Actinorizze (X): Andrea Gibellini

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Ciao Andrea, ormai da qualche giorno siamo tornati ciascuno alle proprie occupazioni, ma restano vive le discussioni intorno ai libri e alla produzione libraria italiana. Con te, con il tuo bagaglio di esperienze disseminate negli ultimi trent’anni, vorrei entrare nel gesto della lettura poetica in senso un po’ più stretto (la biblioteca di casa per tua stessa ammissione è dedicata a questo genere ed è molto ricca e vasta): quindi cosa stai leggendo?

La poesia è un fatto di cultura, di intuizione e di molta curiosità istintiva, quasi allo stato selvatico. E dunque direi che ogni cosa che mi porta verso la poesia io, istintivamente, ci vado. E non è detto che la sorgente della poesia sia proprio lì davanti a me. Non è detto, insomma, che per forza di cose debba essere un libro o più libri di poesia che hanno attratto la mia attenzione poetica. La poesia è, in fondo, un atto di coraggio verso e nel proprio istinto ma anche inevitabile dispersione. Questa premessa è che, innanzitutto, sono un lettore di testi di poesia e che sono un lettore di testi che parlano di poesia, la cosiddetta critica letteraria (che serve -non è vero che non serve- e fa parte della creatività di chi scrive) sulla poesia e i poeti, biografie di poeti (al maschile e al femminile, inutile sottolinearlo) e mi piace molto leggere sia i diari di scrittori che le lettere, i rapporti epistolari tra scrittori; certo anche tra poeti. Per questo ultimo caso le lettere tra Montale e Contini sono esemplari per il cortocircuito che si viene a creare tra testo di poesia ed empatia critica. E dunque la lotta per la poesia avviene per concentrazione e dispersione, nel senso che la dispersione con la sua energia in essere creativa può favorire il funzionamento poetico, ovvero la scoperta della poesia. Accanto a me ho un libro che s’intitola Traduzioni di Carlo Franzini (Book editore, 2010); Franzini ha una capacità naturale di traduzione dall’inglese nella nostra lingua che sorprende. Sto lavorando a un libro di imitazioni e cerco di capire come fare nella mia officina da alcuni anni. Ho i Sonnets di Pasolini (dallo stesso Pasolini mai pubblicati in vita) nella versione francese di Gallimard tradotti da René de Ceccatty con testo a fronte. Negli ultimi tempi ho scritto su Pasolini.
Da un po’ di tempo mi sto interessando sempre più al poeta francese Jude Stephan e ho un suo libro in prosa, Xénies. Qualcosina leggo dal francese. Ho il Teatro completo di Samuel Beckett, perché nella mia officina di poesia mi interessa come lui usa la parola ‘interiore’ soprattutto nei Radiodrammi.
Ho scoperto la poesia del poeta inglese (mai edito in Italia mi pare) Roy Fisher e quella di Peter Robinson (di recente edito in Italia da Stampa) un poeta inglese che vive in Emilia essendosi sposato a Parma. A mezz’ora di treno da casa mia. È stato Robinson a farmi conoscere la poesia di Fisher. Ora li sto leggendo, in questo momento. Robinson fu il primo traduttore in lingua inglese di Sereni. È un poeta riservato con un certo humor. La sua poesia è fatta di lampi appena dentro a un racconto lirico, segni vivi di vita reale come rimeditati dentro al suo flusso poetico. Sto leggendo un’antologia del poeta inglese Nigel S. Thompson, Line Dancing. Infine, per fare due esempi sul concetto di dispersione, cioè come altre arti entrino nel campo magnetico della poesia, ho due cataloghi presi alla Biblioteca d’arte Poletti qui a Modena, uno del pittore statunitense Cy Twombly (di cui vidi una interessante mostra anni fa a Venezia) e l’altro del pittore spagnolo Tàpies tra informale e surrealtà. Sto leggendo un libro edito di recente da Feltrinelli di Chiara Matteini sullo psicanalista Jean-Bertrand Pontalis. Sul concetto di transfert e nostalgia. È un rischio applicare la psicoanalisi alla poesia ma indubbiamente qualcosa mi attrae forse il pescare nell’inconscio che il poeta fa e che il paziente fa tramite transfert medico, ma sono discorsi lunghi per quanto affascinanti.

Chiederlo a te è un attimo surreale, ma quando vai in libreria cosa scegli?

Io in libreria ci lavoro, e diciamo che oltre al lavoro da fare, la mia curiosità per tante cose anche novità viene spesso soddisfatta. Ho passato molto tempo a leggere e a vedere i libri che mi interessavano in libreria. I tempi della mia vita sono cambiati, a questa domanda devo fare riferimento più che altro quando ero giovane apprendista poeta. Anche qui vale un po’ il discorso che facevo prima. Tanti, tantissimi libri poesia, italiani e stranieri. La mia libreria, avrà circa duemila e cinquecento volumi circa, ma in verità non li ho mai contati mettendoci dentro anche le peripezie di qualche trasloco, è una libreria in gran parte soltanto di poesia. Di romanzieri, nella loro quasi totalità di pubblicazione ho Peter Handke, Georges Perec, Raymond Carver (ma ho amato le sue poesie), Winfried Sebald. Di Julien Gracq Acque strette. Ho anche biografie su di loro, interviste ect. Di italiani, Tabucchi, Celati, Calvino, in particolare i suoi saggi, Collezione di sabbia. Mi interessa molto la saggistica dei romanzieri, come Philip Roth o Saul Bellow. Ma questa è soltanto una idea con mille dimenticanze. Se devo dare una risposta quindi direi che in libreria ritorno sempre ragazzo e compro tutto ciò che ha un odore di poesia un po’ tramortente e che, soprattutto, al lato pratico mi può servire, come dice Esenin, per comporre i miei versi.

Per molti artisti ci sono dei testi di riferimento e degli “amori” mai esausti, anche tu fai parte di essi? Hai dei libri che rileggi o a cui torni ciclicamente?

La poesia è una finzione vera della nostra vita. Questo per dire che la poesia ha divorato gran parte della mia vita, e lo dico senza nessun merito particolare ma come ovvio dato di fatto. Più che libri che rileggo, ci sono libri di poesia che stanno e che ritornano ciclicamente direi quasi con una certa ossessione per me creativa. Ritornano i Canti di Leopardi e il Canzoniere di Petrarca. Come ritornano spesso, di frequente, alcuni classici contemporanei come Vittorio Sereni e Attilio Bertolucci. Ma le mie riletture sono sempre attraversate dalla curiosità e dal non aver capito fino in fondo un tal poeta. La mia scrittura poetica è molto intermittente, ci sono silenzi a cui non mi sono mai ribellato, mi sono ribellato o mi ribello alla vita con una finzione sempre più difficile di normalità. Non mi sono mai ribellato alla poesia, a suoi tempi, al suo esserci o non esserci, perché ritengo che la poesia abbia un suo corso un fiume che di tanto in tanto, solo quando lei vuole, entra in noi, è la vita stessa che ci parla che vuole dirci qualcosa e trova nel poeta la sua espressione.