Da Alle isole via terra (Crocetti, 2023, traduzione di Paola Splendore)
A letto
Siamo un prato dove ronzano le api,
mente e corpo sono quasi tutt’uno
mentre il fuoco scoppietta nella stufa
e gli occhi si chiudono,
e bocca a bocca, le coperte
tirate sulle spalle,
ci appisoliamo come i cavalli nel campo,
in armonia; anche se l’autunno freddo
accerchia il nostro letto caldo, anche se
di giorno siamo separati e spesso soli.
*
Scrivere al buio
Non è difficile.
E comunque, è necessario.
Aspetta il mattino e avrai dimenticato.
E chissà se il mattino arriverà.
Cerca tentoni la luce, e sarai
del tutto sveglia, ma la visione
si sbiadirà, scivolerà
lontano.
Devi avere un foglio a portata di mano,
un pennarello, le biro non sempre scorrono,
alle matite si spezza la punta. La prudenza non
è mai troppa: sono i tuoi ferri del mestiere.
Non preoccuparti dei trattini sulle t, dei puntini sulle i –
ma bada non coprire
una parola con quella successiva. Vedrai
che per istinto una mano aiuta sempre l’altra
a tenere ogni riga
separata dall’altra.
Continua a scrivere al buio:
il racconto della notte, o
le parole che ti hanno strappato agli abissi dell’ignoto,
parole che ti passavano per la mente, strani uccelli
che gridavano la loro frenesia con voci umana,
o si aprivano
come fiori di un albero che sboccia
una sola volta nella vita:
parole che avrebbero il potere
di far sorgere di nuovo il sole.
*
A Rilke
Una volta, in sogno,
la barca
si allontanava dalla riva.
Tu eri l’uomo a prua –
tutto voce, benché silenzioso – che guidava
vogatori e viandanti al viaggio necessario,
la distanza nascosta, il mistero essenziale.
Ogni sforzo trattenuto,
cigolio di scalmi, tanfo di sudore,
suono di acque
che ci venivano contro
era superato: il tuo sguardo
rimase fermo nella traversata. Il suo azzurro libellula
ci riconsegnò
la meta luccicante.
Non avevo ancora letto del tuo viaggio sul Nilo,
la voce che nella tua parabola
acconsentì alla barca di risalire la corrente.
Strano capire
che il tuo silenzio era proprio quel canto.
*
Il fremito della mente
Non tu, Signore,
sono io l’assente.
All’inizio
la fede era una gioia che tenevo segreta,
entravo furtiva e solitaria
nei luoghi sacri:
uno sguardo veloce, e via – e poi tornavo,
girando intorno.
Da allora ho spesso pronunciato il tuo nome
ma ora
schivo la tua presenza.
Mi fermo
a pensarti, e la mia mente
subito
guizza come un pesciolino,
sparisce
tra le ombre, tra i bagliori che senza sosta
si agitano
tra le maglie del fiume che scorre.
Neppure per un attimo
si ferma al mio io, ma vaga
in ogni dove,
ovunque possa volgersi. Non tu,
sono io l’assente.
Tu sei il ruscello, il pesce, la luce
l’ombra pulsante,
tu la presenza immutabile, in cui tutto
si muove e muta.
Come posso cogliere il mio fremito, percepire
lo zaffiro che certamente si trova
al cuore della sorgente?
*
La certezza
Hanno perfezionato i mezzi di distruzione,
scienza astratta che splende quasi visibile,
tanto è stata affinata. Armi immateriali
che nessuno potrà mai maneggiare
sfrecciano nell’oscurità, per distanze enormi,
attraversano labirinti per colpire
obiettivi che sono idee –
Resta una sola antica
certezza: guerra
vuol dire sangue che sgorga da corpi vivi,
vuol dire arti amputati, cecità, terrore,
vuol dire dolore, agonia, orfani, fame,
tristezza infinita, rancore infinito e odio e senso di colpa,
vuol dire tutto questo moltiplicato, moltiplicato,
vuol dire morte, morte, morte e morte.
Denise Levertov nasce a Ilford nell’Essex nel 1923 da padre ebreo-russo, poi convertito alla chiesa anglicana, e madre gallese. Cresce in Inghilterra in un ambiente cosmopolita e ricco di stimoli: studia musica, pittura e danza. Nel 1947 si trasferisce negli Stati Uniti, spostandosi negli anni tra vari stati e città, prima a New York, poi in Francia, in Messico, a Boston, a Stanford e infine a Seattle dove muore nel 1997. L’incontro con i poeti del Black Mountain (Robert Duncan, Charles Olson, Robert Creeley) e l’affinità con la lezione di William Carlos Williams diventano decisivi per la definizione del suo linguaggio poetico, che associa un’intensa concretezza a una dimensione visionaria e incantata. Venti le raccolte poetiche pubblicate tra il 1946 e il 1999, riunite per la prima volta nel 2013 nelle oltre mille pagine dei Collected Poems (New Directions). In italiano: La scala di Giacobbe e altre poesie, nella traduzione di Mary de Rachewiltz (Mondadori 1968) e l’antologia Oltre la fine, a cura di Liliana Casati (Le Lettere 1998). La sua produzione saggistica è raccolta nei volumi The Poet in the World e New and Selected Essays.
Fotografia in copertina Haroon Ameer

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