Nota e immagine di copertina a cura di Pietro Romano
La poesia di Ardigò si caratterizza per lo stile scarno, che segnala l’esigenza di una scrittura che procede per sottrazione. Lo sguardo poetico dinanzi alla malattia e alla morte deve infatti costantemente ammaestrarsi all’imminenza del mai più: le parole devono pertanto essere misurate, figlie di una rappresentazione oggettiva, dalla quale l’esperienza della malattia possa farsi limes per un’indagine sulla finitudine e sull’incertezza dell’esistenza umana. “Chiarissima luce” (Compagnia editoriale Aliberti, 2024) potrebbe dunque apparire dal titolo, in una veste profetica, ma nel contempo rivela la chiarezza con la quale l’autore si approccia al reale, scorgendo nella malattia una luce, cui è poi destinata ogni cosa. Non casualmente, in apertura, è citato Jaccottet:
Poiché lo splendore sembra avere la sua sorgente nella morte e non nell’eterno, la bellezza si manifesta nel mutevole, nell’effimero, nel fragile; l’estrema bellezza luccica forse nell’estrema contraddizione, nella contraddizione condotta fino ad un enigma che potrebbe sembrare folle.
La labilità stessa dell’esistenza che si specchia nella finitezza e quindi nella morte rende all’uomo la possibilità di assegnare valore all’effimero e alle estreme contraddizioni dinanzi alle quali è posto. Quando ci si staglia al confine tra la vita e la morte, tutto ciò che si è vissuto diventa parte di un solo splendore, lo stesso per il quale ci si sente rinati, reduci di un viaggio di cui non si è ancora esperito alcunché:
Ora che non ho più panico
non ho nemmeno un amore.
Sono
come si torna da un viaggio
Sebbene non sia presente in Ardigò una visione di carattere trascendente, le cose appaiono mutevoli. La luce stessa sembra in un certo qual senso sgretolare anche ciò che apparentemente è destinato a non mutare:
C’è una goccia d’acqua
di luce varia.
Scivola sulla roccia.
Il corpo deve disciplinarsi al carattere effimero dell’esistenza:
Sul corpo in disciplina
la luce netta, elementare
come un capo sudato
in un mattino freddo
dopo una notte di febbre.
Contrasti cromatici caratterizzano la scrittura poetica di Ardigò, forse ad attestare lo spettro vario attraverso cui si può guardare alla forza dirompente della vita e a un tempo della morte:
Il guardrail, un papavero che sbuca
sulla curva in salita.
Di là, è solo cielo.
È avvertibile l’influenza di una certa poesia novecentesca, Pascoli e Caproni in primis:
Annegando, il pensiero si confonde
con le strisce di luce tremolante
al fondo bianchissimo della vasca.
L’urlo è nero, ma tutto fuori chiaro.
L’abbagliare dei colori è una modalità attraverso cui la luce si rinfrange per rivelare la fragilità di ogni cosa. Nella visione di Ardigò, come in quella di Penna d’altronde, l’anima è affrancata da ogni falso moralismo, incline a giudicare moralmente il dolore umano:
Giù le mani dalla mia anima, lasciatela vagare lasciatela continuare a guardare. Non vuole nessun paradiso ideale, solo sentire una scossa nei quadricipiti e nei grandi muscoli dei glutei. Anelare al piacere, cadere nel dolore. Poi tornare.
Vagula, blandula
nessuna morale
nessuna volontà.
Ma c’è un modo attraverso cui l’universo ripara alla fine delle cose? Questo sembra essere uno degli interrogativi del poeta:
Il conflitto deflagra
più violento se il verso
è mondo.
Annegare, feroce fra le morti
non si può esalare
l’ultimo fiato, l’ultimo
cui l’anima s’aggrappa
per vivere nell’aria.
Esile ogni cosa, dunque, poiché soggetta a leggi che per lo sguardo umano risultano inafferrabili:
Albicocco di marzo in fiore
domani saranno caduti
i tuoi petali nuovi.
Così
è l’esile bellezza
un fiore
disperso nella terra.
La non accettazione del male, e la consapevolezza del proprio, acuiscono l’insensatezza di un’indagine incapace di rendere giustizia all’ordine delle cose:
C’è una grande nota di sottofondo che continua a risuonare nella mia cassa toracica da quando so che stai male. Ma non riesco a riconoscerla. La sento. E non ho un nome da darle. È come un punto, infinitamente piccolo, che tutto si dislaga. Un caldo balsamo. È come fosse il seme del piangere.
Tutto l’amore che ho
– non ne ho altro –
vorrei che basti
per essere liberi dal male
Tutto ciò che entra nella luce sembra in qualche modo mantenere un nesso con la terra:
Ti guardo
sei dall’altra parte
e una luce dischiude la tua bocca
poggiandosi molle
d’oro e di miele
in un vortice di pulviscolo incendiato.
Sono così corporee
le tue estasi mistiche.
Sono così vuoti
i quattro stomaci della vacca
mentre una goccia titilla lo scolo.
E a quel punto, i confini si annullano. Non vi sono più coordinate entro le quali far confluire orizzonti di senso:
Mentre fuori scorre il mondo
qui è vuoto qui
ci sono specchi che si rompono.
Io non sto lottando contro te
né contro
la tua immagine soltanto.
È contro me:
brancolare per terra
e torcere le mani
strapparsi via le carni.
È il peso delle ombre
che si allungano
dei fantasmi che vivono
nella grande galleria degli specchi
dispiegata
fra un orecchio e l’altro del mio volto.
Come puoi aver potere
finché non te ne vai
tramutandoti in uno specchio
che riflette ombre vane.
L’indagine poetica attorno ai grandi quesiti dell’esistenza è arricchita da una sezione, denominata “Intermezzo”, dove l’autore studia il corpo nella sua fisicità. Segno, quest’ultimo, di un tentativo di comprendere ciò che è invece refrattario a ogni tentativo di comprensione. Ardigò usa gli strumenti della parola e del disegno per capire il male, studiarlo e inglobarlo in una prospettiva di senso.
D’altro canto, leggere Ardigò fa pensare anche ai libri di Rovelli e al modo in cui il fisico si interroga con entusiasmo su cosa possa essere il cosmo e su quali leggi lo regolino:
Sul lettino d’acciaio, nudo, legato a croce e una grande luce artificiale. Com’è stare in mezzo a miliardi di stelle di fuoco roteanti che scintillano nei cieli cristallini per la via combusta, ordinate secondo la bellezza del logos, in modo che linguaggio e natura formino un tutt’uno armonico chiamato Dio. Lo scintillio che danno agli occhi le meteore è giustificato dalla bellezza del cielo, che è mondo e pulito e il cui nome viene dalla bellezza dell’atto del guardare.
Da quanto non vedevo i bianchi
cumulonembi ergersi sopra i tetti
nell’azzurro, all’obliqua luce d’oro
del tramonto. Oggi è un giorno
Se prima si è accennato a un’influenza primonovecentesca, non si può di fatto non ravvisare l’incontro con maestri della poesia contemporanea recentemente scomparsi, quali Scarabicchi e Benedetti.
Tuttavia, laddove appare onnipresente l’assenza di dio, l’uomo si affida alla preghiera, e dunque al canto:
Se anche è sparito dio
all’uomo
rimane la preghiera.
La narrazione coglie elementi di vita ospedaliera, li sublima in poesia e infine mette in evidenza la solitudine dell’uomo dinanzi al limite:
Post intervento – oncologia.
Conversazione con l’intubato di fianco a me.
– C’è stata qui la tua ex moglie ieri, appena sei salito
dalla sala operatoria.
– Sì, mi ricordo.
– È stata la prima a farti visita.
– Sì.
– Ti vuole ancora bene.
– Sì, ma io di più. È quello il problema.
– Ma le hai detto di non provare a toccare nemmeno
il letto, non ricordi?
Ma la luce non sempre rischiara: la luce a volte spegne, cancella, come rammenta Bonnefoy:
La ragazza senza capelli seduta di fronte avrà più o meno la mia età. Ci sono moltissime giovani senza capelli. Alcune camminano, altre si fanno portare. Sono belle, eppure i loro occhi sono spenti. C’è una luce che spegne, qui. Distolgo lo sguardo.
Se pongo l’esistenza di un Dio unico
e l’esistenza di un Male indipendente dall’uomo
è necessario che Dio comprenda anche il Male
che Dio sia anche l’Avversario.
Non resta che riunirsi in piccoli cenacoli
illuminati da una fioca luce
e difendersi dai colpi
della sua immotivata violenza?
Compulsione, indifferenza
irragionevolezza dell’esistere
un capire solo momentaneo
un capire solo momentaneo.
Più alta si fa la tensione speculativa verso ciò che della realtà non si comprende, più alti diventano il discorso poetico e il tentativo di ascrivere un senso all’esistenza.
