Biagio Accardo legge “Cinema Persefone” di Marilena Renda

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Recensione a cura di Biagio Accardo


Ogni cosa bella viene dall’oscurità”, da Cinema Persefone (Arcipelago Itaca) di Marilena Renda

L’operazione che Marilena Renda compie con Cinema Persefone (Arcipelago Itaca), libera la poesia da una certa autoreferenzialità, riannodandola al solco del mito, il quale è e resta un linguaggio capace di manifestare il “sacro” della vita. Una diversa concezione del tempo, continua compresenza e alternanza di luce e tenebra, assenza dei classici punti di riferimento di bene e male, amore ed eros, logiche dissipative e riparative si susseguono in questo libro ove, a guardare bene, i profili degli dei degli inferi, Ade e Persefone, non sono così distanti da quelli degli uomini di ogni giorno; e gli inferi, più che realtà ctonie, sembrano essere quei paesaggi senz’anima che connotano certi nostri ambienti: strade, autostrade, piazze, autogrill, tutti luoghi nei quali, spesso, si consuma il mistero della vita tra violenze e riscatti, amore e disamore.

La narrazione del mito (quello di Persefone) diventa allora una chiave di lettura del nostro tempo,  un modo per guardare ciò che ci sta accadendo, per interpretare logiche relazionali che, a diverso livello, coinvolgono gli esseri umani, sia individualmente che collettivamente.

La Renda si avvicina alla realtà con uno sguardo lucido e quasi disincantato; la narrazione, spoglia, se non arida, decisamente antilirica, avviene nella forma più spesso oggettiva, anche se a volte la narrazione mescola abilmente oggettivo e soggettivo. La mancanza di punteggiatura, poi, consente diverse modalità di lettura. Ma a volte il dettato, solo apparentemente piano, ci sorprende quando, a fine poesia, certe chiose restano inespugnabili, quasi del tutto non indagabili.

Riprendendo probabilmente la lezione del grande psicanalista e filosofo statunitense, James Hillman, la Renda vede lo svolgersi delle vicende umane come il manifestarsi di potenze impersonali e universali, che sono quelle divinità archetipe alla base delle strutture cognitive e organizzative dell’interiorità umana.

In questo senso  Ade e Persefone sono entità e forze che parrebbero discendere da un intero originario, ma che nel farsi dell’orizzonte temporale, danno vita a relazioni diverse e opposte, che non trovando alcuna composizione, finiscono per condannare chi li vive a una sorta di scissione personale senza rimedio.

Ade è un principio che pare identificarsi col maschile. La descrizione che l’autrice ce ne offre finisce per farcelo quasi amare: il fascino di quel dio rapinoso e schiavo del suo desiderio, sembra infatti rimandare a un rapporto con la realtà di tipo infantile e distruttivo. Ade è un dio che si esalta perdendosi, che afferma se stesso negandosi, nella dissipazione infinita dei doni che la vita gli offre.

A metà strada tra l’infanzia e la giovinezza, Ade è un dio che non è mai cresciuto. Vive in sé il dramma di doversi separare dalla madre ( era importante deludere la madre); “bello da giovane”, una “specie di attore del cinema”, con un’anima oscura, venata di romanticismo( amava i dirupi, le spiagge nere), di non chiara identica sessuale, ma con le velleità di un sessantottino che pensa di essere dalla parte giusta solo perché ha deciso di fare esperienza con i “drogati” o di darsi alla poesia e di far parte di una certa elite culturale.

Ade è soprattutto un dio che non ha memoria: è solo atto, rapina, desiderio che afferra e preda. Ed è un dio che non conoscendo la nozione di bene o di male, può essere crudele, pur rimanendo innocente.

Persefone, al contrario, è tutto l’opposto di Ade. In ogni caso, ella è in quanto Ade esiste, in quanto l’altro non si eclissa. Ma è proprio in virtù del fatto che Ade è quello che è, che la dea può confessare alla madre, in un dialogo nel quale si consuma la perdita della sua condizione di figlia e di vergine, la sua scelta irrevocabile: “è essenziale che io sia qui…/soprattutto quando arrivano gli spaesati”.

Persefone, insomma, parrebbe la componente razionale e consapevole del dio irruento e carnale che è Ade. Ma ci chiediamo quale sia il compito di Persefone. La Renda ce ne offre un ruolo riparativo o lenitivo, certo non risolutivo. Da donna che ha smesso di essere fanciulla e che ha accettato la sua storia e la sua parte di oscurità, è perennemente indaffarata a “portare” chi scende nell’infero“ da questa parte/ su questo fuoco/ da questa parte del futuro”. Ma per poter compiere ciò, Persefone deve operare la scelta di non “avere più terra” e deve sentire come propri “le ossa degli altri, i loro stessi capelli”. Insomma, Persefone incarna una sorta di prossimità assoluta, senza che ciò si traduca nel cambiamento del carattere omicida del suo Ade. Sembra di rivedere in lei il tratto antico, e quasi sacrificale, delle donne di un sud remoto, le quali spesso si piegavano a una vita priva di vere alternative.

La coscienza che Persefone ha del suo mondo degli inferi, la rende adulta e, in qualche modo, lontana dall’innocenza dell’infanzia; ciò fa di lei un essere tanto vocato alla riparazione quanto alla distruzione, soprattutto di coloro che vivono l’esperienza che Ade le ha negato per sempre, quella dell’amore come offerta, come dono di sé. Ed in conseguenza di questa prima violenza, c’è una Persefone assassina che si rincorre tra i versi. Preda della “sua follia”, la dea vaga per “autogrill e sentieri di campagna”, vedendosi “pugnalare quell’altra/allo svincolo di un’autostrada”.  Sconta così quell’amara coscienza che discende dalla perdita della propria unità interiore ( “sembrava di capire tutto”– dice – “di essere interi”). Guidata dalla “violenza spaventosa del suo amore” vaga, invisibile, alla ricerca di innamorati da “sgozzare”, non riuscendo a sopportare la visione di quella bellezza dell’inizio di cui Ade l’ha privata.

Ma a volte questa Persefone è lì a invocare che si ricordi ciò che lei non può dire, ovvero della “violenza che non è stata raccontata, ma che pure c’è stata”; chiede agli umani di raccontare il “mistero che non si può dire/ perché anche quella violenza è un niente, un niente da vedere/niente da nascondere, niente da toccare”. Ade e Persefone sembrano incarnare una duplicità condannata alla coesistenza, ma non all’ interezza. Essi convivono senza tenerezza, senza vera comprensione reciproca o affetto. L’identità dell’uno riposa in quella dell’altra, senza che nessuno possa trovare una via d’uscita a questa schiavitù.

E in questi prototipi umani/divini, l’unica forza a tenerli uniti è il buio e con il buio il sesso. L’eros sembra avere il potere profondo di obliare le condizioni impositive dell’ incontro iniziale. E l’eros è una forma di buio, di tenebra, in cui la relazione è ricondotta alla sua forma più elementare: ”non va neanche detto quanto il buio è potente/ nemmeno si guardano, uno non sa il nome dell’altro/ nell’amore il buio e più potente di ogni altra cosa…” .

Eppure è da questo buio, da questo orizzonte, che tutto pare avere origine; la Renda probabilmente compie un’operazione che rimette in questione la sorgente del fare poetico: non solo segno, non solo suono, non solo parola che riflette su se stessa, esso pare avere le sue radici in un qualcosa che sta prima, in un “ante linguaggio”, a metà strada fra carne e percezione, in una realtà oscura e immediata. Perché  è solo a partire da questo retaggio di memorie carnali, che l’autrice può dire: “il signore dei mondi è sempre seduto sulla merda/e se non vai all’inferno l’estate non germoglia”, oppure “ogni cosa bella viene dall’oscurità”.

Solo il richiamo del principio materno, tanto opprimente quanto decisamente necessario, strappa la dea alla sua condanna, re-disponendola a un ruolo riparativo, spingendola a uscire fuori dal magma oscuro della sua condizione, per recare finalmente i suoi doni: è una “guerra” quella che Persefone compie per liberarsi dalla forza dell’invisibile, solo così potrà “spingere via le coperte, aprire le finestre/l’albero fuori all’improvviso pulsa..”.

“Sono qui per restare” – dice, sapendo di non poter essere sincera – ma già il dirlo è garanzia di una rinascita per sé e per il resto del mondo. La sua guerra all’invisibile si traduce in fare concreto, in gesti reali di amore, ma a “ voce bassa, vestita di latte/ derubata dell’oro”, perché il suo è un amore che non può cancellare il male che ha fatto né la sua memoria.

Nella storia che il libro disegna, un balenìo di verità connota la parola della dea, dilaniata tra costruzione e distruzione, quando dice “in un altro momento della storia/ dove il tempo non ha dimensioni/…l’acqua è tutta fango/ e mancanza di salvezza…”. Si tratta probabilmente dell’unico elemento di feroce lucidità presente nel racconto, libero dagli eccessi ctoni o dagli slanci rammendativi del bene.

La Renda, con quest’opera, sembra voglia suggerirci che gli inferi sono tra noi, anzi siamo noi stessi che continuamente convochiamo in noi ora l’una ora all’altra forza primordiale, dando vita a una sorta di circolarità senza prospettiva, nella quale non possiamo trovare che spicchi di inferno mescolati ad altri, di stinto paradiso. E’ chiaro che si tratta di un libro che riflette la nozione circolare del tempo che fu degli antichi, alquanto lontana da quella emendata successivamente dalla visione cristiana.

Questo è però un libro che ha un pregio notevole: ci consente di intravedere su quali processi relazionali si va organizzando il vivere umano, visto che, a ogni livello, sono sempre in atto le dinamiche mortali di Ade, dio del possesso e della dissipazione, oltre che sacrilego, che chiamano in causa e provocano altrettanti dinamiche riparative di cui è messaggera infaticabile Persefone.

Posta in questi termini, la questione richiama l’aspetto sociale e politico della poesia. A quest’ultima  la Renda non chiede nessuna salvezza, ma solo la capacità di dire il vero, di dire dell’abisso in cui siamo e stiamo precipitando. La possibilità di far fronte alle nostre ombre, ai nostri mali, spesso indicibili, può trovare nella poesia la strada verso una nuova luce. Perché ciò avvenga, la poesia ci prende per mano e ci accompagna sul fondo, dove siamo chiamati a scegliere tra Ade e Persefone, oppure ad ascoltare le nefandezze dell’ uno e le lacrime dell’altra.  Scrivere diventa allora un esercizio salvifico per strappare il nostro sangue dalle fauci di questi mastini facendone dono nelle pagine, purché siano pagine che ci portino lì, dove non sappiamo mai quello che succede.


*
Ade era bello da giovane
una specie di attore del cinema
era ricco, gli piaceva stare solo
amava i dirupi, le spiagge nere
le stagioni per l’impermeabile
un po’ femmina, territorio di passaggio
si mise a fare l’autostop
era importnte deludere la madre
dormire tra i drogati di una città del nord
la politica gli amari la poesia
di questo e altro non ricorda nulla
la nebbia, sempre troppo sobrio

*
e essenziale che io sia qui,
dice Persefone alla madre,
soprattutto
quando arrivano gli spaesati
non ho più una terra
lo ripetiamo ogni stagione
non dire non devi
le monete le storie i fogli
non tocca a te farlo
queste sono le mie ossa
di chi sono questi capelli?
su quest’isola
in questa stanza
sotto questo albero
dietro questa barca
li porto
da questa parte
su questo fuoco
da questa parte del futuro
nessuno, nemmeno Ade
sa quando finisce

*
va bene la precarietà ma hanno sempre dei soldi
durante le epidemie prosperano con Satispay
il segreto è non pensare che il bene sia bene,
pane al pane, male al male
non decidere niente, chi li capisce quelli
il signore dei mondi è sempre seduto sulla merda
e se non vai all’inferno l’estate non germoglia

*
in un altro momento della storia
dimentica che il tempo non ha dimensioni
tutto si accartoccia dentro
come ogni altra cosa
l’acqua è tutta fango
e mancanza di salvezza
in un altro momento, ma non importa
gli insetti, i pesci del mare
piangeva
il mare era lacrime
tutto fango

*
una volta qui, tutti vogliono Ade
questo cane non si stacca
mangia il pane dalla sua mano
è il grande principio buio
che divora i confini
è coperto da tutti i lati
tranne da quelli che dimentica
ogni cosa bella viene dall’oscurità
lui nell’ oscurità dorme senza imbarazzo
agita il bastone verso il cane
chi vorrebbe andare via da lui