Da Il numero completo dei giorni (Aragno, 2014)
Ebbe inizio nell’ombra, in un angolo lontano
dai luoghi normalmente frequentati.
Quando la spora attesa, il virus remigando giunse
alla terra promessa, in qualche
approdo del cuore per mettervi le tende.
Non lo sappiamo, se la partenza non sia
in realtà un ritorno, e la verticale dei legami
recisi (sapore di zolla ancestrale, profili
all’orizzonte di un gesto, incisi: e il padre,
i padri) non ci aspetti in altre riannodate
sembianze all’arrivo del viaggio. Non sappiamo
quanto lungo il tempo dell’abbandono, quale
precisamente sarà l’arrivo, se mai ad uno
giungeremo. Conosciamo solo la necessità.
Saremo noi, se ci sapremo riconoscere,
la terra promessa.
*
Se non fosse che questo: giungere a un luogo
esattamente pronunciarne il nome, essere a casa.
Eri qui e non lo sapevo, nel fiato
di una schiera arrampicata oltre il buio,
sopra la notte sassosa e brulla
e perduta nel vento. Sono arrivate
in un silenzio lieve di passi, si sono
scritte da sole, sul foglio bianco
del giorno risvegliato, mi hanno
parlato: lunari e piumate, ma
gravide del peso di gesti portati
in offerta, anticipati nel segno
lieve che prelude alla risposta,
l’innesco fragile e sicuro
che toglie la minaccia alla tempesta.
*
Il marche dans la ville avec un mot secret
Adesso la ferita si è fatta cicatrice, rilievo
sulla superficie – memoria dell’ustione, segno
di benedizione. Eppure ancora non c’è stato
ritorno, ma solo un lento perdersi alla veglia,
qualcosa che somiglia e non risolve, l’intravedere
un fuori dalle ombre. Forse non c’è più il luogo
che ci attende, mutato insieme al nostro divagare
per strade periferiche e lontane, slabbrato
alla sua tinta famigliare. O forse non ci sono
le parti che abbiamo interpretato – entrambi
angeli in armi, sorpresi sulla riva oscura
del passato. E catafratti dentro a un doppio
esilio, manchiamo noi stessi e chi ci chiede
di restare – e questo è il pegno da pagare.
*
Nell’anno bisestile
La neve sgocciola giù dai tetti, cade
a piccoli tocchi dai rami, gli alberi
sgravati rialzano la testa, si rimettono
in piedi. Le strade ritrovano i colori
spenti dell’inverno, i rumori si allargano
di nuovo fra le case. Si scioglie l’assedio
del freddo, un’aria più tenue passa
sulla pelle, gonfia il torace. Poter dire
la luce del mezzogiorno, nordica e tersa
sopra la città riaperta al cielo, ovunque
nel palpito diffuso e senza ombre, senza
nubi. Potersi muovere sincroni a questo
disgelo, nei passi slacciati.
Potersi affidare.
*
Natura morta
Ricominciare da questa distanza,
dal fumo che dilegua nello spazio
nudo dove tutto è rimbombo, suono
rimbalzato all’infinito; qui abiterà
una più fredda calma, la scansione
riflessa degli oggetti, la fragile
precarietà delle forme, nei colori
pensati col buio. Lo sbieco della luce
farà il resto, risalirà le superfici crude,
le animerà di tepori, sfumature, volumi.
E ogni cosa sembrerà essere.
Inverno 2004 – inverno 2005
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Fotografia in copertina di Dino Ignani.
