Nadia Chiaverini legge “Prima” di Gabriella Cinti

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“Prima” (Puntoacapo Editrice, 2024) di Gabriella Cinti. Nota di lettura di Nadia Chiaverini.

Accade un’alchimia profonda a volte in poesia, come veder sbocciare un fiore che da tempo era stato seminato in giardino. Questo mi è capitato mentre leggevo i versi di Prima, di Gabriella Cinti, edizioni Puntocacapo 2024, già alla seconda edizione. Il linguaggio della silloge non è semplice, immediato, ibrida cultura classica (radici greche e mesopotamiche) e conoscenze scientifiche e metafisiche, in un connubio di scienza e filosofia. Ciò nonostante ho sentito subito una vicinanza con i temi che da tempo mi sono cari: il caos, il labirinto, il mito, lo sguardo femminile sulla creazione, la ricerca dell’origine ancestrale del senso della vita.
Attraverso la descrizione delle sue “creaturine, Dryopiteca, Megattera, Garzetta, Lampreda, i Gibboni, ed infine la preferita, Euglena, l’autrice rappresenta un percorso verso una dimensione originaria, uno sporgersi nel primordiale alla ricerca dell’origine della coscienza, da cui guardare “i contorni frastagliati del limite suggerire all’infinito l’espansa rete del cosmo”. E troviamo una vera e propria dichiarazione di poetica nella poesia “Chissà se piangevi?” laddove la sofferenza può rappresentare una primaria forma di consapevolezza, in quanto ogni trasformazione comporta un cambiamento ed inevitabilmente anche una perdita.
“C’è sempre un bacio all’inizio della vita”, scrive Gabriella in L’amor che move il sole e l’altre stelle, amore come inizio astrale, “sguardo di due, occhi e molecole a specchio, lo stesso palpito, uomo e materia”. Il principio del due non è solo un principio relazionale, ma diventa una categoria ontologica, “nel battito doppio del cuore, nella doppia elica della vita, nel due della sillaba, negli occhi espansi dell’universo”, i poli del noi ( La mia sete di due ).
Dal Caos originario cercare il filo che ci consenta di uscire dal labirinto, “il groviglio di filo dell’Inizio, per raggiungere il bandolo primo”, cercare altri segni, altre possibilità: travalicare i confini, dischiudere varchi mi sembra la missione che si propone l’autrice nell’ultimo testo della silloge (Euglena), nell’incontro e ascolto di tutti gli esseri viventi, un dialogo, che Gabriella chiama il proprio “testamento spirituale”, una relazione d’amore con ogni creatura, “slegata da ogni forma” nel suo mistero d’essere.

Nadia Chiaverini