Il rigore di un assedio: Emilia Barbato legge Fabrizio Bregoli

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L’ultimo lavoro di Fabrizio Bregoli, pubblicato dalla Società Editrice Fiorentina, collana Pasifae diretta da Mario Fresa, ha per titolo Referti. Fin dalla copertina, punta dell’iceberg, si intuisce lo spessore e la profondità della materia trattata.

Referto, dal latino medievale refertum, neutro sostantivato del participio passato referre «riferire», chiarisce immediatamente al lettore che il poeta si prefigge di riferirci la sua indagine, ossia informarci che la poesia è una ricerca continua e Fabrizio Bregoli riesce a darle voce magnificamente pur servendosi di un linguaggio scientifico e tecnologico, quasi come se questo campo, asfittico e sufficiente a sé, fosse funzionale al pensiero stesso e al suo superamento. Non ha senso una conflittualità fra tecnica moderna (Gestell) e fare creativo (poiesis), ci insegna Heidegger, poiché tutto è forma di disvelamento dell’essere. Il nostro autore ribadisce che l’essenza della tecnica non è strumento ma un modo in cui la verità dell’essere si manifesta. Dunque, le immagini e le figure proprie del ragionamento scientifico offrono al poeta la possibilità di saggiare quelle ulteriori vivande che sfuggono alle briciole chiamate scienza.

Le prime poesie presenti nella sezione Diario di Galileo rimandano al principio di Popper, secondo cui ogni teoria deve contenere, per essere considerata realmente scientifica, la sua falsificabilità, la scienza è tesa a un infinito cammino per approssimarsi alla verità. Con rigore scientifico Fabrizio Bregoli innesta nel fare tecnico il fare creativo e ci restituisce, malgrado la complessità, una poesia che emoziona e mai l’algebra delle sfere ha cantato tanto, mai una formula che svela si è fatta gemito di uccelli rompendo il pudore dell’aria. Tutto è espressione di uno stesso volto, l’umano e il suo gesto di inciampo. Introdurre il sublime, il canto, nella parola dell’ordine è sorprendente e commovente, nulla in questo libro è lasciato al caso. “Controverso se quando il buio/ si maturò in materia […] vi fu la pronuncia netta di una sillaba/un verbo, il precipizio di una luce. / Credo fu una corona di silenzio/a compitare la parola d’ordine/

Il rapporto tra fede e scienza, il tema dell’origine del metodo scientifico, permea le pagine del Diario di Galileo. Attraverso il ricorso a un ossimoro, mediante l’uso preciso di due aggettivi che affianca, esatto: indecidibile, Fabrizio Bregoli, viaggia in una visione sincronica e sottolinea l’impossibilità di ogni scienza di rappresentare un contesto certo. L’indecidibilità smentisce l’esattezza poiché nessuna scienza riesce a trovare al suo interno le spiegazioni tali da giustificarla e per spiegarsi dovrà sempre ricorrere alla creazione di nuove teorie a sostegno. “Dicevo: abiurare. Come dire acqua/pane. Non è questione/di scienza né di fede, ma di togliere/l’uomo dall’imbarazzo/dalla troppa solitudine Dio.” Tutto il libro è permeato da questa tesi di fondo. L’incontrollabile di Popper, in queste pagine, offre una prospettiva diversa per inquadrare i problemi.

Da Diario di Galileo

III.

Spesso penso che tutto si riduca
a indovinare quali le vivande
dalle briciole: alcuni
la chiamano scienza.

V.

Quando in ipostasi si circonflette
l’orizzonte e in antracite si sradica
il giorno, o in una trafittura docile
di nuvole quella luce artica… forse
allora hai scovato un cardias riottoso,
la biella da oliare, un glifo o una rosa
camuna su qualche rupe inviolata.
Il marchio a fuoco
di un idioma esatto: indecidibile.

VI.

… o una firma in un angolo anonimo, una
scienza: qualcosa di falsificabile.

VII.

Talvolta nelle notti più serene
ti perdevi a fissare le meteore,
quel fuoco che crollava sulla Terra
con una scia lunghissima. Poi nulla.
La loro caduta, così profana
la prova incontrovertibile
di un errore insanabile nell’algebra
esatta delle sfere, l’evidenza
della corruttibilità di ogni cielo.
L’incrinatura di quel ghiaccio teso
che ci ostiniamo a chiamare Dio.

Nella sezione Rettilario di Riemann i numeri primi simboleggiano l’eccezione inspiegabile, l’astrazione, la libertà e il caos e in quanto tali reietti dall’apparente universo che si autoprotegge con la perfezione sferica dello spazio. Il poeta sperimenta forse una metafora dell’ordine che tenta di difendersi dal pensiero che lo genera e insieme lo viola? È difficile non rievocare Sartre, il suo L’essere e il nulla, in cui lo spazio non è una cosa data ma una strutturazione intenzionale della coscienza, un modo in cui il pre-sé organizza il mondo sancendo una continua tensione verso qualcosa che non coincide mai con ciò che è: la vita è accadere senza riferimenti precisi, la vita è la grazia spietata di un fiore. Altrettanto complicato non citare la scoperta del fisico Federico Faggin che vede la coscienza come un fenomeno quantistico. Un apriori che precede la materia e lo spazio-tempo. In definitiva la coscienza è fondamentale per avvicinarsi a comprendere la realtà.

Da rettilario di Riemann

Fabrizio Bregoli in questa seconda parte della raccolta intreccia matematica, biologia, gnoseologia e metafisica offrendoci una riflessione su come il pensiero umano cerchi di dare forma al mondo, come tutto, compresa la poesia, la lingua, gomitolo che rotola frenetico, viva una condizione di discontinuità tra struttura (metrica/desiderio di ordine) e caos (verso libero/ impossibilità di cogliere la totalità del reale). Si legga al riguardo la settima poesia della sezione in cui l’ottonario diventa una forma costrittiva. L’alzata richiamata nel secondo verso segna la frattura tra l’ordine/metro antico e il presente. I versi in chiusa poi evidenziano il conflitto tra la razionalità della forma e il potere ineffabile del canto, a sua volta messo in discussione nel verso “(distico profetico) o il suo ventriloquo.” O ancora nella poesia XIII in cui la chiusa canta: “Le formule, un vangelo di menzogne/ Uno sbaglio/(Come ogni poesia)/. Nei testi di Bregoli non manca una componente ludica, l’autore gioca su un tono sospeso tra gravità e leggerezza, tra consapevolezza del limite e estetica.

VI.

E gli altri – i pari, i dispari divisibili –
hanno natali spuri, ibridazioni
atipiche, lignaggi compromessi
sono plancton ancestrale, larve e krill –
Ed i numeri primi, cetacei – lì in agguato,
residuo di un miocene inesplorabile.

Nel ciclo poetico della sezione Apostasia del metodo Bregoli rimanda al lettore le sue considerazioni su come il desiderio umano di regolare il mondo, da cui è nato il metodo scientifico, si trovi costantemente a urtare contro ciò che gli resiste: caso, vuoto, materia che sfugge, biologia e natura che eccedono. Non siamo in presenza di un tradimento del metodo ma di fronte a una purificazione, a un riconoscimento della sua imperfezione. Evitare, ci suggerisce la prima poesia, con una bella metafora religiosa, di attribuire all’ordine voluto dalla mente l’autorità del divino. Il poeta chiama a sostegno della sua tesi la tavola pitagorica, l’acqua di Talete, “Verbo che solo nel non dirsi si sa dire”. Insomma, i principi primi, ugualmente non aiutano l’uomo a costruire bussole assiali per imitare il volo, la cui forza naturale sfugge a qualsiasi teorizzazione. Cade anche il nobile, padre tempo, che si vorrebbe sottratto al buio, cede alla realtà e alla relatività di Einstein, inizia a fare i conti con l’irreversibilità, l’entropia. Lo stesso caso delle scoperte di Newton, Daguerre e Fleming, viene rifiutato dalla natura che rimescola tutto con i neutrini, le asimmetrie cosmiche, le imperfezioni. L’inizio dell’apostasia nasce proprio nella constatazione che né il caso né il metodo sono sovrani. Corpo, vita, materia pulsante, plasma, globuli, tradiscono il sistema.

I

Eludere lo spazio. Ed abusarne
farne mezzo, ricettacolo d’onde
plasma. Elettroni come arche, globuli
minoritari di campo. Poi crederlo
ordine questo accrescersi di formule,
quest’ambire a norma, a processo ergodico
reticolo di geometrie variabili.
Vi potresti smarrire. Potresti dirlo Dio.

Nelle aporie serali Bregoli sonda l’impasse del pensiero, ne svela la contraddizione interna e ci indica che ogni livello, che si tenta di chiarire, ne svela uno sotterraneo. Così ad una affermazione segue sempre una negazione, la quiete ha il suo moto segreto e sottratto, la metamorfosi fa di un nucleo rigido un’ameba priva di forma stabile, dall’uno giunge il trino, richiamando Dio in violazione dell’unità non duplicata ma triplicata. E poi ecco dispiegarsi -superbamente- la spira mirabilis, il canone aureo baciare la terra, le piante, il senso e la bellezza del numero che occupa lo spazio, costruisce serie e successioni, pilastri per un reale tutto frane, imperfezioni. L’uomo accetta definitivamente la resa all’evidenza dello scacco. Ritorna all’unità quel gorgo instabile. Campire la natura/coglierne la smorfia il disegno del viso/ Farne un falso d’autore.

13.

È sempre la ricerca della luce
la chiave della crescita a spirale,
un moto per evadere dall’ombra.
È la sequenza che ordina lo spazio
e impercettibilmente vi presiede
come si attorcono le foglie ai rami
come si avvolgono in corolla i petali.
Così tornare a scrivere dei fiori
sottratti a ogni ingenua compiacenza,
specimen o referti
di morfogenesi, di fillotassi.
La molteplicità delle varianti
conferma inalterata la sintassi

Le due sezioni finali, Fisica dei semiconduttori e Tecniche di Equalizzazione, definiscono un’autobiografia di formazione dell’autore in ambito tecnico scientifico, che è anche racconto della sua crescita e del suo modo di fare poesia, in totale assenza dell’io narrante. Il poeta, ricorrendo anche alla caricatura e alla parodia, tratta della maniera in cui gli elementi tecnico-scientifici riflettono il modo di vivere dell’uomo contemporaneo. Tutto si ibrida in una creatura meticcia che forgia nuovi significati.

In particolare, in Tecniche di equalizzazione, la disquisizione si focalizza sulle problematiche del segnale contaminato da disturbi e interferenze che necessitano di ripulitura e riordino, estendendo il discorso al tema della memorizzazione/conservazione dell’informazione nella società contemporanea che vede il cd, il dvd, e gli altri supporti fisici, basati sul modello del possesso del dato, abbandonati in favore del cloud e della multimedialità condivisa e fruita in rete.

Dunque, l’evoluzione tecnologica appare anch’essa labile e soggetta a una forma di autoconsunzione dalla quale non si può esimere: anche la più innovativa invenzione tecnologica è presto destinata a diventare referto di se stessa, per la trasformazione dei modelli e dei paradigmi di riferimento.

Fabrizio Bregoli chiude il suo profondo lavoro con la criptosestina a invio condizionato, una sorta di riproduzione in versi delle spire del drago marino che avvolge Laocoonte, come accade nel celebre gruppo scultoreo, e, con un monito finale, ci avverte che l’immersione e la sommersione da sovra-informazione, causata dalla tecnologia, può portare definitivamente al sabotaggio dei significati originari autentici e allo svuotamento del linguaggio e della sua capacità comunicativa:

Digitalizza in busta esente errore
sul canale convenuto il messaggio,
spedisci se conformi banda e chiave.













La foto in copertina è di Emilia Barbato

Una risposta a “Il rigore di un assedio: Emilia Barbato legge Fabrizio Bregoli”

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