La disciplina della nebbia di Massimiliano Bardotti è un piccolo capolavoro. Piccolo perché è un libriccino, bianco ed elegante, di un’ottantina di pagine ariose. Piccolo perché ci sta facilmente nella mia borsa da viaggio: l’ho portato con me in numerose occasioni in questi ultimi due anni. Lo rileggevo, sempre più incantato dalla sua bellezza (come torna spesso, nelle sue pagine, questa meravigliosa e necessaria parola!), e mi dicevo: devo scrivere qualcosa, devo condividere questo dono. E oggi finalmente ho avuto il segno che dovevo scrivere.
Bardotti ci offre brevissimi saggi sapienziali, delle prose poetiche, di cui colpisce la sincerità e il coinvolgimento emotivo. Ci offrono un programma di vita unitario e coerente, che intreccia contemplazione, bellezza, benedizione e poesia.
Le poesie: le benedizioni mi hanno toccato in modo particolare: una sorta di salmodia laica, ma profondamente ispirata da una fede sorprendente e trasparente. Bardotti benedice, come un poeta-prete, il mondo, la sua bellezza, le sue persone, la vita. Benedizioni che sento mie, come queste:
Dei contadini siano benedette le mani,
e per strada, degli sconosciuti, i sorrisi.
la vista di chi guarda con amore
la voce di chi canta per la via
o nelle orecchie degli innamorati.
Siano benedette le barbe dei monaci
e di tutti quelli che pregano in silenzio.
Benedetto sia il risveglio mattutino
Bardotti ci conduce in un viaggio tra le meraviglie, anche quelle più minuscole, della natura e dell’interiorità. Osserva però che non nevica più:
Nessuno vuole più cadere.
Per questo non nevica.
Non nevica più. (p. 54)
Anche la nebbia, evocata nel titolo, non c’è più. Come non si vedono più le stelle, nelle notti delle nostre città invase dall’inquinamento luminoso. Non le abbiamo amate abbastanza, scrive Bardotti, e “ora tutto ci viene a mancare” (p. 45). Il poeta ci conduce con intensità commovente ad amare e benedire quello che ci resta: il colibrì, il filo d’erba, la lumaca, il fiume, la libellula, il rosmarino… “Resta chi si inginocchia a pregare, resta la notturna veglia degli insonni, e dei monaci sul Monte Athos, le schiene piegate e i canti intonati” (p. 46).
Mi ha colpito, perché lo sento mio, il duplice riferimento alla malinconia: essa ci educa a “sentire come nostro il dolore di un altro” (p. 47). “Ho premura per la malinconia, perché la conosco, m’è compagna e compagnia” (p. 48). Ho pensato alle lettere dalla Cina del missionario Matteo Ricci, che ammetteva di soffrire di “melanconia che mi par che è buona, e havrei scrupolo di non haverla”.
E in un altro verso mi sembra di rileggere l’amatissima Etty Hillesum:
Fai del tuo cuore un luogo accogliente
dove molte persone possano abitare.
Così sarà futuro, ancora.
Così ci salveremo.
Infine desidero ringraziare Bardotti per aver scelto, proprio all’inizio del suo libro, dei versi (tratti dalla poesia Rifugio) di Antonia Pozzi (pure amatissima), dove le stelle e la nebbia ci sono restituite per poter dire l’universo interiore.
E forse ci sono più stelle
e segreti e insondabili vie
tra noi, nel silenzio,
che in tutto il cielo disteso
al di là della nebbia.
