I bracciali dello scudo: Alessandro Ceni

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Fulcro tematico della produzione poetica di Alessandro Ceni è l’indagine attorno a motivi archetipici, restituiti per mezzo di una poesia visionaria, caratterizzata da una sintassi franta e da un lessico talvolta cerebrale. Il fine ultimo del poeta sembra essere quello di superare l’insufficienza della parola a descrivere l’altrove, la cui ubicazione è tutta condensata nella visione e nel recupero di frammenti andati perduti lungo l’asse del tempo e dello spazio.
Ceni compie un’operazione di dislocazione della parola poetica: il suo immaginario è il molteplice, che si nega per riaffermarsi con forza per dare rappresentazione del confine tra il visibile e l’invisibile. Per i tipi di Crocetti è stato pubblicato il volume I bracciali dello scudo, che si apre, non casualmente, con una sezione intitolata “Fiumi”. Nel componimento d’apertura, il poeta evoca gli abitanti del mondo visibile e invisibile cui è unito da un atavico senso di lontananza:

Io vorrei saper dire amore
amore amore amore
come fanno i dementi
ed essere infelice infelice
per il troppo bene,
un solvente, che spezza la catena delle vite
per darci la definitiva morte,
simile a Dio in questo, o
al cuore;
o voi del mondo invisibile
spiriti verdi e soli,
carbonchi,
che assaggiate i fiocchi di neve
al volo e osservate come il ghiaccio
pattina i bambini i loro guanti,
col peso d’un passero, le
sue ipsilon sul bianco, come
li fonda sulla petrosa neve
dopo l’uscita dal bosco pieno di culle,
come noi pensando fuoco fuoco,
ansanti perché la neve,
eppure nudi e senza freddo
con dita luminose e
sulle labbra non il vapore,
lo spazio e il tempo: non date voce,
come il giocatore in panchina
lo sguardo agli altri
teso a capire, come un signore
morto agli antipodi, dietro
che fa così con le braccia,
a rallentatore cammina o in un morso d’affetto,
o voi che non siete più
per essere nel mondo strano indispensabili
cespugli di more
lepri soprannaturali
per invitarmi alla caccia,
catturarmi e, ora, appeso
riconoscervi amici,
miei simili, per un gesto antico:
giunti al riparo toccarono
i calici in un brindisi;
spesso è il profilo dei monti
spesso il particolare d’una foglia
che v’inquieta e parlottate,
non dicesi non est…
allora camminate
eschimesi
fiocinatori spaziali senza amata:
“era del colore che nelle carte geografiche
è del mare che profila la costa,
di quello convenuto per i deserti,
e quello attribuito alle depressioni
dove la crosta per le rughe dei fiumi è più fertile,
erano torrenti su di lei e piste e v’incombeva un cielo”:
sulla discesa i cani sono rossi
ed anche voi scomparsi.

Tanto remoto è il desiderio di amare persino la ferita alle radici dell’esistenza che lo slancio speculativo dell’io poetico si addentra finanche negli interstizi dell’impermanenza e del mai più come luogo della scomparsa e dell’innominabile:

Impossibile terra
senza onore di vittime
la curva nel roseto si sporge
a una collera di rami
senza scopo e per sempre inverno
discende a mordere le prove dell’erba.
Sta irta nelle messi
la camera controvento,
nel frutteto violabile e crudele del ritorno,
nel fuoco d’acqua che consegue
lo scambio dei sicari tra i vialetti:
come celebrare i colpiti, disporre le erbe scosse,
le ragioni interdette alla realtà e al sangue.
L’insetto ritrae la testa impolverata
a un filo, che tiene
in aria il fiore,
“È nel saluto l’intesa”:
sopra il sahara implume dei greti
s’arrestano le stazioni in ombra degli sguardi.

Spesso, tale tensione speculativa è posta in risalto attraverso l’iterazione di uno o più termini oppure per mezzo di espedienti metaforici/analogici il cui fine è dare maggiore concretezza d’insieme alla visione:

Ci sono luoghi in cui
neanche i proprietari
osano entrare,
ma essi gli vennero incontro
sulla strada.
Qui, sulla Luna,
le rapide di sera sono chiuse
ed eterne di angeli e terremoti
le giornate di vento
e non vedi,
la pioggia prima di cadere
compie un giro, cessando.
Quale il colore del colore,
non troppo grande
non troppo presto né
troppo vicino se no
il cielo natalizio prende fuoco,
oh quali i posti ruggenti
dell’infelicità infantile
mio
unico
tornare
che abbordi e snomini le cose
che dicevi
essere
non è che un gettito
continuo di desiderio,
la definizione per amorosa mancanza,
il tormento insonne delle foglie
per smettere i posti
dal tonfo che le mosse.
E la parola si disse
e non aveva forma
era
senza.

L’oltre della parola è il luogo intorno al quale si spinge il poeta, pur forse con la consapevolezza dell’eventualità del non-ritorno presso il qui e ora. È un presente geografico, quello in cui si muove la scrittura di Ceni, tracciato mediante coordinate linguistiche:

Poi la vampa rimbalzò dal corridoio e
c’investì secchi, qualcuno di mio
si mescolò alla cenere:
una tenera pianta
e sono morto.
Indietro le dita dietro le labbra,
dentro al boccone del rogo,
sui prati dove si perde
i luoghi non esistono
indietro nella vita.
Porto il fuoco in giardino, i
sedili chiamano i nidi si rovesciano,
la morte è a destra e dispari:
non vedo cimiteri adatti per noi,
urlarono gli uomini dentro,
che non siano già stati arati.

La parola poetica è così investita del massimo della sua possibilità di significazione. Essa è orientata a trascendere lo stato di assenza e a concretare nella sua interezza l’esperienza dell’insensatezza:

Non addolorare il dolore non gioire la gioia,
contro nessuno è l’amore che si scaglia
né il muro recato è in premio.
Caddero, tu che credevi, la enigma
alla sonda era gettata al largo,
da qui a qua, smarrita in pieno sole
di là dal pavimento e dal mare –
caddero – dalla vita nessuno
è mai tornato e tuttavia
non avere e non dire niente
di questo alla luce di quello.
La casa incessante è costruita, assaggiala,
conferma un sapore sconosciuto,
nero alla somma delle voci,
ali dentro la storia, nero rampante in campo nero, ché
sempre nei paesaggi serpeggiano i sentieri ed
è la condizione e la forza del vento che
determinano la direzione del suo volo,
oppure stare alla morte
come tu stai alla vita
dieci anni dopo o darei dieci anni per.

La lingua di Ceni mira all’esattezza dell’altrove:

Ma un tempo i bambini si bruciavano
agli occhi che non vedrete più,
passavano dall’asola nel mondo che era
un mazzo d’alberi, alcuni
scorrevano nella lacrima trattenuta di Dio,
altri infuocavano un petrolio speciale,
così che lacrime erano il combustibile
e petrolio il liquido emesso.
Due adulti cadevano in loro,
perché quando rientrai smisero di parlare
e il tradimento arrivò con

un serto di “venni in una casa sgonfia…”,
spenti gli occhi agli occhi
che non vedrete più
con un solo grano ottenne
un intero raccolto,
con l’unico divieto
non partite, non partite più,
non addormentatevi mai,
i loro occhi si unirono a cuspide
e vi passarono sotto.

Vita e morte si negano e si riaffermano ambedue nella trama della lingua:

Per
sempre
concedici
la requie e
il salto nella notte
dei passi di qualcuno che
ti chiami e il traguardo della pioggia
sia raggiunto insieme altalenandosi al comando
per
quel
poco che

si arresta io
intono il morto alla vita
e alla morte e il fiume ti
riguarda le tue notizie licenziano
il mattino gli stessi passi si allontanano da soli
per
ché non
ieri una stella
e il maggio si scompone
in tre quadrati non resta che cercare
l’ingresso, varcare, e ancora ancora ancora.