Commento a margine (XXI): Silvia Rosa

Autore/a cura di:

Silvia Rosa, L’ombra dell’infanzia (peQuod 2025, prefazione di Franca Alaimo)



Dopotutto voleva solo essere una figlia,
una madonnina inviolabile, la principessa
della fiaba con lieto fine, voleva un
papà, non importava che non fosse il suo,
che non le assomigliasse per niente,
voleva guardarlo negli occhi e leggere
l’ammirazione mista a orgoglio che faceva
sbrilluccicare le pupille dei padri di altre
bambine. Quelle che lei invidiava perché
non avevano nessun merito, niente per cui
fosse toccato loro in sorte vivere una tale
fortuna. Non erano più belle o più brave,
e nemmeno si sforzavano tanto di esserlo.
Lei invece cercava di risplendere per attirare
attenzioni: questa la colpa, pensò dopo. Il padre
posticcio iniziò a guardarla, eccome, ma
nel suo sguardo c’era una corrente giallo
lunare, una nebbiolina densa di rimandi
che scardinavano il senso dei giorni
rivoltando persino l’ordine delle ossa.

*

In un quartiere popolare i palazzi sono
alte torrette di guardia, occhiute, in cui
si annidano parole feroci e l’odore
del latte e caffè che sborda da pentolini
anneriti. Al cospetto delle loro ombre,
la bambina impugna la sua bici e pedala
lontano, precaria, verso un lembo di piazza
spopolata, asfalto e rifiuti, dopo il mercato
rionale. Le ore scardinate e messe in pausa,
la tregua al sapore di Big Babol panna e
fragola che si mischia alla saliva amara,
ruggire piano, sentirsi peso piuma contro
le ingiurie che a casa sbottano improvvise,
poi l’inciampo, l’urto, la scorza delle mani
sbucciata, le ginocchia in fiamme, una fitta
a fiordi pelle, accucciata a terra la bambina
non piange, attende che il dolore passi,
si fa gomitolo e poi biglia e immagina
di risplendere nell’aria pallida di giugno,
veloce come scheggia, sfaccettata,
un festoso globo di vetro disossato, un sole
precipitato nell’indifferenza di tutti.

*

Occhi neri a precipizio
senza paura sempre sola
bambina piccina cuore friabile
sbranato a morsi, cresce pane
nel tuo petto per il pettirosso
del libro delle fiabe, cresci obliqua
per non farti male, ferita dal vento in pieno
volto, volo d’ali spiumate, piccola scintilla
di fuoco brucia la città dei balocchi
il dio dei bambini rotti non ti ascolta:
e tu corri a nasconderti dalla fame,
nel luogo segreto dei bottoni
– mettili in fila, inghiottili –
prima che ti chiudano la bocca.

*

Sorelle, di chi possiamo fidarci, ora?
Ma di nessuno, perché nessuno c’era
mentre attraversavamo il campo di cardi
graffiandoci i polpacci, sotto una grandine
fitta, scivolando sulla brina, i polsi stretti
in un nodo di edera, le labbra senza più
sangue. Dov’erano le madri matrigne
con i loro volti immacolati d’avorio
inconsapevoli? – Diranno poi non mi ero
accorta di niente, ma noi lo sappiamo
che mentono, anche al proprio specchio –.
Dov’erano le comparse che popolavano
le nostre vite, adulti – così si facevano
chiamare – i cui occhi erano sbriciolati
in una fanghiglia di non vedo? Dov’era dio
e il suo codazzo di santini impolverati,
che pure conoscevano l’altro posto, quello
senza bene? – Ma loro non sono rimasti vivi
alle torture –. Dov’erano gli aiutanti magici,
la bacchetta per trasformare i sassi in luminarie,
la fata turchina che scambia bacche con i gelsi?
Dov’erano gli altri bambini, che scorazzavano
lieti nelle loro infanzie confortevoli al pan
di zenzero e al bacino della buonanotte? Non
c’erano, non c’era nessuno nei giorni del
massacro, quando estirpavamo l’erba matta
dalle nostre lingue avvelenate. Com’è possibile,
allora, che siamo ancora vive senza un paese
che ci abbia accolte, togliendoci le spine?

*

La luce entrava di taglio
dalla finestra che si affacciava
sullo zucchero filato delle nuvole,
quel cielo ricamato, una placenta
in cui crescevano elefanti, fragole,
gelati, cavalieri che si trasformavano
in fretta portati via dal vento. Nidificare
su una tegola del tetto come certi colombi
dalle piume arruffate, oppure alzarsi
in volo, passerotto nel freddo di gennaio,
questo avrei voluto, seduta a terra,
fissando solo l’azzurro cangiante
incorniciato dietro ai vetri.

Ci sono infanzie che scorrono senza
un boato, altre invece si diramano
in mappe incomprensibili, che non
arrivano da nessuna parte, girando
su sé stesse ripiovono addosso
con un tonfo, una luce abbagliante,
il preludio sgranato del tramonto.









Ci sono bambine che attraversano il bosco senza che nessuno sappia, o non voglia sapere, del vuoto che hanno ramificato sul taglio obliquo del corpo mentre il loro sguardo a precipizio scende in quella parte del viso sbiadito dentro la bocca di quel c’era una volta che delle fiabe dovrebbe indicare l’inizio di ogni narrazione, misteriosa e salvifica. Eppure, perfino le fiabe dimenticano il richiamo magico del vento, diventano un altro posto nel sogno rotto delle bambine quando indietro piovono spine sulla casa sfiorita tra le dita di un’infanzia tradita. Con un linguaggio che frantuma il crespo del silenzio, Silvia Rosa, dà voce a un itinerario semantico capace di capovolgere il metaforico da sempre sotteso all’azione specifica di storie immaginate sulla torre merlata di una fata. E se questo accade, accade perché la bambina col pettirosso nel petto non si lascia domare, come piccola strega che mastica ingrati anatemi, era sentinella in piedi diroccata ma salda nella pronuncia che denuncia la perversione dell’Orco, l’abbandono degli aiutanti magici, l’incapacità di suono della Regina di Cuori, quel far finta che il tempo nulla abbia trasformato nello scorrere alterato dell’innocenza: la bambina precipita, diventa sempre più piccola, / le si apre un vortice dentro la pancia. L’ombra dell’infanzia è la traiettoria di quel vortice che trova sigillo poetico nella parola che non si nasconde e si ribella alla ipocrita coscienza del perbenismo collettivo, parola che snida dal buio tutto l’orrido sottaciuto di un quotidiano sconsacrato dall’abuso e nessuno a proteggere dalla paura del morso che dentro infetta. Moltiplicati, diventa una serie completa di figurine / della tua eroina preferita scrive Rosa nel suo decalogo per la salvezza, dieci princìpi che possano difendere il respiro di una bambina che è tutte le bambine, le sopravvissute a cui l’autrice dedica la promessa di un riscatto che porti fuori dalla bufera o tempesta, con la sicurezza che la te stessa / più tenera resterà al fondo del fondo, è così minuscola e / raccolta che nessuno la può vedere, nemmeno tu, così / un giorno ti preoccuperai di averla persa. Ma non ti curare / di questo per ora, il tuo obiettivo è restare viva, non intera. Resta intera la poesia.










Silvia Rosa nasce a Torino dove vive e lavora come docente. Ha esordito in poesia nel 2010 con il libro Di sole voci (LietoColle), a cui sono seguite le raccolte poetiche SoloMinuscolaScrittura e Genealogia imperfetta (La Vita Felice 2012 e 2014), Tempo di riserva (Ladolfi 2018) e Tutta la terra che ci resta (Vydia 2022). Ha curato i volumi antologici: Bestie. Femminile animale, di cui è anche coautrice, e Confine donne: poesie e storie di emigrazione (VAN Editrice 2023 e 2022); Maternità marina (Terra d’ulivi 2020), con sue immagini fotografiche; Italia Argentina ida y vuelta: incontri poetici (la Recherche 2017), per il quale si è occupata anche delle traduzioni in italiano. Ha scritto il saggio di storia contemporanea Italiane d’Argentina. Storia e memorie di un secolo d’emigrazione al femminile (1860-1960) (Ananke 2013) e la raccolta di racconti Del suo essere un corpo (Montedit 2010). Le sue poesie sono state tradotte e pubblicate in diverse lingue, tra le altre: spagnolo nella silloge Tiempo de reserva (Ediciones en danza, Buenos Aires 2022), romeno nella plaquette Treceri (Editura Cosmopoli, Bucarest 2023) e inglese nell’antologia Look what I did about your silence (El Martillo Press, Los Angeles 2025).