Da La gioia elementare (Luigi Pellegrini Editore, 2025)
Entrare nella scrittura di Ivan Fedeli è immergersi in un articolato lavoro di narrazione del quotidiano. Una poesia fatta di immagini, persone e luoghi riconoscibili e comuni: se la base della scrittura di Fedeli è la Lombardia, l’intorno del Lambro, la vita nei quartieri della grande città, è altrettanto vero che il lettore può traslare quel pensiero, quella situazione poetica, in qualsiasi luogo, ambiente e situazione sia per lui familiare.
Fedeli descrive e riscrive, attraverso le lenti del proprio sentire, il mondo come uno scrigno che custodisce una bellezza della quale forse non siamo partecipi, ovvero la vita comune delle persone comuni in un mondo che grida “siamo fuori tempo massimo”. Lo fa senza retorica. In ogni singola poesia Fedeli crea un quadro perfetto, equilibrato e formalmente ineccepibile, nel quale l’osservatore, il soggetto e l’oggetto dell’azione si mescolano e comunicano tra loro quasi a voler essere un unico caleidoscopio della situazione.
(dalla prefazione di Cristina Daglio)
Hai chiuso a chiave dato una sbirciata
alla casa l’ultima di tante ultime
fissando il letto la camera il frigo
dentro quasi avessi un posto per tutto
dove mettere anche il cielo. Ma i tramonti
le tovaglie a quadri la domenica
la malinconia che sai a settembre
posarsi ovunque come fosse parte
di noi? È un giorno di periferia
parlano di calcio giovani armeni
sulle scale mentre al primo piano
la Livia traduce dal greco aspetta
un marito forse che porti via
anche lei da qui così si fa bella
la sera sorride invidia i vicini
se scendono rumoreggiando un po’
la mano nella mano. Di questo e altro
conosci tu che poi associ all’amore
cose tremendamente vicine e
lontane in un attimo dopo il garage
in affitto le pozzanghere a lato
della strada e i salti per evitare
l’acqua i ricordi la vita che va.
*
Dimmi del cielo di viale Adriano
così immobile imperiale al tramonto
mentre scema di luce e la città
diventa niente. Scivola lontano
dopo i lampioni al neon e la Lidl
che campeggia tra parcheggi e carrelli
quando fa malinconia la sera
e le donne hanno un silenzio borghese
dentro dopo la spesa e il pensiero
ai mariti alla prostata che va.
Più in là il silenzio operaio di chi
scende dal tram qualche finestra accesa
dai palazzi magri. È marzo anche qui
te ne accorgi dall’odore del traffico
dalla pizzeria cinese d’angolo
piena di voci. Vita da rubare
anche questa pensi aprendo il portone
poi il vociare al primo piano di gente
in affitto e il soffritto sulle scale
che si sente salendo, inesorabile.
*
Fuori tempo noi? Te ne accorgi forse
dai silenzi degli alberi la forza
tua anche mia di pensarli alla radice
come fosse cosa comune crescere
essere fusto o fronda a seconda
del vento flettendo parte di noi
fino all’intero alla composizione
di parti in comune. Vale questo
in questi giorni che portano
autunno e una felicità incipiente
si maschera qua e là nella lentezza
delle strade dopo un saluto al bar
e le borse che pesano e gli anni.
Mi dici tu che va bene che è l’età
la nostra delle parole ma scriverle
è la pena quasi tutto facesse
capo a un senso che fugge e non lo sai.
Vivi dunque di una vita piena
qui a ridosso di una nebbia in ottobre
o nella fretta operosa di chi
si dà nell’orizzonte poi scompare.
*
Tutto a posto allora, anche la bolletta
del gas i cassetti in cucina il cielo
di un giorno che va. Ti devo un chissà
o un forse un avrei potuto almeno
mentre tu pensi alle cose all’auto
col pieno o a quanto la vita sia vita
da sempre proprio adesso in un settembre
cocciuto tra case in affitto tra voci
nei bar. Così nascere dare un numero
ai passi contare il tempo e altro tempo
ancora fino al numero che sai
al numero che puoi. Esistere poi
meraviglia e fallimento di chi
corre scivola teme sogna spera
prima di ogni possibile dolcezza
di te di me di noi di quanto accade
ovunque e non lo sai. Da qui io ti chiamo
da questa terra che non ha parole.
Ivan Fedeli (1964) insegna lettere e si occupa di didattica della scrittura. Ha pubblicato diversi percorsi poetici, tra cui “Dialoghi a distanza” in “Sette poeti del Premio Montale” (Crocetti), “Virus” (ed.Dot.Com.Pres.), “A margine” (Ladolfi editore) e, per i tipi di puntoacapo editrice: “Campo lungo” (2014, Premio “Casentino”), “Gli occhiali di Sartre” (2016, Premio San Domenichino, Premio “Vent’anni di Atelier”), “La meraviglia” (2018, finalista Premio “Caput Gauri”), La buona educazione (2020), Cose di provincia (2022).
In copertina, Paul Klee, The messenger of autumn
