall’indecifrabile colore,
dallo strano sapore,
come quello del fiore del nespolo
adesso che ho addosso
il profumo di un’altra stagione.
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Capitoli chiusi
Continuiamo a chiudere capitoli,
ci ritroviamo all’indice del libro,
la raccolta di una vita
è tutta qui nel peso delle pagine
e nella loro stratificazione, un incanto,
un’emozione procedere in questo
viaggio che sembrava senza fine.
Ma in sordina terminano i ricordi,
persino quelli che lasciano tracce vive
nella memoria, fondamenta
solo per la nostra piccola storia.
A notte fonda si chiudono, quando
la stanza già sprofonda nel silenzio,
quando le stelle si spengono a una a una
come spie rosse dell’olio, del freno,
della benzina in fila sul cruscotto.
È già mattina, non ci sono più
pagine da sfogliare, resta solo
un codice a barre insieme a un’anonima
biografia in quarta di copertina.
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Evaristo Seghetta Andreoli è nato in Umbria, a Montegabbione, dove attualmente vive. Studi classici e giuridici, già bancario di professione. Membro di varie associazioni culturali, collabora con riviste letterarie, ed è fra i giurati di alcuni premi di poesia tra cui il Città di Acqui Terme. Testi e recensioni delle sue opere sono comparse su quotidiani e riviste letterarie italiane e straniere, tra cui “La Lettura – Corriere della Sera”, “Treccani”, “I limoni”, “Gradiva”. Ha pubblicato le raccolte I semi del poeta (Polistampa, 2013); Inquietudine da imperfezione (Passigli, 2015; Premio Firenze Mario Conti Fiorino D’Oro, Premio Mario Luzi); Morfologia del dolore (Interlinea, 2015); Paradigma di esse (Passigli, 2017; Premio Città di Sassari); In tono minore (Passigli, 2020; Premio Cecco d’Ascoli); Il geranio sopra la cantina (Puntoacapo, 2023; Menzione Premio Camaiore).
Fotografia in copertina di Sheila Moscatelli
